C'è una domanda che, dopo il 3-2 incassato dal Sassuolo, comincia a diventare inevitabile: la Juventus sta davvero migliorando oppure sta semplicemente cambiando ancora una volta? Perché le due cose non sono affatto la stessa cosa.
La Juventus aveva cominciato la stagione con l'idea di voltare pagina. Un nuovo allenatore, Luciano Spalletti, una rosa profondamente modificata, un mercato importante e la volontà dichiarata di tornare a essere protagonista nella corsa allo scudetto. Poi è arrivata la sconfitta di Reggio Emilia e, insieme al risultato, sono tornati alcuni interrogativi che sembravano appartenere al passato.
Il problema, allora, non è soltanto aver perso una partita.
Il problema è capire perché una Juventus che avrebbe dovuto essere più forte rischia di sembrare ancora alla ricerca di se stessa.
E qui il dubbio diventa inevitabile: il problema è il progetto oppure è Spalletti?
Partiamo da un punto che sarebbe sbagliato ignorare: la Juventus non è la stessa squadra delle stagioni precedenti.
La società ha investito, ha cambiato uomini, ha cercato di correggere alcuni limiti e ha messo a disposizione dell'allenatore una rosa che, almeno sulla carta, offre più soluzioni.
Ma il calcio non si gioca sulla carta.
Avere più giocatori di qualità non significa automaticamente avere una squadra più forte. Anzi, in alcuni casi può accadere esattamente il contrario: aumentano le alternative, ma aumentano anche i problemi da risolvere.
Chi gioca? Chi resta fuori? Qual è il sistema migliore? Quali sono le gerarchie? Quali caratteristiche devono avere i centrocampisti? Dove deve essere utilizzato il giocatore più importante?
Sono domande che ogni allenatore deve affrontare.
Ma se continuano a essere senza risposta anche dopo diverse partite, allora il dubbio diventa legittimo.
La Juventus non ha bisogno soltanto di buoni giocatori. Ha bisogno di un'idea che li faccia rendere meglio insieme.
Luciano Spalletti non può essere considerato un tecnico qualsiasi.
È stato scelto proprio perché alla Juventus serviva un allenatore capace di dare un'identità, di organizzare una squadra e soprattutto di valorizzare una rosa che, per caratteristiche, presenta parecchie possibilità.
Ed è per questo che il suo lavoro va inevitabilmente giudicato.
Non oggi, non dopo una singola sconfitta e nemmeno dopo poche giornate. Ma il percorso dovrà essere leggibile.
Spalletti dovrà dimostrare che la Juventus può diventare una squadra riconoscibile, capace di giocare le partite secondo una logica e non soltanto affidandosi alle qualità individuali.
Perché se la Juventus continua a concedere, soffrire e complicarsi la vita, allora non si potrà sempre rispondere che serve tempo.
Il tempo serve, certamente.
Ma deve produrre segnali.
E il compito dell'allenatore è proprio quello di trasformare il tempo in crescita.
E qui arriviamo all'altra faccia della questione.
Perché sarebbe troppo semplice attribuire tutto a Spalletti.
Un allenatore può migliorare una squadra, ma non può cancellare in poche settimane le conseguenze di una programmazione sbagliata.
La Juventus negli ultimi anni ha cambiato molto. Troppo, forse.
Allenatori diversi, dirigenti diversi, strategie diverse, giocatori acquistati per idee differenti e poi rivalutati o messi da parte con l'arrivo della gestione successiva.
Il rischio è quello di trovarsi ancora una volta davanti a una rosa composta da tanti elementi interessanti ma non necessariamente costruita secondo una sola idea.
Ed è proprio qui che bisogna giudicare il progetto.
La Juventus è stata costruita per Spalletti o Spalletti deve adattarsi a una Juventus costruita prima di lui?
La risposta a questa domanda può cambiare completamente il giudizio sulla stagione.
Se la società ha finalmente costruito una rosa coerente con le esigenze dell'allenatore, allora Spalletti deve trovare rapidamente il modo di farla funzionare.
Se invece il tecnico si è ritrovato a dover assemblare giocatori arrivati per logiche differenti, allora parte della responsabilità deve inevitabilmente ricadere su chi ha costruito la squadra.
C'è poi una tentazione pericolosa: utilizzare il mercato come giustificazione permanente.
"Servono altri giocatori".
"Quello non è adatto".
"Bisogna aspettare il prossimo acquisto".
È una strada che la Juventus conosce fin troppo bene.
Ogni volta che qualcosa non funziona, si rischia di pensare che la soluzione sia aggiungere un altro elemento.
Ma una grande squadra non può essere costruita all'infinito.
Prima o poi bisogna fermarsi e lavorare con quello che si ha.
Spalletti deve quindi dimostrare di riuscire a migliorare i giocatori già presenti nella rosa. Deve far crescere il gruppo, trovare le combinazioni giuste e soprattutto ridurre quella sensazione di provvisorietà che ha accompagnato la Juventus negli ultimi anni.
Perché se ogni problema viene risolto immaginando un nuovo acquisto, allora il progetto non diventa mai veramente un progetto.
Diventa un cantiere permanente.
Il 3-2 contro il Sassuolo non può essere utilizzato per stabilire che la Juventus sia una squadra sbagliata.
Sarebbe assurdo.
La stagione è ancora lunghissima e ci saranno momenti per recuperare punti, cambiare uomini, correggere errori e trovare nuovi equilibri.
Ma proprio perché la partita non è una sentenza, può essere analizzata per quello che rappresenta: un campanello d'allarme.
La Juventus ha avuto la possibilità di confermare il percorso positivo iniziale e invece ha lasciato per strada punti contro una squadra che, almeno per ambizioni e investimenti, non dovrebbe avere lo stesso peso specifico dei bianconeri.
Il problema non è perdere.
Il problema è quando una sconfitta fa riemergere interrogativi che pensavi di aver già superato.
Ed è questo che deve preoccupare la Juventus.
Forse la verità sta nel mezzo.
Spalletti deve assumersi le proprie responsabilità. È stato scelto per allenare questa squadra e per farla crescere. Non può nascondersi dietro la complessità del progetto.
Ma anche la società deve fare la propria parte.
Non può chiedere all'allenatore di risolvere ogni problema della Juventus.
Se la rosa non è equilibrata, se mancano determinate caratteristiche, se alcuni giocatori non sono funzionali al sistema e se il progetto tecnico non è perfettamente coerente, allora la responsabilità non può essere scaricata esclusivamente sulla panchina.
Una squadra è il risultato di tante decisioni.
Di chi compra.
Di chi vende.
Di chi sceglie l'allenatore.
Di chi costruisce la rosa.
E infine di chi la allena.
È presto per dire che la Juventus ha sbagliato progetto.
È presto anche per dire che Spalletti non sia l'uomo giusto.
Ma non è presto per cominciare a fare domande.
Anzi, è proprio questo il momento.
Perché la Juventus non può permettersi un'altra stagione nella quale, a un certo punto, si scopra che il problema era sempre qualcun altro.
Se la squadra non funziona, bisognerà capire se il problema nasce dalla costruzione della rosa oppure dalle scelte dell'allenatore.
Se invece comincerà a crescere, allora sarà proprio Spalletti ad aver dato una risposta sul campo a chi oggi nutre dubbi.
Ed è qui che si giocherà la partita più importante della Juventus.
Non quella contro il Sassuolo.
Non quella della prossima giornata.
Ma quella tra il progetto e l'allenatore.
Perché un progetto serio deve mettere il tecnico nelle condizioni di lavorare. E un grande allenatore deve dimostrare di saper trasformare quelle condizioni in una squadra migliore.
Alla fine, quindi, la domanda resta quella del titolo: Juventus, invece di migliorare peggiori: è il progetto o Spalletti il problema?
La risposta non arriverà da una conferenza stampa e nemmeno dal prossimo acquisto.
Arriverà dal campo.
E soprattutto da una cosa molto semplice: se tra qualche mese la Juventus sarà migliore di quella vista oggi, allora il percorso avrà avuto senso. Se invece continuerà a cambiare senza crescere, qualcuno dovrà spiegare perché.