13 Sep, 2026 - 14:00

Ddl imputabilità minori, don Burgio (Beccaria): "Un passo indietro, così si punisce senza rieducare"

Ddl imputabilità minori, don Burgio (Beccaria): "Un passo indietro, così si punisce senza rieducare"

Il Consiglio dei ministri ha approvato - lo scorso luglio - un disegno di legge rinominato "anti-maranza", che modifica, tra l'altro, l’articolo 98 del Codice penale italiano. Se il Parlamento dovesse approvarlo, cambierebbero le regole sull’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni: la capacità di intendere e di volere, che oggi deve essere accertata dal giudice caso per caso, sarebbe presunta fino a prova contraria, secondo un meccanismo simile a quello previsto per gli adulti. Una proposta che ha acceso il dibattito e che don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penale minorile Beccaria di Milano e fondatore della comunità Kayrós, ha definito "un passo indietro". 

Giustizia minorile in Italia, parla don Burgio

Sul piano pratico, secondo don Claudio Burgio, la modifica prevista dal ddl avrebbe una portata limitata, dal momento che "i casi di non imputabilità sono ad oggi davvero pochi, pochissimi". Il punto è un altro: "Andrebbe a intaccare il modo in cui è intesa la giustizia minorile".

Una giustizia che il sacerdote definisce "all'avanguardia in Italia" e che si fonda innanzitutto sul riconoscimento della differenza tra un minorenne e un adulto. Da qui la sua definizione della riforma come "un passo indietro": "Sotto l'idea del 'chi sbaglia paga' si cela l'idea che un minorenne sia al pari dell'adulto", e quindi imputabile sempre e comunque.

Secondo Burgio, una simile impostazione rischia di non tenere conto del diverso grado di maturità e consapevolezza dei ragazzi. "I minori sono comunque soggetti fragili. Soggetti che per quanto possano sbagliare, anche a volte gravemente, non sono sempre così capaci di intendere e di volere, così già adulti e maturi da capire", ha spiegato. 

Una considerazione che lega a doppio filo alla propria esperienza quotidiana con i ragazzi del Beccaria: "Purtroppo, è triste dirlo, ma molti non hanno la minima consapevolezza della gravità dei loro reati". Ciò non significa sottrarli alle proprie responsabilità, precisa: "Devono essere giudicati", ma senza che si perdano di vista anche "gli aspetti psicologici e familiari". 

Il contesto familiare e sociale di provenienza

"Il contesto familiare e sociale di provenienza è tutto", secondo don Burgio. Al Beccaria, racconta "arrivano ragazzi con storie e condizioni molto diverse", e per comprenderli fino in fondo bisogna guardare a ciò che hanno vissuto prima di varcare la soglia.

Ci sono, ad esempio, "minori stranieri non accompagnati", molti dei quali "hanno attraversato la Libia e hanno avuto veri e propri traumi da migrazione, richiedendo quindi un aiuto dal punto di vista psicologico, etnopsicologico e, in alcuni casi, perfino psichiatrico".

Il disagio, sottolinea, non riguarda però solo chi proviene da contesti di marginalità economica. "Ci sono anche tanti ragazzi italiani, a volte provenienti da famiglie benestanti". A incidere, in questi casi, è soprattutto "l'ambiente, la cultura in senso lato".

"Sono ragazzi che respirano l'idea che per valere, per essere qualcuno, bisogna possedere, avere soldi, performare. Ragazzi che non sono mai stati educati al rapporto gratuito con l'altro". E che di conseguenza mostrano una profonda mancanza di empatia.

"Ci vuole fermezza, ma anche educazione" 

"Ci vuole fermezza, i reati sono reati", chiarisce don Burgio. Ma allo stesso tempo "ci vuole anche un'intensa attività di educazione" e prevenzione: bisogna lavorare sulle cause, sugli ostacoli. Il rischio, spiega, è puntare tutto sulla coercizione come strumento per scoraggiare i reati: "Si pensa che la giustizia rigida faccia in qualche modo da deterrente", ma "non è mai stato così. Anzi, il carcere incattivisce i ragazzi".

A renderne più difficile il recupero è spesso la carenza di alternative sul territorio, comunità di accoglienza che possano prenderli in carico e "accompagnarli in un cammino concreto di riabilitazione", proprio come fa Kayros. Esempio fra tutti è quello di Daniel Zaccaro, "entrato in carcere per rapine in banca e poi ospitato in comunità. È riuscito a cambiare vita, si è laureato e oggi è uno dei nostri educatori".

"Ci sono anche le storie tristi, storie che in questo momento non sono arrivate a un cambiamento", conclude don Burgio. Ma sono proprio quelle storie a cui va data una possibilità. "I vissuti dei ragazzi interpellano anche me come adulto. Ciò che penso è che non dobbiamo vivere con ansia il passaggio intergenerazionale. A volte le provocazioni dei giovani sono anche un utile strumento di crescita per noi. A me è successo esattamente così".

L'intervista integrale a don Claudio Burgio sul canale Youtube di Tag24. 

LEGGI ANCHE