Sandro Mazzola aveva già vinto un Europeo quando arrivò al Mondiale del 1970. Era una delle stelle della Grande Inter, aveva conquistato Coppe dei Campioni, Scudetti e riconoscimenti internazionali. Eppure, quando si parla della sua esperienza con la Nazionale, il ricordo finisce quasi sempre nello stesso punto: la staffetta con Gianni Rivera.
È uno dei paradossi più curiosi della carriera di Mazzola. Un calciatore che con l'Italia ha collezionato 70 presenze e 22 gol, che ha vinto il Campionato Europeo del 1968 e raggiunto la finale del Mondiale due anni più tardi, è rimasto nell'immaginario collettivo soprattutto come uno dei due protagonisti di una scelta tattica diventata leggenda.
La staffetta Mazzola-Rivera non racconta però soltanto una rivalità. Racconta soprattutto un'epoca, un'Italia calcistica e il modo in cui una decisione dell'allenatore può finire per cambiare la percezione di una carriera.
Quando Mazzola arrivò in Messico, non aveva bisogno di presentazioni. Aveva già costruito una carriera internazionale di primissimo livello con l'Inter e con la Nazionale.
Nel 1968 era stato protagonista del percorso che aveva portato l'Italia a conquistare l'Europeo. Due anni dopo si presentava al Mondiale da campione affermato, non certo da giocatore chiamato a contendersi semplicemente un posto con Rivera.
Ed è proprio questo il primo elemento che rischia di perdersi quando si racconta quella storia a distanza di oltre mezzo secolo.
Mazzola non diventò importante grazie al Mondiale del 1970. Era già importante. Il problema è che proprio quel torneo, invece di consolidare una narrazione individuale, finì per legarlo indissolubilmente a quella di un altro grande numero 10 del calcio italiano.
La domanda, quindi, non è chi fosse più forte tra Mazzola e Rivera. È un'altra: perché una staffetta tecnica è riuscita a diventare più famosa dei giocatori stessi?
Ferruccio Valcareggi scelse di alternare Mazzola e Rivera. L'idea era sfruttare caratteristiche differenti e utilizzare entrambi i giocatori all'interno della stessa competizione.
In campo, però, quella soluzione tecnica assunse rapidamente un significato molto più grande.
Ogni sostituzione diventava una scelta. Ogni scelta sembrava contenere un giudizio. Ogni volta che uno entrava e l'altro usciva, il confronto diventava inevitabile.
La stampa e il pubblico trasformarono progressivamente una soluzione tattica in una contrapposizione personale: Mazzola contro Rivera, Inter contro Milan, potenza contro qualità, corsa contro fantasia.
Ma ridurre quella vicenda a una guerra tra due campioni significa probabilmente semplificarla troppo.
Mazzola e Rivera erano due giocatori diversi e proprio per questo potevano essere utilizzati in maniera differente. Il problema fu che il calcio dell'epoca, e soprattutto il modo in cui quella Nazionale venne raccontata, trasformò la complementarità in alternativa.
Uno doveva essere dentro e l'altro fuori.
Il paradosso è tutto qui.
Mazzola raggiunse la finale del Mondiale del 1970, ma oggi quella Nazionale viene ricordata soprattutto attraverso la semifinale contro la Germania Ovest e la successiva scelta di Rivera.
Il 4-3 dell'Azteca è diventato uno dei simboli della storia del calcio italiano. Mazzola partì titolare, Rivera entrò nella parte finale e segnò il gol del definitivo 4-3.
Quel momento ha avuto un peso enorme nella memoria collettiva. Ma proprio per questo ha contribuito a cristallizzare il ruolo di Mazzola come “l'altro”.
Eppure essere Mazzola, in quella Nazionale, significava già essere un campione europeo e uno dei calciatori italiani più riconoscibili a livello internazionale.
La storia ha però bisogno di protagonisti e contrapposizioni. E quella tra Mazzola e Rivera era perfetta per essere raccontata.
È forse questo l'aspetto che merita di essere recuperato maggiormente.
A distanza di tanti anni, la tentazione è ancora quella di raccontare Mazzola e Rivera come due calciatori costretti a contendersi lo stesso spazio, quasi fossero rivali naturali.
La realtà era più complessa.
Entrambi volevano giocare, naturalmente. Entrambi avevano una personalità e una carriera sufficientemente importanti per pretendere un ruolo centrale. Ma il loro rapporto non può essere ridotto alla rivalità costruita intorno alla staffetta.
Il calcio aveva bisogno di scegliere uno dei due, mentre la storia ha avuto bisogno di metterli uno contro l'altro.
È una differenza importante.
Perché Mazzola non fu “l'altro” per tutta la sua carriera azzurra. Lo diventò nella memoria collettiva soprattutto attraverso il Mondiale messicano.
La finale del 21 giugno 1970 contro il Brasile aggiunse un altro capitolo alla vicenda.
Mazzola partì titolare, Rivera entrò nella ripresa. L'Italia perse 4-1 contro una delle squadre più celebri della storia del calcio e tornò a casa con una medaglia d'argento.
Anche in quella partita, però, il racconto pubblico continuò a concentrarsi sulla staffetta.
È quasi come se il Mondiale di Mazzola fosse stato riscritto attraverso il rapporto con Rivera, invece che attraverso ciò che Mazzola aveva rappresentato per l'Italia.
Eppure il suo bilancio con la Nazionale resta quello di un grande protagonista: 70 presenze, 22 reti, un Europeo vinto e una finale mondiale raggiunta.
Numeri che raccontano una carriera azzurra tutt'altro che secondaria.
Forse il vero tema del caso Mazzola è proprio questo.
Nel calcio esistono partite che finiscono per diventare più importanti di intere stagioni. E dentro quelle partite possono esserci episodi capaci di cambiare la memoria di un giocatore.
Per Mazzola è successo con la staffetta.
La sua carriera con la Nazionale non può essere racchiusa in una sostituzione, così come il suo rapporto con Rivera non può essere ridotto a una competizione per il posto da titolare.
Eppure è proprio quella storia ad aver resistito più di tutte le altre.
Mazzola è stato campione d'Europa, vicecampione del mondo, protagonista della Grande Inter e uno dei grandi calciatori italiani del Novecento. Ma quando si pronuncia il suo nome accanto alla Nazionale, ancora oggi riaffiora inevitabilmente quella domanda: Mazzola o Rivera?
Forse è arrivato il momento di rovesciare la prospettiva.
La domanda non dovrebbe essere più chi dovesse giocare tra i due. Dovremmo piuttosto chiederci perché una generazione capace di produrre contemporaneamente Mazzola e Rivera sia stata ricordata soprattutto attraverso la necessità di scegliere.
Perché Mazzola non fu semplicemente “l'altro”.
Fu uno dei grandi.
E il fatto che oggi lo si ricordi ancora attraverso quella staffetta dice molto più della forza della rivalità narrativa che del valore reale della sua esperienza con la maglia azzurra.