Vi è mai capitato di dover sporgere una denuncia? In molti casi, la sensazione che si prova entrando in una caserma dei carabinieri o in un commissariato italiano di polizia è di aver appena fatto ingresso nella terra di nessuno. Desolazione, smarrimento e senso di abbandono ti attanagliano, mentre te ne stai seduto su una sedia pieghevole in plastica, o su una poltroncina rivestita in ecopelle, all’interno di una sala d’attesa dalle pareti ingiallite e senza un sistema di climatizzazione o riscaldamento. Questo almeno nei distretti di periferia. L’accoglienza non è quasi mai cordiale, nemmeno nei casi in cui si è vittime di un crimine. Anzi, dal primo all’ultimo sguardo, c’è sempre un atteggiamento di diffidenza, nel tentativo di scrutare quel tanto che basta a scoprire una magagna. Una qualunque, che serva da pretesto per dubitare, questionare, o che giustifichi un comportamento arrogante e provocatorio da parte dell’agente di turno.
È brutto a dirsi, ma in un luogo neutrale, dove ci si dovrebbe sentire protetti, spesso si finisce per uscirne con l’impressione di aver appena subito un atto vessatorio, seppur tendenzialmente passivo. Te ne torni a casa in silenzio, con dei fogli stropicciati in mano, sentendoti violato come se ti avessero appena fatto una colonscopia. L’impressione disarmante di non essere stato tutelato davvero ti rimane incollata addosso per giorni, come il catrame in una spiaggia inquinata che si attacca alle piante dei piedi o come l’odore di benzina sulle dita, dopo aver fatto il pieno alla macchina con una pompa bucata. Adesso provate a immaginare, invece, di volervi costituire dopo aver commesso un delitto mostruoso e che nessuno vi prenda sul serio. Questo è quel che accade a Paolo Marra (Leonardo Lidi), il protagonista del nuovo lungometraggio diretto dal regista Roberto De Paolis Maino.
Ci troviamo a Roma. Paolo è un uomo sposato che ha passato gli ultimi tre giorni chiuso in casa con la sola compagnia del suo gatto. La moglie è morta, giace senza vita, stesa nella vasca da bagno del loro appartamento in affitto, corredato di cantina. È stato proprio Paolo a ucciderla, l’ha avvelenata come si faceva nell’Ottocento e come si fa tuttora coi topi quando non si riesce a liberarsene. Ebbene, Paolo vuole pagare per il suo gesto atroce e così si reca alla stazione di polizia di zona per confessare il misfatto. Ciò che Paolo ancora non sa è che nessuno sarà disposto ad ascoltarlo.
Il soggetto visionario di Serpenti appartiene al genio dei fratelli D’Innocenzo, che hanno anche scritto la sceneggiatura in collaborazione con Roberto De Paolis Maino. Benché sia ambientato in un’epoca contemporanea, già dalla prima scena, la percezione più immediata che arriva allo spettatore è che la narrazione si trovi sospesa in un tempo imprecisato. La fotografia e la scenografia rimandano senza indugio agli anni Settanta/Ottanta, come spesso accade nelle scelte stilistiche di Damiano e Fabio D’Innocenzo, ma in questo caso credo per esporre implicitamente l’idea di uno Stato vecchio, con un sistema di giustizia fermo da decenni, rimasto immobile nella convinzione di essere così tanto nel giusto da finire per impiccarsi da solo.
La regia puntuale di Roberto De Paolis Maino dirige con maestria un cast di ottimi attori, cucendo addosso a ciascuno di loro un ruolo tragicomico per affrontare un tema difficilissimo, col quale si rischia facilmente di scivolare nella retorica spicciola. Serpenti è un film sul femminicidio, dove il femminicidio non esiste. La vittima, una donna, non c’è. Non sappiamo nulla di lei, neppure che faccia abbia o perché sia stata uccisa. Al centro della storia c’è ancora una volta un uomo, conosciamo soltanto lui, e a un certo punto riesce pure inspiegabilmente a diventare egli stesso la vittima. Del resto, come spesso accade nel giornalismo di cronaca nera quando a morire ammazzata è una donna.
Ma Paolo è un uomo che, almeno all’apparenza, vuole essere giudicato e processato per i suoi peccati. Subito. Immediatamente, come a voler mettere a tacere i sensi di colpa e, di conseguenza, anche la voce dell’ormai defunta moglie. Il commissariato in cui trascorre l’intera giornata, però, finisce per trasformarsi in un Purgatorio terreno. Come le anime narrate da Dante nella Divina Commedia, Paolo rimane in uno spazio appeso in attesa che gli venga assegnata la giusta collocazione. Ma mentre il Purgatorio dantesco è una terra di espiazione e di passaggio, quello di Serpenti è un territorio arido e ostile dove lo scorrere del tempo sembra essersi inceppato come per un orologio dalle pile esauste.
Ho apprezzato in particolar modo la recitazione del protagonista, interpretato da Leonardo Lidi, e quella di Alessandro Borghi, molto convincente nel suo ruolo. Un’altra nota positiva va attribuita alle riprese: alcune immagini le ho trovate davvero fantastiche. Tra satira e teatro dell’assurdo, Serpenti si appresta a farsi largo nel panorama cinematografico contemporaneo per lasciare un’impronta originale e difficile da dimenticare. 4,2 stelle su 5.