Conclusi i lavori della XIV edizione della Scuola Estiva Arpinate, un'iniziativa promossa dall' Unicusano e coordinata dal prof. Enrico Ferri.
Si sono conclusi domenica 6 settembre i lavori della XIV edizione della Scuola Estiva Arpinate (SEA), svoltasi ad Arpino dal 3 al 6 settembre 2026 e dedicata quest’anno al tema “L’Ordine internazionale tra Diritto e Forza”. Quattro giornate di lavori a Palazzo Boncompagni hanno riunito studiosi di filosofia del diritto, diritto pubblico e internazionale, storia e filosofia politica attorno a una questione tornata drammaticamente attuale: quale spazio possa ancora occupare il diritto in un ordine globale attraversato dalla guerra, dalla competizione tra potenze e da forme di coercizione sempre meno riconducibili alla sola forza militare.

Il prof. Enrico Ferri e il Duca Guglielmo de' Giovanni-Centelles, Accademico pontificio".
La Scuola si è aperta con la relazione di Anna Maria Campanale (Università di Foggia), Dalla pace attraverso la forza alla forza attraverso la pace. Muovendo dalla persistente compresenza, nell’esperienza umana, di spinte cooperative e aggressive, Campanale ha interrogato il rapporto fra pace, sicurezza e forza, confrontandosi con le diverse formule attraverso le quali il problema è stato affrontato nella teoria politica e giuridica. Al centro dell’intervento, la possibilità di costruire una pace che non coincida semplicemente con l’equilibrio della deterrenza e con una condizione di “pace armata”, ma che trovi nel diritto e nelle istituzioni strumenti capaci di governare il conflitto.
La sessione pomeridiana ha ulteriormente articolato il problema della forza. Matteo Luigi Napolitano (Università del Molise), con Prove tecniche di caos mondiale. Il Medio Oriente e la comunità delle genti, ha ricostruito le tensioni che attraversano l’attuale scenario mediorientale e le loro conseguenze sull’ordine internazionale. Alessandro Martini (Università Niccolò Cusano), in Violenza e minaccia nella prospettiva civilistica, ha invece riportato il problema sul terreno delle categorie giuridiche, mostrando come violenza e minaccia assumano significati tecnicamente determinati nel diritto privato e come il lessico della forza richieda distinzioni più precise di quelle spesso impiegate nel dibattito pubblico. La prima giornata si è conclusa con la visita guidata all’Acropoli di Arpino.
La seconda giornata ha spostato l’attenzione sulle forme storiche, istituzionali ed economiche dell’ordine internazionale. Guglielmo de’ Giovanni-Centelles (Università Suor Orsola Benincasa), con Egeria e Numa: forza, mito e ius, ha proposto una lettura del rapporto tra fondazione dell’ordine, mito e diritto; Marco Cossutta (Università di Trieste), in Intorno alla duttilità del diritto internazionale, ha discusso la particolare struttura di un ordinamento chiamato a operare in assenza di una sovranità superiore paragonabile a quella statale. Federico Pernazza (Università del Molise), con Il commercio internazionale tra ordine multilaterale e abusi del diritto e della forza economica, ha quindi mostrato come il problema della forza non si esaurisca nell’impiego delle armi: commercio, dipendenze economiche e strumenti giuridici possono diventare essi stessi mezzi di pressione e di esercizio del potere.
Nel pomeriggio, Luigi Di Santo (Università di Cassino) ha affrontato La relazione tra diritto e forza alla luce dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV, mentre Alberto Simonetti (Università di Perugia), con La comunità plurale. Educazione e conflitto nel mondo contemporaneo, ha posto al centro la natura fisiologica del conflitto e la necessità di elaborare strumenti capaci di gestirlo senza identificarlo immediatamente con la violenza. Lorenzo Milazzo (Università di Pisa), nei Materiali per una critica del sionismo politico, ha infine affrontato uno dei nodi più controversi dell’attuale scenario internazionale, interrogando criticamente categorie politiche e giuridiche impiegate nella lettura del conflitto israelo-palestinese.
La giornata si è conclusa in Piazza Municipio con il concerto per chitarra sola di Nicola Puglielli.
I lavori di sabato hanno riportato in primo piano l’efficacia dell’ordinamento internazionale nelle condizioni attuali. Raffaella Nigro (Università Magna Græcia), con Il ruolo e l’efficacia del diritto internazionale nella tutela dell’ordine globale, ha insistito sulla necessità di non considerare il diritto internazionale come un diritto remoto, concernente esclusivamente gli Stati e i loro governi: l’ordine che esso contribuisce a costruire costituisce infatti una condizione della convivenza globale e incide sempre più direttamente sulla vita degli individui. La questione dell’effettività delle regole internazionali è stata così posta al centro del rapporto, tutt’altro che pacificato, fra diritto e potere.
La relazione di Francesco Cirillo (Università Niccolò Cusano), Quale ordine per quale forza?
Violenza, coercizione, tecnologia, ha preso le mosse dalla difficoltà di utilizzare “forza” come categoria unitaria. Attraverso casi e dati relativi alla guerra e alla violenza organizzata, l’intervento ha distinto violenza, coercizione, deterrenza e forme di potere strutturale e infrastrutturale, interrogando il ruolo assunto dalle tecnologie contemporanee: reti digitali, cavi sottomarini, satelliti, piattaforme e infrastrutture critiche rendono possibile esercitare forme di pressione e condizionamento che sfumano la distinzione tradizionale tra pace e guerra. La domanda sull’ordine internazionale diventa così inseparabile da quella sulle forze che lo producono, lo sostengono o lo mettono in crisi.
Dopo la visita all’Archicenobio benedettino di Sant’Andrea, la sessione pomeridiana ha
affrontato direttamente il problema del pacifismo giuridico. Luigi Mariano Guzzo (Università di
Pisa), con Il magistero ecclesiale sulla pace: dal diritto di difendersi al dovere di disarmarsi, ha ricostruito l’evoluzione della riflessione cattolica dalla dottrina della guerra giusta verso la più radicale posizione maturata soprattutto con Papa Francesco e Leone XIV. Richiamando la distinzione di Johan Galtung tra pace negativa e pace positiva, Guzzo ha sostenuto che il conflitto costituisce una dimensione ineliminabile della vita sociale: ciò che occorre costruire sono istituzioni e pratiche capaci di gestirlo in maniera non violenta. In questa prospettiva, il diritto può essere concepito non soltanto come limite alla violenza, ma come strumento di disarmo delle strutture e delle persone. Il dibattito successivo ha messo in luce anche le discontinuità interne alla storia della Chiesa, dalla teoria della guerra giusta fino alla più recente idea di una pace «disarmata e disarmante».
A chiudere le relazioni è stata Roberta Picardi (Università del Molise), con Diritto cosmopolitico e pace, dedicata al significato del Weltbürgerrecht nel progetto kantiano della pace perpetua. Picardi ha distinto il diritto cosmopolitico tanto dal diritto statale quanto dal diritto delle genti, discutendo criticamente alcune letture contemporanee che hanno trasformato Kant nel precursore ora della globalizzazione commerciale, ora dell’interventismo umanitario. Il diritto cosmopolitico kantiano non fonda, in questa lettura, un potere coercitivo sovranazionale incaricato di imporre la pace o i diritti umani: costituisce piuttosto uno dei livelli necessariamente interdipendenti di un ordine giuridico nel quale nessuna relazione esterna può essere lasciata alla mera asimmetria della forza. Particolarmente attuale la conclusione: la violazione del diritto in una parte del mondo non rimane confinata nello spazio in cui si produce, ma tende a propagarsi attraverso un sistema globale di relazioni sempre più interdipendenti.
Il dibattito seguito alle relazioni ha accompagnato l’intera Scuola, facendo emergere divergenze non marginali: sulla possibilità di separare diritto e forza; sulla legittimità della coercizione internazionale; sulla guerra giusta e sulle guerre cosiddette umanitarie; sul rapporto tra sovranità statale e ordine cosmopolitico; sulla distinzione fra conflitto e violenza; sulla capacità delle istituzioni internazionali di operare in un sistema segnato da profonde asimmetrie di potere.
È forse questo uno degli esiti della XIV edizione della SEA: diritto e forza non si lasciano descrivere come due termini semplicemente alternativi. La forza può distruggere l’ordine giuridico, ma può anche sostenerlo; il diritto può limitare il potere, ma può anche organizzarlo e legittimarlo. Le trasformazioni tecnologiche, economiche e geopolitiche rendono oggi ancora più incerti i confini tra coercizione e consenso, guerra e pace, ordine e violenza.
Più che offrire una risposta definitiva, le giornate di Arpino hanno dunque provato a precisare le domande dalle quali occorre ripartire per comprendere quale ordine internazionale sia ancora possibile e, soprattutto, attraverso quali forme di forza e di diritto.
Stefano Emmanuel Vassetti, Università L’Orientale
Francesco Cirillo, Docente di Istituzioni di diritto pubblico e di Metodologia giuridica, Università
Niccolò Cusano