L'Italia Under 20 femminile ha appena scritto una pagina che nessuna Nazionale azzurra di questa categoria aveva mai scritto prima. Le Azzurrine hanno battuto 3-1 la Corea del Sud e sono volate in semifinale al Mondiale Under 20: un risultato storico, costruito con la doppietta di Appiah e il gol di Fadda, al termine di una partita nella quale l'Italia ha mostrato anche una netta superiorità nei numeri.
Eppure, mentre questa squadra si prende un posto tra le quattro migliori del mondo, qualcosa stride.
L'attenzione che accompagna l'impresa appare ancora sproporzionata rispetto alla portata del risultato.
Non è corretto dire che il calcio femminile venga completamente ignorato. L'impresa delle Azzurrine è stata raccontata anche da diverse importanti testate nazionali. Il punto, però, è un altro: quanto spazio e soprattutto quale centralità viene assegnata a una notizia del genere?
Perché una prima semifinale mondiale nella storia dovrebbe essere molto più di una notizia da leggere, registrare e archiviare.
Dovrebbe diventare una storia.
Proviamo a cambiare prospettiva.
Immaginiamo una Nazionale italiana Under 20 maschile che conquista per la prima volta nella propria storia la semifinale di un Mondiale. Sarebbe quasi inevitabile assistere a una moltiplicazione di approfondimenti: i protagonisti, i talenti da seguire, i club di provenienza, il lavoro dei settori giovanili, le prospettive per il futuro.
Per le ragazze, invece, il racconto tende ancora troppo spesso a fermarsi alla cronaca della partita.
3-1 alla Corea del Sud. Doppietta di Appiah. Gol di Fadda. Italia in semifinale.
Fine.
Ma non dovrebbe essere la fine.
Dovrebbe essere l'inizio del racconto.
Perché dietro quel risultato c'è una generazione di calciatrici che sta costruendo qualcosa che prima non esisteva. E c'è un movimento che avrebbe bisogno proprio di queste storie per diventare più conosciuto, riconoscibile e seguito.
La questione più interessante, allora, non è stabilire semplicemente se i giornali abbiano parlato oppure no dell'Italia U20.
La domanda è: perché una notizia storica del calcio femminile continua ad avere, in generale, un peso mediatico inferiore rispetto a un risultato equivalente nel calcio maschile?
Qui entriamo nel rapporto tra informazione e pubblico.
È vero che il calcio maschile ha numeri, tradizione e seguito enormemente superiori. È vero che le redazioni devono anche rispondere alle abitudini dei lettori. Ed è comprensibile che una partita di Serie A o di Champions League generi più interesse immediato.
Ma esiste anche l'altra faccia della medaglia.
Il pubblico legge ciò che trova. E si appassiona anche a ciò che impara a conoscere.
Se una giocatrice viene raccontata soltanto quando segna in una partita decisiva, sarà molto più difficile trasformarla in un personaggio riconoscibile. Se una squadra compare sui giornali soltanto quando raggiunge un traguardo eccezionale, sarà complicato costruire attorno a essa una comunità di tifosi e appassionati.
Il racconto non segue soltanto l'interesse.
In parte, contribuisce anche a crearlo.
Forse è questa la domanda più scomoda.
L'Italia ha una cultura calcistica enorme, ma questa cultura è stata costruita quasi interamente intorno al calcio maschile. Le domeniche, i campionati, le grandi rivalità, i campioni, le trasmissioni televisive, i giornali: per decenni tutto è ruotato prevalentemente intorno agli uomini.
Il calcio femminile sta cercando di recuperare questo divario.
E lo sta facendo attraverso risultati sempre più importanti, una maggiore professionalizzazione e una crescita dell'interesse.
Ma il cambiamento culturale richiede tempo.
E soprattutto richiede che il calcio femminile non venga considerato interessante soltanto quando produce l'eccezione.
La semifinale conquistata dalle Azzurrine è proprio una di quelle occasioni nelle quali l'informazione sportiva potrebbe fare un passo ulteriore.
Non limitarsi a dire che l'Italia ha vinto.
Ma chiedersi chi siano queste ragazze, da dove arrivino, come siano cresciute, quali società le abbiano formate, quale lavoro ci sia dietro questa generazione e cosa possa significare il loro percorso per la Nazionale maggiore.
Anche il modo in cui è arrivata la qualificazione meriterebbe maggiore attenzione.
L'Italia non si è limitata a superare la Corea del Sud. Ha reagito al pareggio delle avversarie e nella ripresa ha nuovamente imposto il proprio gioco, chiudendo la partita sul 3-1.
I numeri raccontano una prestazione convincente: 14 tiri contro 7 e 8 conclusioni nello specchio contro appena 2 della Corea del Sud.
Non è quindi soltanto una qualificazione ottenuta al termine di una partita equilibrata decisa da un episodio.
È un risultato costruito attraverso una prestazione che certifica la crescita di questa squadra.
E allora diventa ancora più difficile considerare la semifinale come una semplice notizia di passaggio.
C'è poi un dato storico che aiuta a comprendere ancora meglio la dimensione dell'impresa.
L'unica precedente partecipazione dell'Italia al Mondiale Under 20 femminile risaliva al 2012 e si era conclusa nella fase a gironi con un solo punto conquistato.
Quattordici anni dopo, le Azzurrine sono tra le quattro migliori Nazionali del mondo.
È un salto enorme.
Ed è proprio questo tipo di percorso che dovrebbe alimentare il racconto sul calcio femminile italiano.
Non soltanto il risultato di oggi, ma quello che può rappresentare domani.
Perché dentro una semifinale mondiale ci sono giocatrici che possono diventare protagoniste della Nazionale maggiore, società che stanno investendo nel settore femminile, allenatori, settori giovanili e un movimento che sta cercando di costruire una propria identità.
Raccontare tutto questo significa fare informazione sportiva.
C'è però una precisazione importante.
Il calcio femminile non ha bisogno di essere raccontato per concessione, né di ricevere attenzione soltanto perché "bisogna" occuparsene.
Ha bisogno di essere raccontato per quello che produce.
E questa Italia U20 sta producendo una storia.
Una storia fatta di vittorie, talento, lavoro e di un risultato mai raggiunto prima.
Non è necessario sostenere che una semifinale mondiale femminile debba occupare lo stesso spazio di una finale di Champions League. Sarebbe un confronto privo di senso, considerando pubblico, storia, dimensione economica e interesse consolidato.
Ma tra il pretendere la stessa attenzione e il relegare una prima semifinale mondiale a una notizia secondaria esiste un'enorme zona intermedia.
È proprio lì che forse dobbiamo iniziare a ragionare.
La semifinale contro la vincente di Brasile-Spagna sarà un'altra occasione per accendere i riflettori su questa Nazionale.
Ma il risultato ottenuto contro la Corea del Sud non dovrebbe diventare importante soltanto se arriverà la finale.
La storia è già stata scritta.
L'Italia Under 20 femminile è per la prima volta tra le quattro migliori squadre del mondo.
E forse il vero passo avanti, questa volta, non riguarda soltanto il campo.
Riguarda anche il modo in cui decidiamo di raccontarlo.
Perché se continuiamo a occuparci del calcio femminile soltanto quando produce l'eccezione, rischiamo di perdere tutte le storie che vengono prima dell'impresa.
Questa volta l'impresa è arrivata.
Una Nazionale italiana ha raggiunto per la prima volta una semifinale mondiale.
Non è un piccolo trafiletto. È una storia che merita di essere raccontata.