Bastano poche parole di Enzo Maresca, pronunciate alla vigilia del debutto in Champions League con il Manchester City contro il Porto, per aprire una riflessione che va ben oltre la partita e il confronto con Francesco Farioli. Perché quando un allenatore italiano arriva ai vertici del calcio internazionale e racconta il proprio percorso, è difficile non chiedersi se quella crescita sarebbe stata la stessa rimanendo in Italia.
Maresca ha spiegato di essersi comportato all’estero come aveva fatto in passato con Leicester e Chelsea: ripartire da zero, accettare di dover imparare e soprattutto riconoscere gli errori. Poi la frase che fa discutere:
Un concetto che contiene una verità interessante: per migliorare, spesso bisogna uscire dall'ambiente nel quale ci si sente più protetti.
Il punto non è stabilire se l’Inghilterra sia migliore dell’Italia in assoluto. Sarebbe una semplificazione. Il punto è capire cosa succede quando un professionista italiano si confronta con un sistema diverso.
Maresca lo ha fatto prima in Inghilterra e poi ai massimi livelli con il Chelsea e oggi con il Manchester City. Ha dovuto confrontarsi con una lingua diversa, un modo differente di comunicare, altre metodologie di lavoro, una cultura calcistica diversa e soprattutto con ambienti nei quali nessuno gli regalava nulla perché fosse italiano.
È proprio questo il passaggio più interessante delle sue parole. All’estero non hai la possibilità di essere semplicemente “quello che eri prima”. Devi dimostrare nuovamente chi sei.
E questo vale per gli allenatori, ma anche per i giocatori, i dirigenti e i giovani tecnici. Quando cambi Paese perdi una parte delle certezze che avevi costruito e sei costretto a rimetterti in discussione.
Maresca lo ha fatto. E, guardando dove è arrivato, evidentemente qualcosa ha funzionato.
La frase dell'ex centrocampista del Palermo può essere letta anche in un altro modo: forse il calcio italiano non ha un problema di talento, ma di ambiente.
È una distinzione fondamentale.
L’Italia continua a produrre allenatori, calciatori e professionisti di livello. Lo dimostra proprio la presenza di Maresca e Farioli su due panchine importanti della Champions League. Due percorsi diversi, due generazioni diverse, ma la stessa capacità di andare fuori e costruirsi una reputazione.
Il problema arriva quando bisogna concedere tempo, fiducia e responsabilità.
In Italia spesso il risultato immediato pesa tantissimo. Un allenatore viene giudicato dopo poche partite, un giovane dopo due prestazioni negative rischia di finire in panchina, un'idea tattica viene messa in discussione appena arrivano le prime difficoltà.
All'estero, in diversi contesti, sembra esserci una maggiore disponibilità ad accettare l'errore come parte del percorso.
Non significa che in Inghilterra, Spagna o Germania nessuno venga criticato. Significa semplicemente che l'errore può essere considerato un passaggio della crescita e non necessariamente una sentenza definitiva.
Ed è probabilmente questo uno dei significati più profondi delle parole di Maresca.
C'è poi un altro aspetto che spesso viene sottovalutato.
Andare all'estero significa imparare a perdere.
Perdere una partita, sbagliare una scelta, ricevere una critica, affrontare un momento difficile senza avere immediatamente intorno il proprio ambiente abituale. Significa scoprire che quello che funzionava prima potrebbe non funzionare più.
È esattamente ciò che Maresca racconta quando parla della necessità di “cominciare da zero” e di imparare dagli errori.
In Italia, invece, spesso cerchiamo di evitare l'errore. Eppure è proprio attraverso l'errore che un allenatore costruisce la propria identità.
Maresca non sarebbe probabilmente arrivato al Manchester City se non avesse attraversato anche le difficoltà del percorso. Il punto non è essere perfetti: è capire cosa fare dopo aver sbagliato.
Il confronto con Francesco Farioli rende tutto ancora più interessante.
Maresca e Farioli si ritroveranno uno contro l'altro in Champions League, ma rappresentano soprattutto due storie che raccontano quanto il calcio italiano abbia bisogno di esportare le proprie competenze. Maresca ha costruito una parte importante della sua carriera all'estero, mentre Farioli ha seguito una strada altrettanto internazionale.
E allora la domanda diventa inevitabile: se due allenatori italiani hanno trovato fuori dai nostri confini l'ambiente ideale per crescere, forse qualcosa dovremmo chiederci?
Non necessariamente perché all'estero sia tutto migliore. Ma perché spesso, lontano da casa, si è obbligati a cambiare prospettiva.
E cambiare prospettiva è uno dei modi più efficaci per migliorare.
La frase di Maresca, però, non dovrebbe trasformarsi nell'ennesimo luogo comune contro il calcio italiano.
Dire che all'estero si cresce meglio non significa dire che in Italia non si possa crescere.
Anzi, potrebbe significare esattamente il contrario: il talento italiano esiste, ma forse non sempre trova le condizioni migliori per esprimersi fino in fondo.
Se un allenatore deve andare in Inghilterra per sentirsi libero di sbagliare, sperimentare e costruire la propria identità, allora il problema non è l'allenatore. Se un giovane deve trasferirsi all'estero per trovare fiducia e continuità, allora forse bisogna interrogarsi sul sistema che lo ha lasciato partire.
E qui la riflessione diventa ancora più ampia.
Forse l'Italia non dovrebbe preoccuparsi soltanto di riportare a casa i propri talenti. Dovrebbe chiedersi perché quei talenti abbiano trovato altrove condizioni migliori per crescere.
Alla fine, probabilmente, è proprio questo che Maresca voleva dire.
Non è l'estero in sé a renderti migliore. È quello che l'estero ti costringe a fare.
Ti obbliga a ricominciare, a studiare, ad ascoltare, a confrontarti con persone diverse. Ti toglie qualche certezza e ti costringe a costruirne di nuove.
Maresca lo ha fatto. Farioli lo ha fatto. E oggi entrambi sono protagonisti della Champions League.
Forse allora la frase “all'estero si cresce meglio” dovrebbe essere letta al contrario: non come una bocciatura dell'Italia, ma come un invito a rendere il calcio italiano un luogo nel quale sia possibile crescere con la stessa libertà, la stessa pazienza e la stessa apertura che i nostri professionisti trovano quando decidono di andare via.
Perché se dobbiamo aspettare che un italiano vada all'estero per scoprire quanto può diventare bravo, forse il problema non è il talento.
È tutto quello che gli mettiamo intorno.