La Serie A non cambia mai davvero. Cambiano gli allenatori, cambiano le squadre, cambiano gli obiettivi e ogni estate si ricomincia a parlare di progetti, programmazione e nuove idee. Poi bastano poche giornate e il calcio italiano torna alla sua vecchia abitudine: il tempo concesso agli allenatori si misura in partite, non in mesi.
La stagione 2026/27 ne è già una dimostrazione. Fabio Grosso è stato esonerato dalla Fiorentina dopo appena tre giornate, a quota zero punti. Pochi giorni più tardi è arrivato il turno di Domenico Tedesco: il Bologna ha deciso di interrompere il rapporto dopo quattro partite e un solo punto conquistato. Si tratta dei primi due cambi di panchina del campionato e, soprattutto, di due tecnici arrivati sulle rispettive panchine appena pochi mesi prima.
Due esoneri così ravvicinati fanno nascere una domanda che va oltre Grosso e Tedesco: perché in Serie A gli allenatori durano così poco?
C'è una contraddizione che accompagna il calcio italiano da anni.
In estate si parla di progetti. Si scelgono gli allenatori perché rappresentano un'idea, una filosofia, un modo diverso di costruire la squadra. Si firmano contratti pluriennali, si presenta il nuovo tecnico come una figura centrale del percorso e si chiede pazienza all'ambiente.
Poi comincia il campionato.
E la pazienza improvvisamente diventa molto più corta.
Grosso era arrivato alla Fiorentina a giugno, scelto per avviare un progetto di rilancio dopo una stagione complicata. La società aveva investito profondamente sul mercato, con una rosa molto cambiata rispetto all'anno precedente. Dopo tre sconfitte, però, quel percorso è stato interrotto.
Tedesco era arrivato al Bologna in estate con un contratto fino al 2028 e l'idea di inaugurare un nuovo ciclo. Tre mesi dopo, il rapporto è già terminato.
La domanda allora diventa inevitabile: quanto è davvero un progetto se può essere messo in discussione prima ancora di arrivare al primo autunno?
La risposta non può essere semplicemente sì oppure no.
Tre o quattro partite possono dire molto. Possono evidenziare problemi di equilibrio, difficoltà tattiche, una squadra che non reagisce, un rapporto che non funziona oppure una distanza evidente tra le aspettative della società e quello che sta accadendo sul campo.
Ma possono anche dire poco.
Una squadra nuova deve assimilare un sistema di gioco. I nuovi acquisti devono inserirsi. Un allenatore deve conoscere il gruppo. Alcuni giocatori possono avere bisogno di tempo per adattarsi a compiti differenti. E il calendario può incidere parecchio sulla valutazione iniziale.
Il Bologna, per esempio, aveva affrontato Lazio, Atalanta, Sassuolo e Napoli nelle prime quattro giornate: un avvio tutt'altro che banale. Il bilancio di Tedesco è stato comunque di un solo punto, ma il club ha valutato anche ciò che la squadra mostrava al di là della classifica.
E qui sta la differenza.
Non sono necessariamente le tre sconfitte a far saltare un allenatore. È quello che la società vede dentro quelle tre sconfitte.
Questo è probabilmente il punto centrale.
Un allenatore può perdere tre partite e conservare la fiducia se la società vede una squadra che sta crescendo. Può perdere anche quattro partite se esiste la convinzione che il lavoro quotidiano stia portando da qualche parte.
Il campanello d'allarme scatta quando invece comincia a mancare una risposta alla domanda più importante: come usciamo da questa situazione?
Nel caso del Bologna, il club ha ritenuto che non fosse sufficiente aspettare la partita contro il Torino. Tedesco ha lasciato la panchina dopo un confronto con la dirigenza nel quale, secondo le ricostruzioni, sono emersi dubbi sulla possibilità di invertire rapidamente la rotta. Il Bologna ha quindi scelto di cambiare prima che la crisi diventasse ancora più profonda.
È una distinzione importante.
Perché se l'esonero fosse legato esclusivamente al risultato, si potrebbe parlare di semplice isteria da classifica. Se invece dietro ci sono valutazioni sull'identità della squadra e sulla possibilità concreta di correggere il percorso, la decisione assume un'altra logica.
Forse il problema della Serie A non è soltanto che gli allenatori vengano esonerati presto.
È che il risultato è diventato il modo più rapido per giudicare un lavoro che rapido non è.
Una squadra può avere bisogno di settimane per costruire automatismi. Una società, però, deve anche rispondere ai propri tifosi, agli investimenti fatti e agli obiettivi dichiarati.
Ed è qui che nasce il cortocircuito.
L'allenatore chiede tempo per costruire.
La società concede tempo finché i risultati non diventano troppo pesanti.
I tifosi chiedono risposte immediate.
I giocatori devono adattarsi.
E nel frattempo la classifica corre.
Alla fine, il progetto rischia di essere giudicato prima ancora di aver avuto la possibilità di svilupparsi completamente.
C'è però un altro aspetto spesso dimenticato.
Cambiare allenatore non significa semplicemente sostituire una persona con un'altra. Significa modificare nuovamente idee, metodi di allenamento, gerarchie e principi di gioco.
Il nuovo tecnico deve conoscere la rosa, capire i giocatori, scegliere gli interpreti e introdurre le proprie idee.
In altre parole, il tempo che una società non ha voluto concedere al primo allenatore deve essere concesso al secondo.
Ed è qui che il meccanismo rischia di diventare circolare.
Si cambia perché il progetto non funziona abbastanza velocemente. Poi si chiede al nuovo allenatore di risolvere rapidamente i problemi lasciati dal precedente.
Se non ci riesce, il conto alla rovescia può ripartire.
È importante non mettere sullo stesso piano le due situazioni.
La Fiorentina ha iniziato il campionato con tre sconfitte consecutive e zero punti, mentre il Bologna ha raccolto un pareggio e tre sconfitte. Anche le condizioni delle due squadre, le aspettative e i rispettivi percorsi societari sono differenti.
Ma c'è un elemento comune: entrambi gli allenatori erano stati scelti durante l'estate e sono stati giudicati prima ancora che il nuovo campionato avesse realmente preso forma.
Questo è il dato che fa riflettere.
Non si tratta di stabilire se Grosso o Tedesco avrebbero dovuto essere confermati. Le società hanno fatto le proprie valutazioni e le hanno trasformate in decisioni.
Il tema è più ampio: perché un allenatore viene scelto come parte di un progetto a giugno e può diventare incompatibile con quel progetto già a settembre?
È qui che la vicenda diventa interessante.
Forse non è corretto dire semplicemente che in Italia non esiste pazienza. Esistono società che costruiscono davvero percorsi lunghi e altre che cambiano rapidamente quando ritengono che la direzione sia sbagliata.
Il problema nasce quando utilizziamo la parola "progetto" per descrivere entrambe le situazioni.
Perché un progetto dovrebbe prevedere anche gli errori, gli adattamenti, le difficoltà e soprattutto la possibilità di un avvio negativo.
Se invece la prima crisi comporta immediatamente la sostituzione dell'allenatore, allora forse non siamo davanti a un progetto nel senso tradizionale del termine.
Siamo davanti a una scommessa.
E una scommessa può essere persa molto rapidamente.
La Serie A non si smentisce: il tempo è già finito per due allenatori
La stagione è appena cominciata e già due panchine sono cambiate. Il Bologna ha ufficializzato l'esonero di Tedesco e l'ingaggio di Palladino, che ha firmato fino al 2029; la Fiorentina aveva già sostituito Grosso con Paolo Vanoli.
Non sappiamo se questi cambi produrranno risultati migliori. E non è questo il punto.
Il punto è che la Serie A ha già dimostrato ancora una volta quanto sia sottile il confine tra “diamo vita a un nuovo progetto” e “questo progetto non funziona”.
A volte bastano tre partite.
A volte quattro.
E allora la domanda non è soltanto perché gli allenatori durino così poco.
La domanda vera è un'altra: se sappiamo già che in Serie A il tempo può finire dopo poche giornate, perché continuiamo a presentare ogni nuova panchina come l'inizio di un progetto a lungo termine?
Forse è proprio questa la contraddizione più grande del calcio italiano: tutti chiedono tempo per costruire, ma quasi nessuno sembra più disposto ad aspettare che la costruzione inizi davvero.