In quest’epoca dove tutto sembra già visto, un film come Silent Friend avrebbe potuto irrompere, violento, come un fulmine a cielo terso nel bel mezzo di una mattina di agosto. Le premesse della nuova opera scritta e diretta dalla regista ungherese Ildikó Enyedi erano straordinariamente affascinanti quanto calzanti per il periodo storico in cui viviamo. La trama, che all’apparenza sembrerebbe essere incentrata sulle vite di tre protagonisti, distinti e separati dal tempo, ruota intorno alla natura; più precisamente, a un maestoso albero di ginkgo biloba, piantato nel 1832 nel giardino botanico di Marburgo.
Il personaggio ad aprire le danze è Tony (Tony Leung), un neuroscienziato di Hong Kong, giunto da poco in Germania per svolgere delle ricerche e per insegnare proprio all'università di Marburgo. Ma è il 2020 e poco dopo il suo arrivo ha inizio il lockdown a causa del COVID-19. Si ritrova, dunque, a dover soggiornare all’interno dell’ateneo, con la sola compagnia del custode Anton (Sylvester Groth), che però reputa Tony una presenza sgradita.
La seconda a entrare in scena per mostrarci la sua storia è Grete (Luna Wedler), quella che per me avrebbe dovuto rappresentare l’unico vero fulcro di questo film. È il 1908 e Grete è una giovane e promettente ragazza, che sta tentando a tutti i costi di accedere agli studi accademici. L’università di Marburgo ha da poco esteso la possibilità d’iscrizione anche alle donne, ma in numero assai ridotto e a patto che ognuna superi un ostico esame orale. Delle otto candidate, Grete è l’unica a passare la selezione. Una volta ammessa, seppur con reticenza da parte del corpo docente – composto soltanto da uomini – Grete inizia a farsi notare in ateneo per le sue capacità intellettive. Costretta però a lasciare l’alloggio presso una famiglia locale che la stava ospitando, si propone a un fotografo come assistente, in cambio di vitto e alloggio. Lo studio della botanica finirà così per intrecciarsi con l’apprendimento della fotografia, aprendo a Grete le porte della conoscenza in modo inaspettato.
Il terzo protagonista è Hannes (Enzo Brumm), un timido studente di circa vent’anni, iscritto anch'egli presso l’università di Marburgo, ma stavolta nel 1972, che si innamora silenziosamente della compagna d’istituto Gundula (Marlene Burow). Quando lei decide di partire per le vacanze estive con un altro gruppo di ragazzi, lascia a Hannes la responsabilità di innaffiare un geranio lilla sul quale sta effettuando degli esperimenti scientifici. Col passare dei giorni, Hannes scoprirà che anche le piante posseggono un’anima e che quel geranio sta imparando a riconoscerlo ed affezionarsi a lui.
Queste tre vicende, molto diverse tra loro, sono sorvegliate da uno spettatore immobile e silente: un ginkgo biloba. Un po’ come un padre, poi un nonno, e infine un bisnonno, l’albero in Silent Friend rappresenta una figura familiare che osserva, offrendo riparo quando necessario. Questo aspetto della sceneggiatura è puntuale, anche se in maniera implicita, per l’epoca che stiamo vivendo: con l’irruzione violenta dei cambiamenti climatici che stanno mettendo in ginocchio il pianeta e l’umanità, cos’è che potrebbe salvarci? La natura, ma soprattutto gli alberi, capaci di assorbire grandi quantità di anidride carbonica, uno dei maggiori responsabili del surriscaldamento globale.
La cineasta Ildikó Enyedi ha voluto raccontare ciascuno dei periodi storici accompagnando la narrazione con delle differenze cromatiche nette: gli inizi del Novecento con l’assenza di colore. La scelta del bianco e nero incarna l’austerità di un tempo scandito da regole rigide e castranti, in special modo per le donne. La soffocante quotidianità di Grete diventa via via più esaltante con l’accrescere del suo sapere e con la sperimentazione della fotografia. Ildikó Enyedi ha inoltre deciso di girare questa parte del film in 35 mm, coerentemente con la regia dell’epoca. Per gli anni Settanta, invece, periodo di rivolte studentesche, di libertà sessuale e di emancipazione femminile, ha prediletto il 16 mm e i colori caldi, a sottolineare lo scoppio vitale della ribellione giovanile. Infine, per il 2020, colori freddi e formato digitale a rappresentare l’avvento della tecnologia sull’uomo, che ha anestetizzato le nostre capacità emotive e di connessione umana.
Il limite di Silent Friend, però, risiede nello sviluppo narrativo che diventa man mano sempre più inconsistente. È come se la regista, a un certo punto, si fosse dimenticata che stesse girando un lungometraggio di finzione e lo avesse fatto diventare un documentario sulla botanica per Focus. Immaginate di dover scrivere un tema per un compito scolastico e di essere troppo pieni di idee. Dopo una partenza entusiastica e dalle ottime premesse, pensate di ritrovarvi preda del vostro stesso testo e di non riuscire più a riprendere il filo. Ecco, da metà film in poi si smarrisce il senso della trama, non permettendo allo spettatore di comprendere dov’è che voglia andare a parare. A partire dal secondo tempo il ritmo diviene inesorabilmente lento, ricordando quello della crescita di un albero. Poetico sì, ma un po’ pesante da digerire in 145 minuti di pellicola.
Per me il personaggio di Grete avrebbe dovuto essere il solo centro della sceneggiatura: giacché stiamo assistendo a un ritorno spietato della misoginia e dell’oppressione maschilista ai danni delle donne, il racconto di una protagonista femminile che, agli inizi del Novecento, ottiene con orgoglio il suo diritto allo studio – e proprio in ambito botanico – sarebbe stato tanto pertinente quanto efficace. Se nel 2022 ho amato Storia di mia moglie, tratto dal romanzo dello scrittore ungherese Milán Füst, i cui 170 minuti di spettacolo non mi sono pesati affatto, stavolta Ildikó Enyedi mi ha delusa, perché non è stata capace di addentrarsi nell’intimità profonda di nessuno dei suoi personaggi. Non tutto di Silent Friend è da bocciare, anzi. Alcune scene le ho trovate ammalianti. Ma da un progetto ambizioso, ahimè, ne è uscito un parziale buco nell’acqua. 3,3 stelle su 5.