Forse Gennaro Gattuso non cerca il caos. Forse, più semplicemente, quando intorno c'è caos lui sente di avere un motivo in più per buttarsi nella mischia. È una differenza sottile, ma può spiegare meglio di qualsiasi altra cosa la scelta di accettare la Lazio proprio nel momento più complicato.
Perché Gattuso, questa volta, non ha scelto la strada apparentemente più semplice. Non ha aspettato una società già strutturata, un progetto senza troppe crepe o una squadra costruita per partire immediatamente con ambizioni dichiarate. Ha scelto una Lazio che aveva bisogno di essere rimessa in carreggiata.
E oggi, dopo le prime giornate, la storia ha già assunto una forma completamente diversa da quella che molti avrebbero immaginato.
La Lazio è lì, al ritmo di Inter e Roma, e Gattuso si ritrova a vivere una situazione quasi paradossale: ha scelto una delle panchine più complicate del momento e si è ritrovato dentro una squadra capace di stare accanto alle grandi.
La frase pronunciata dopo Venezia è probabilmente il punto di partenza migliore per capire la sua scelta.
Gattuso non ha nascosto che, senza la situazione complicata che aveva accompagnato la Lazio, probabilmente non sarebbe arrivato sulla panchina biancoceleste. Non lo ha raccontato come un sacrificio, però. Al contrario, ha spiegato di aver percepito nei giocatori la voglia di lavorare e di aver visto la possibilità concreta di costruire qualcosa.
È qui che la scelta diventa interessante.
Perché un allenatore con il suo percorso avrebbe potuto attendere un'occasione diversa. Una piazza più tranquilla, una squadra con meno problemi da risolvere, un ambiente nel quale non fosse necessario partire dalla ricostruzione.
Gattuso, invece, ha scelto la mischia.
E forse perché è proprio nella mischia che il suo modo di intendere il mestiere trova la sua massima espressione.
Gattuso è sempre stato associato alla cultura del lavoro, alla necessità di non mollare, alla convinzione che ogni risultato debba essere costruito attraverso l'applicazione quotidiana.
Anche dopo una vittoria importante come quella di Venezia, infatti, non ha cercato giustificazioni né celebrato eccessivamente la classifica.
Ha detto che la Lazio è stata fortunata. Ha ammesso che nel primo tempo il Venezia avrebbe potuto segnare due gol. Ha definito sbagliata l'interpretazione iniziale della partita e ha ribadito che quanto visto nei primi 45 minuti non può bastare.
Non è il comportamento di chi vuole semplicemente godersi un buon momento.
È il comportamento di un allenatore che sembra avere bisogno di qualcosa da correggere anche quando le cose stanno andando bene.
E forse questa è la sua vera comfort zone.
Non il caos in quanto tale, ma la possibilità di entrare in una situazione complicata, assumersi una responsabilità e provare a cambiarla attraverso il lavoro.
La domanda viene naturale: Gattuso non avrebbe meritato una panchina più ambita e soprattutto più tranquilla?
Il curriculum per porsi la domanda c'è. Da giocatore ha costruito una carriera ai massimi livelli, mentre da allenatore ha guidato club importanti come Milan e Napoli, oltre ad aver maturato esperienze all'estero e alla guida della Nazionale italiana.
Eppure la carriera di un tecnico non è fatta soltanto di prestigio.
C'è anche la compatibilità tra un allenatore e il contesto nel quale si trova a lavorare.
Una squadra già costruita può offrire maggiori certezze, ma concede anche meno spazio per diventare parte determinante della trasformazione. Una big stabile può garantire condizioni migliori, ma allo stesso tempo può chiedere immediatamente risultati senza concedere molto tempo alla costruzione.
Alla Lazio Gattuso ha trovato l'opposto.
C'erano problemi, dubbi, aspettative e una squadra da convincere.
Esattamente il tipo di situazione nel quale un allenatore come lui può percepire di poter fare la differenza.
Poi c'è il campo, che cambia inevitabilmente la percezione di tutto.
Perché se Gattuso avesse accettato il caos e la Lazio fosse rimasta impantanata nelle difficoltà, oggi parleremmo semplicemente di una scommessa rischiosa.
Invece l'inizio della stagione ha raccontato altro.
La Lazio è partita forte e, dopo cinque giornate, si trova a quota 13 punti insieme a Roma e Inter. Un dato che non significa ancora nulla in termini di traguardi finali, ma che fotografa perfettamente il presente: la squadra biancoceleste sta viaggiando alla velocità delle due formazioni che condividono con lei la vetta.
Ed è proprio questo che rende la scelta di Gattuso ancora più interessante.
Ha accettato la situazione più difficile e si è ritrovato, almeno per ora, dentro la corsa delle squadre che partivano con aspettative molto più alte.
Non è ancora una consacrazione e sarebbe prematuro trasformare cinque giornate in una sentenza sul campionato. Ma è già abbastanza per porre una domanda diversa rispetto a quella dell'estate.
Forse non era Gattuso ad avere bisogno di una grande squadra.
Forse era la Lazio ad avere bisogno di un allenatore disposto a entrare nel caos.
C'è un altro elemento delle parole di Gattuso che racconta molto della sua mentalità.
Il tecnico non ha guardato la classifica come un traguardo. Ha ricordato che il percorso è appena iniziato e che bisogna continuare a lavorare.
Ha parlato di giocatori che devono avere voglia di allenarsi, di ragazzi da accompagnare nella crescita, di una squadra che deve migliorare.
E soprattutto ha utilizzato ancora una volta il verbo che forse meglio rappresenta la sua idea di allenatore: martellare.
È una parola che dice molto più della semplice intensità degli allenamenti.
Significa non accontentarsi, non considerare una vittoria la soluzione di tutti i problemi, non confondere un buon momento con un punto d'arrivo.
Ecco perché il successo di Venezia, paradossalmente, può essere più utile a Gattuso per quello che non ha nascosto che per quello che ha mostrato.
Ha vinto, ma ha detto che la Lazio è stata fortunata.
Ha conquistato tre punti, ma ha sottolineato gli errori.
È primo, ma continua a parlare di lavoro.
Alla fine, la domanda sulla sua scelta può essere ribaltata.
Perché Gattuso avrebbe dovuto aspettare una panchina più tranquilla?
La risposta dipende da cosa cerca un allenatore nel proprio lavoro.
Se l'obiettivo è soltanto avere il contesto più favorevole possibile, allora la Lazio non sembrava la destinazione ideale. Se invece Gattuso cercava una squadra nella quale sentire immediatamente il peso della propria responsabilità, la scelta assume un significato completamente diverso.
Non è necessario trasformare questa caratteristica in una questione caratteriale o psicologica. Basta osservare le sue parole e il modo nel quale sta affrontando questa esperienza.
Gattuso sembra avere bisogno di sentire che c'è qualcosa da costruire.
E forse anche per questo non gli dispiace entrare nella mischia.
La Lazio, oggi, gli sta restituendo qualcosa che probabilmente cercava: la possibilità di dimostrare che una situazione difficile non deve necessariamente produrre una stagione difficile.
Per ora la classifica racconta una squadra capace di stare al ritmo di Inter e Roma. Il campionato è ancora lunghissimo e cinque giornate non permettono sentenze definitive.
Ma una cosa è già evidente: Gattuso ha scelto il caos e, almeno per il momento, nel caos ha trovato una Lazio che corre.
Forse la sua comfort zone non è davvero il caos.
Forse è semplicemente la sensazione di avere una battaglia da combattere.