C'è un modo molto semplice per capire se un giovane calciatore è davvero dentro il progetto di una squadra: guardare quanto spesso l'allenatore lo manda in campo.
Le parole di Luciano Spalletti dopo Juventus-NEC hanno aperto una riflessione che va oltre la bella prestazione di Kerim Alajbegovic. Il tecnico bianconero ha definito il classe 2008 un “giovanotto”, sottolineando che ha bisogno di fare esperienza, ma allo stesso tempo lo ha schierato titolare in Europa League. Alajbegovic ha risposto con il primo gol in maglia bianconera e con una prestazione che ha confermato le qualità sulle quali la Juventus ha deciso di investire.
Dall'altra parte c'è il Milan di Ruben Amorim e il caso Francesco Camarda. Il portoghese ha voluto fortemente la permanenza del giovane attaccante e in estate aveva spiegato di credere nel ragazzo, arrivando a dire di volerlo considerare una risorsa importante e non semplicemente la terza alternativa dell'attacco. Eppure, dopo le prime giornate, Camarda aveva ancora zero minuti in campionato.
Due situazioni diverse, certo. Ma anche un confronto inevitabile.
La frase di Spalletti contiene una verità che nel calcio sembra quasi banale: un ragazzo di 18 anni non può essere considerato un giocatore completamente formato.
Alajbegovic deve imparare. Deve conoscere il calcio italiano, adattarsi alle richieste di una squadra come la Juventus, capire quando accelerare e quando rallentare, imparare a giocare sotto pressione. Sono tutte cose che non si possono assimilare soltanto durante gli allenamenti.
Servono le partite.
Ed è proprio qui che il discorso di Spalletti diventa interessante. Il tecnico non dice che Alajbegovic è già pronto a prendersi la Juventus sulle spalle. Dice l'esatto contrario: è un giovane che deve ancora crescere. Ma contemporaneamente gli concede minuti e responsabilità.
Prima il percorso è stato graduale: dopo essere rimasto in panchina contro il Frosinone, il bosniaco ha giocato uno spezzone contro il Parma, poi è partito titolare contro Milan e Sassuolo. Contro il NEC Spalletti lo ha nuovamente scelto dall'inizio e il ragazzo ha trovato anche il gol nel 5-0 della Juventus.
È una sorta di paradosso solo apparente: Alajbegovic deve fare esperienza proprio perché Spalletti lo fa giocare.
Nel calcio italiano esiste da sempre una certa paura nei confronti dei giovani.
Si parla moltissimo della necessità di lanciarli, ma poi arriva la partita importante e spesso prevale la scelta più prudente. Se il ragazzo sbaglia, la domanda diventa immediatamente se fosse davvero pronto. Se invece non viene utilizzato, si parla della necessità di aspettare.
Il rischio è creare un cortocircuito.
Perché un giovane non può dimostrare di essere pronto prima di aver avuto una possibilità reale.
Questo non significa che tutti i diciottenni debbano giocare titolari. Sarebbe una semplificazione altrettanto sbagliata. Significa però che l'esperienza non può essere soltanto un requisito da raggiungere prima di entrare in campo.
In molti casi è proprio il campo a costruirla.
Alajbegovic, per esempio, dopo alcune prestazioni non esaltanti ha continuato a essere considerato da Spalletti. Il tecnico lo ha gestito senza trasformarlo né in un fenomeno già consacrato né in un ragazzo da tenere lontano dalle responsabilità.
E contro il NEC è arrivata una risposta concreta.
Ed è qui che il discorso porta inevitabilmente a Francesco Camarda.
Il Milan ha deciso di puntare sul suo giovane attaccante e Amorim ha avuto un ruolo importante nella scelta di trattenerlo. Lo stesso tecnico portoghese, parlando del ragazzo, ha spiegato di credere molto in lui e di volerlo mettere nelle condizioni di sentirsi importante all'interno della squadra. Amorim aveva anche sottolineato che Camarda avrebbe avuto bisogno di tempo e spazio per crescere.
Il problema è proprio quel secondo elemento: lo spazio.
Dopo le prime tre giornate di Serie A, Camarda non aveva ancora disputato un minuto, rimanendo in panchina contro Torino, Venezia e Juventus.
E allora la domanda diventa inevitabile: come si concilia l'idea di un ragazzo importante per il progetto con l'assenza di minuti?
La risposta non è necessariamente una bocciatura del tecnico.
Amorim ha scelto Gonçalo Ramos come riferimento offensivo e il suo sistema prevede una sola punta centrale. Inoltre, affidarsi a un diciottenne in una squadra che deve ottenere risultati è una scelta che comporta inevitabilmente dei rischi.
Ma proprio per questo il caso Camarda è interessante.
Perché Amorim ha scelto di volerlo, il Milan ha deciso di trattenerlo e il giocatore viene considerato una parte del futuro rossonero. Ora resta da capire quando quel futuro inizierà a diventare presente.
Sarebbe troppo facile trasformare il confronto in una sfida tra un allenatore che valorizza i giovani e uno che invece non lo fa.
Non è questo il punto.
Spalletti stesso sta gestendo Alajbegovic con prudenza. Lo ha definito un ragazzo che deve ancora fare esperienza e non gli ha consegnato automaticamente un posto da titolare. Amorim, dall'altra parte, ha parlato pubblicamente di fiducia e di pazienza nei confronti di Camarda.
La differenza, almeno per ora, è soprattutto nella quantità di campo concessa ai due ragazzi.
E questo cambia molto.
Perché un giovane può imparare dagli allenamenti, dai compagni più esperti e dalle indicazioni dell'allenatore. Ma alcune lezioni arrivano soltanto quando l'arbitro fischia l'inizio.
È in quel momento che scopri come reagisci dopo un errore, come gestisci la pressione, come affronti un avversario più forte, come reagisci quando perdi un pallone importante. Sono esperienze che nessun allenamento può riprodurre completamente.
La questione, quindi, non è se Camarda debba essere titolare nel Milan.
Non lo è.
E non è nemmeno se Alajbegovic debba esserlo nella Juventus.
Il punto è un altro: quanto deve essere protetto un giovane talento prima che la protezione diventi un limite alla sua crescita?
La Juventus sembra aver scelto una strada progressiva. Alajbegovic non è stato catapultato immediatamente in tutte le partite, ma nemmeno tenuto fuori dal progetto. Spalletti lo ha inserito poco alla volta, gli ha dato fiducia e lo ha messo nella condizione di commettere anche qualche errore.
Il Milan, con Camarda, sembra avere imboccato per ora una strada più prudente.
E non è detto che sia una scelta sbagliata. Potrebbe semplicemente essere una strategia legata alle gerarchie, al sistema di gioco e alla necessità di trovare il momento giusto.
Ma prima o poi il momento dovrà arrivare.
Perché c'è una differenza sostanziale tra dire a un giovane “sei importante per noi” e metterlo realmente nella condizione di dimostrarlo.
Alla fine il confronto tra Juventus e Milan racconta qualcosa che riguarda l'intero calcio italiano.
Tutti vogliono i giovani, soprattutto quando sono talentuosi. Tutti vogliono valorizzare il patrimonio dei settori giovanili. Tutti parlano di progettualità.
Poi però arriva la partita.
Ed è lì che si capisce quanto un progetto sia disposto a rischiare sul futuro.
Spalletti, dopo il successo contro il NEC, ha ribadito che Alajbegovic deve ancora fare esperienza. Ma quella frase assume un significato particolare proprio perché il ragazzo quell'esperienza la sta facendo sul campo.
Camarda, invece, aspetta ancora che le parole di fiducia di Amorim si trasformino in minuti.
Forse è troppo presto per trarre conclusioni. La stagione è appena iniziata e un giovane non può essere giudicato da poche presenze, così come non può essere giudicato dalla panchina.
Ma la domanda resta ed è probabilmente quella più importante: se un ragazzo deve fare esperienza per crescere, non è proprio il campo il posto in cui deve iniziare a farla?
La Juventus, con Alajbegovic, sembra aver risposto di sì.
Il Milan di Amorim deve ancora dare la propria risposta con Camarda.