13 Sep, 2026 - 13:00

Zack Snyder cambia approccio: la svolta "indie" con The Last Photograph

Zack Snyder cambia approccio: la svolta "indie" con The Last Photograph

Per uno che ha costruito una carriera tra supereroi, eserciti digitali, esplosioni e slow motion, Zack Snyder ha scelto un modo decisamente insolito per tornare alle origini.

Con The Last Photograph, il regista ha messo da parte la macchina gigantesca dei blockbuster e ha deciso di lavorare quasi come se fosse tornato ai tempi degli spot e dei videoclip. Niente green screen. Niente video village. Niente enormi troupe.

E soprattutto, niente eserciti di tecnici pronti a trasformare ogni inquadratura in una piccola produzione industriale. Snyder ha persino deciso di essere il direttore della fotografia del film, girando gran parte delle scene a mano libera.

Il risultato è un progetto indipendente inseguito per vent'anni e finalmente realizzato senza uno studio alle spalle. Un film che lo ha portato nel cuore dell'Amazzonia colombiana, dove il regista si è ritrovato anche a girare con la febbre alta. 

The Last Photograph: il film che Snyder ha inseguito per vent'anni

The Last Photograph nasce molto prima dell'attuale fase indipendente di Zack Snyder. Il progetto era stato pensato inizialmente come un thriller di guerra e di spionaggio per Warner Bros., con due protagonisti che in passato erano stati associati a nomi come Sean Penn e Christian Bale.

La tragedia personale legata alla morte della figlia Autumn, l'addio alla Warner Bros. e l'esperienza tormentata di Justice League hanno cambiato profondamente il percorso di Snyder.

Quando il regista ha potuto riappropriarsi dei diritti di The Last Photograph, però, non ha semplicemente recuperato il vecchio progetto, lo ha trasformato.

La storia segue un fotografo di guerra tossicodipendente, sopravvissuto a un massacro che coinvolge un diplomatico e sua moglie. Quando il fratello dell'uomo arriva sulla sua strada, i due intraprendono un viaggio alla ricerca dei figli rapiti della famiglia, allontanandosi progressivamente dalla città e dalla civiltà.

Quello che era nato come un thriller è diventato qualcosa di molto più intimo: una storia sulla morte, sulla redenzione e sul modo in cui le persone possono guardare la stessa realtà attraverso prospettive completamente diverse.

Niente green screen e slow motion: Snyder dietro la cinepresa

Il modo in cui Snyder ha realizzato The Last Photograph è quasi l'opposto della sua reputazione hollywoodiana.

Per il film ha scelto di tornare a fare il direttore della fotografia, un ruolo che aveva già ricoperto agli inizi della sua carriera e al quale era tornato anche con Army of the Dead. La differenza, questa volta, è che non aveva intorno una gigantesca macchina produttiva.

Le riprese sono durate appena 32 giorni, circa la metà rispetto a qualsiasi altro film realizzato dal regista. La troupe arrivava a realizzare una quantità impressionante di inquadrature: il primo giorno, Snyder sostiene di aver completato ben 72 veri allestimenti della macchina da presa.

Per fare un confronto, durante Justice League poteva arrivare a realizzarne appena quattro in una giornata. La maggior parte del film è stata girata a mano libera, con pochissimi carrelli. Niente grandi gru, niente video village e niente delle comodità tipiche delle produzioni di enorme scala.

"C'eravamo solo io e la telecamera, e letteralmente una manciata di persone", ha raccontato Snyder. Una frase che fotografa perfettamente la filosofia del progetto: meno persone, meno filtri, più libertà.

Dalla giungla colombiana a un set senza rete di sicurezza

La svolta indie non è rimasta soltanto una questione di metodo. Snyder l'ha sperimentata sulla propria pelle durante una settimana trascorsa nell'Amazzonia colombiana.

Il regista si trovava nel sud del Paese, nella zona di Leticia, quando durante una giornata di riprese ha iniziato a sentirsi malissimo. Il caldo era soffocante, il sudore gli colava addosso e la situazione è peggiorata fino a quando Snyder ha scoperto di avere il COVID.

Con la telecamera sulla spalla e un film che sentiva profondamente suo, il regista non voleva interrompere il lavoro, anzi. Una volta tornato a Leticia, una donna gli ha offerto persino delle pastiglie per la tosse. La sua reazione è stata chiedersi ironicamente se quelle caramelle fossero davvero la soluzione al problema.

Il dettaglio può sembrare quasi surreale, ma restituisce bene quanto fosse lontana l'esperienza di The Last Photograph dai set dei grandi blockbuster. Qui non c'era un'enorme struttura pronta a sostituire un reparto, cambiare location o riorganizzare rapidamente una giornata di riprese. 

Secondo la moglie e produttrice Deborah Snyder, proprio questa condizione gli ha permesso di recuperare una libertà che le produzioni più grandi gli avevano progressivamente tolto.

La nuova libertà di Snyder

Il punto più interessante della svolta di The Last Photograph non è quindi soltanto il budget ridotto. È il motivo per cui Snyder dice di aver voluto realizzare il film in questo modo.

Secondo il regista, quando si lavora per un grande studio, il film finisce inevitabilmente per essere anche un prodotto. Bisogna pensare al pubblico, al mercato, a ciò che arriverà dopo e, spesso, persino alla possibilità di trasformare una storia in un franchise.

Con The Last Photograph, invece, Snyder sostiene di non aver avuto questo tipo di pressione: "Non stai cercando di vendere qualcosa al pubblico. Stai solo offrendo loro un'esperienza". È una differenza enorme per un regista immerso all'interno delle produzioni più osservate e discusse di Hollywood. 

Questa volta, invece, ha potuto tornare alla domanda più semplice: che film voglio fare? Il risultato sembra essere una sorta di ritorno alle origini, ma senza nostalgia. Tuttavia, il prossimo capitolo della sua carriera dimostra che la parentesi indipendente non significa necessariamente un addio ai blockbuster.

Snyder sta infatti già pensando al suo prossimo progetto legato a una grande proprietà: il remake di Fuga da New York di John Carpenter.

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