Tra i banchi di Palazzo Madama circola ormai una lettura condivisa, sussurrata più che dichiarata: il presidente del Senato lavorerebbe in stretto raccordo con la premier, testando il terreno sui dossier più delicati prima ancora che diventino ufficiali. Una dinamica che non sfugge nemmeno ai parlamentari di Fratelli d'Italia, abituati a osservare il rinnovato protagonismo della seconda carica dello Stato su più fronti contemporaneamente: Milano, legge elettorale, preferenze, ipotesi di voto anticipato.
Il primo indizio di questo ruolo risale al caso Santanché, l'ex ministra costretta alle dimissioni dopo la sconfitta referendaria: un passo indietro atteso da tempo da Meloni, sbloccato con pazienza diplomatica proprio grazie a un rapporto di lunga data tra i due. Un episodio che, secondo diversi meloniani, avrebbe consolidato una funzione più ampia: quella di facilitatore capace di sciogliere nodi che altrimenti resterebbero incancreniti.
Il caso più istruttivo riguarda però la legge elettorale, approvata al Senato dopo un percorso tutt'altro che lineare, con una bocciatura a voto segreto alla Camera che ha reso necessaria una gestione particolarmente delicata a Palazzo Madama. Sono passate le preferenze light, con capolista bloccato e listino a sei nomi: un esito che Tajani e Salvini accolgono con soddisfazione, pur con qualche riserva di fondo. Ma la premier avrebbe preferito un traguardo diverso. Quando il Pd ha messo sul tavolo un emendamento per le preferenze totali a scorrimento semplice, dentro Fratelli d'Italia l'interesse è stato immediato, e Meloni ha provato a spingere Lega e Forza Italia verso quella soluzione. Il problema era tutto tecnico: il termine per i subemendamenti era già scaduto. L'unico in grado di prorogarlo di qualche giorno sedeva proprio alla presidenza del Senato, e in raccordo con Palazzo Chigi ha riaperto quella finestra, permettendo ai dem di depositare la modifica. Ne sarebbe nato un momento di forte tensione con azzurri e leghisti, con la proposta poi naufragata nel merito ma capace comunque di lanciare un segnale politico chiaro sulle reali intenzioni della premier.
La domanda circolata anche in ambienti dem, su chi stia davvero muovendo i fili di questo attivismo, trova una risposta univoca tra chi conosce da tempo il presidente del Senato: un asse con Palazzo Chigi costruito in anni di militanza condivisa, ben prima dell'attuale stagione di governo.
Dentro Fratelli d'Italia si consolida la convinzione che si voterà tra aprile e maggio, abbinando le urne politiche alle comunali. Roma, Torino, Napoli e Bologna appaiono già in salita per il centrodestra, mentre Milano resta una partita più aperta, complici le divisioni nel campo avversario. Nel frattempo, però, serve far percepire agli alleati più cauti che i tempi si stanno stringendo: sia Tajani sia, soprattutto, Salvini spingerebbero per allungare la legislatura, nella speranza di recuperare consenso e assorbire l'emorragia di voti legata al fenomeno Vannacci. Posizione ribadita pubblicamente dal leader della Lega dopo essere stata espressa anche in colloqui riservati con la premier. Meloni, dal canto suo, sembrerebbe orientata nella direzione opposta, mentre resta ferma la contrarietà di vertice a qualsiasi alleanza organica con il generale.
A rafforzare questa lettura ci ha pensato lo stesso presidente del Senato, che di recente a Milano ha ricordato come un voto a settembre non abbia precedenti, definendo un'anomalia il precedente del 2022, e lasciando intendere la possibilità di elezioni anticipate di qualche mese rispetto alla scadenza naturale d'autunno 2027, complice l'incombere della manovra di bilancio. Una posizione poi ammorbidita nelle ore successive, con l'ipotesi più probabile ricondotta al termine naturale della legislatura.
Sul dossier milanese, tuttavia, il presidente del Senato conserverebbe un margine di manovra proprio, testimoniato dal pressing su Maurizio Lupi come candidato, opzione che non convince pienamente né Lega né Forza Italia, orientata piuttosto su un altro profilo legato al mondo della Difesa. Le difficoltà maggiori, però, arriverebbero non tanto dagli alleati quanto dalle divisioni interne allo stesso Fratelli d'Italia meneghino, tra generazioni e sensibilità diverse ancora da comporre.