Al Nazareno la chiamano tregua, ma nella sostanza somiglia molto più a un rinvio dell'esecuzione. I big del partito hanno trovato un'intesa con Elly Schlein che le concede ancora qualche mese di segreteria, il tempo necessario per capire come andranno le cose. In cambio, le correnti che finora l'hanno sostenuta si portano a casa un pegno tutt'altro che simbolico: mano libera, in autonomia, sulla costruzione delle candidature nei collegi vincenti, per una quota che definire generosa sarebbe riduttivo.
Il patto, spogliato di ogni ambiguità diplomatica, si riduce a una formula binaria: alla fine della prossima legislatura Schlein sarà a Palazzo Chigi oppure sarà fuori dai giochi. Non esistono scenari intermedi. La partita politica resta interamente sulle sue spalle, ma il verdetto lo darà l'urna delle primarie, non la benevolenza dei suoi alleati interni.
Il punto più scomodo, quello che a Schlein viene fatto capire senza troppi giri di parole, è che l'alleanza con il centrosinistra à la Conte vale più della sua persona. Se le primarie contro il leader M5s dovessero andare male, sarebbe lei a fare le valigie, non la coalizione a spaccarsi per difenderla. Superare la soglia psicologica del 22%, eleggere una pattuglia consistente di parlamentari, e se possibile arrivare al governo per spartirsi le nomine: questo l'obiettivo condiviso. Chi guiderà Palazzo Chigi, in fondo, interessa relativamente.
C'è poi un problema di postura politica che si è consumato negli ultimi anni. Chi guida oggi il Pd non può più vendersi come la novità capace di parlare a tutto l'arco progressista, da Renzi ai Cinquestelle: quegli stessi soggetti sono ora alleati necessari nella battaglia contro Meloni, e attaccarli diventa quindi impossibile. L'immagine di leader senza padrini e senza compromessi, un tempo carta vincente, oggi rende semplicemente meno maneggevole la tattica delle alleanze.
Per allargare il bacino elettorale oltre lo zoccolo duro serve dare risposte chiare su immigrazione, Ucraina e fisco, terreni su cui la coalizione è spaccata al proprio interno. Ed è proprio lì che la linea più identitaria e radicale rischia di scontrarsi con la necessità di cedere terreno, aprendo a soluzioni di compromesso che non appartengono al copione seguito fino a oggi.
Resta un dato strutturale difficile da scalfire: Fratelli d'Italia continua a essere, e di gran lunga, il primo partito. Arrivare secondi significherebbe per il Pd ammettere di aver perso, almeno in parte, l'ambizione di diventare partito di massa. La strategia dunque si articola in due tempi: prima la resa dei conti interna con Conte, poi la sfida esterna con Meloni. Vincere la prima battaglia non garantisce affatto di vincere anche la seconda.
Al di là dell'esito personale della segretaria, il vero risultato acquisito dalla dirigenza dem è un altro: un ulteriore giro di giostra per l'intera legislatura 2027-2032, con le correnti che si sono auto-promosse e hanno garantito la propria sopravvivenza ben oltre la parabola politica di chi oggi guida il partito. Un'organizzazione che resta in vita più per gli equilibri interni tra famiglie e capicorrente che per una visione condivisa. E anche su questo fronte, nemmeno la gestione Schlein è riuscita a incidere davvero: ha tenuto insieme i pezzi, ma quello che lascerà in eredità rischia di somigliare parecchio a quello che aveva trovato al suo arrivo.