09 Sep, 2026 - 15:14

In Iran il dramma delle gemelle: Taraneh condannata all'impiccagione per salvare la sorella dallo stupro

In Iran il dramma delle gemelle: Taraneh condannata all'impiccagione per salvare la sorella dallo stupro

Nemmeno le crescenti tensioni geopolitiche e le ombre di un conflitto con gli Stati Uniti riescono a fermare la mano del boia a Teheran. Mentre l'attenzione della diplomazia internazionale e dei media globali si concentra sulle grandi crisi regionali, la Repubblica Islamica continua a erigere patiboli a ritmo serrato, dimostrando che la repressione interna e il terrore di Stato rimangono il pilastro fondamentale per la propria sopravvivenza. Se la teocrazia usa il cappio come strumento supremo per congelare la paura nelle vene di un intero popolo, la vicenda delle gemelle ventenni Taraneh e Romina Rahimi smaschera la profonda debolezza morale di un regime che ha paura dei suoi stessi giovani e che non potrà mai soffocarne la sete inestinguibile di libertà.

In Italia, in queste ore, la mobilitazione stenta a spegnersi: diversi sit-in sono stati organizzati davanti all'Ambasciata iraniana a Roma per chiedere a gran voce l'immediato annullamento delle condanne e il rilascio delle due ragazze. Ci si augura con forza che questa volta la risposta delle istituzioni occidentali non si riduca alla solita passerella mediatica o a sterile propaganda, come purtroppo è già accaduto per troppe tragiche vicende iraniane, accese nei riflettori per qualche giorno e poi colpevolmente dimenticate, ma che sia giunto finalmente il momento di compiere passi diplomatici concreti per sostenere un popolo straordinario e affrancarlo da una dittatura spietata.

Dentro le prigioni dell'Iran, dove la ferocia veste i panni del formalismo penale per consumare un ennesimo massacro sistematico, la resistenza ha oggi il volto di queste due sorelle di Isfahan.

Vent’anni sono l’età dei sogni, degli studi, delle passioni autentiche, dei progetti sul futuro. Per loro, invece, la giovinezza si è spezzata una notte dello scorso gennaio a Isfahan, durante le proteste che hanno infiammato la città e in particolare l'area di Piazza Shohada. Una notte in cui tutti abbiamo pensato che la libertà fosse vicina.

Uomini delle forze di sicurezza in borghese, con il volto coperto da passamontagna, hanno fatto irruzione nella loro abitazione, devastando ogni stanza, confiscando telefoni e dispositivi elettronici e trascinando via le due sorelle incappucciate, senza mostrare un mandato né fornire spiegazioni formali.

Da quella notte si è spalancato un calvario disumano. Per oltre quattro mesi, il regime ha inghiottito Taraneh e Romina nell'abisso della sparizione forzata. Quattro mesi durante i quali la madre, Marzieh Nourmohammadi, sola guida e punto di riferimento della famiglia, ha vagato senza sosta tra procure, commissariati e uffici giudiziari, incontrando soltanto un muro di omertà e rifiuto. 

Nelle celle d'isolamento di un centro di detenzione di sicurezza si consumava intanto la brutalità degli interrogatori: volti sfigurati dalle percosse, gomiti, nocche e piedi fratturati, e capelli strappati a ciuffi dalle guardie nel tentativo spietato di estorcere confessioni inventate con cui accusarle di reati contro la sicurezza nazionale.

Quando la madre è riuscita a vederle per la prima volta, in occasione del loro trasferimento nel carcere femminile di Dowlatabad a Isfahan, la scena è stata devastante. I corpi delle sue figlie erano talmente martoriati da renderle irriconoscibili; Marzieh ne ha avuto certezza soltanto nel momento in cui ha udito il suono delle loro voci. È in quell'inferno che si è compiuto un atto d'amore supremo e terribile: davanti alla minaccia esplicita degli aguzzini di sottoporre Romina a violenza sessuale, Taraneh ha scelto di accollarsi colpe mai commesse, firmando verbali autoaccusatori pur di salvare la sorella dallo stupro. A causa dei continui pestaggi e delle lesioni mai curate, Taraneh ha persino perso temporaneamente la capacità di camminare.

Ciò che è seguito è la solita farsa giudiziaria messa in scena dai Tribunali Rivoluzionari. Nel corso di un dibattimento a porte chiuse, dopo che gli avvocati di fiducia scelti dalla famiglia sono stati cacciati dall'aula e impediti di consultare gli atti, i giudici hanno completamente ignorato la deposizione di Taraneh, che ha trovato il coraggio di denunciare le torture subite e di ritrattare ogni firma estorta con la forza.

Ma la sentenza del tribunale è stata spietata e immediata, Taraneh Rahimi è stata condannata alla pena di morte per impiccagione con le accuse pretestuose di Moharebeh ("guerra contro Dio") ed Efsad-fil-Arz ("corruzione sulla Terra"). Mentre Romina Rahimi è stata condannata a 25 anni di reclusione per presunta minaccia alla sicurezza nazionale e partecipazione ad assemblee illegali.

In assenza di prove materiali, filmati o riscontri oggettivi, le condanne poggiate su ammissioni estratte con la forza mostrano il vero volto della giustizia teocratica. "Cercano solo persone da impiccare", urlano nella disperazione i familiari delle vittime. 

Taraneh si trova ora nel braccio della morte del carcere di Dowlatabad in attesa del pronunciamento della Corte Suprema, esposta al rischio costante di un'esecuzione imminente e a porte chiuse. Ma mentre il regime continua a usare il patibolo per congelare l'opposizione sociale, la storia di Taraneh e Romina continua a valicare le mura delle prigioni e i confini nazionali, ricordando al mondo che il sacrificio e la sete di libertà di una generazione non si potranno mai spegnere davanti all'ombra del boia.

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