La Serie A 2026/27 ha appena cominciato a raccontare la propria storia e noi, come spesso accade, siamo già arrivati al finale.
Tre giornate. Appena tre.
Eppure abbiamo già il primo allenatore esonerato, le prime squadre promosse o bocciate, i primi tecnici definiti inadeguati, i primi progetti messi in discussione e persino le prime sentenze sul gioco delle grandi.
Fabio Grosso è il caso più evidente. La Fiorentina lo ha sollevato dall'incarico dopo tre sconfitte consecutive: 4-0 contro la Roma, 0-3 contro il Frosinone e 1-2 contro il Torino. Zero punti, un gol fatto e nove subiti. Numeri pesanti, impossibili da nascondere e che spiegano una decisione certamente comprensibile sul piano societario.
Ma una decisione comprensibile non significa necessariamente che sia una decisione giusta.
Perché il problema è proprio questo: in Italia abbiamo sempre meno pazienza per capire cosa stia realmente succedendo.
Nessuno vuole sostenere che la Fiorentina dovesse aspettare necessariamente dieci o quindici partite prima di intervenire.
Tre sconfitte consecutive, nove gol incassati e una squadra che sembra non aver ancora trovato una direzione rappresentano un campanello d'allarme enorme. E Grosso, dopo l'ultima partita, aveva ammesso che l'inizio era stato nettamente sotto le aspettative, ricordando anche come la squadra fosse ancora un cantiere aperto per i numerosi innesti arrivati a fine mercato.
Ma proprio qui nasce la domanda.
Quanto tempo concediamo oggi a un allenatore per costruire qualcosa?
Perché se la risposta è tre giornate, allora forse non stiamo più parlando di programmazione. Stiamo parlando di sopravvivenza.
Il calcio moderno pretende risultati immediati, questo è evidente. Ma pretendere risultati immediati e pretendere contemporaneamente un'identità di gioco riconoscibile dopo poche settimane sono due cose molto diverse.
Un allenatore può sbagliare. Una squadra può essere costruita male. Una società può aver fatto un mercato insufficiente. Un gruppo può avere bisogno di tempo.
Eppure, al primo ciclo negativo, la responsabilità finisce quasi sempre sulla panchina.
È il grande paradosso del nostro calcio: chiediamo agli allenatori di costruire, ma spesso non concediamo loro nemmeno il tempo di mettere il primo mattone.
Poi c'è l'altro tema che questa terza giornata ha messo in evidenza.
Inter-Napoli è stata una partita piena di ribaltamenti e terminata 3-2 per i nerazzurri. Roma-Atalanta è finita 2-1 per i giallorossi, con il successo arrivato nel finale. Juventus-Milan, invece, si è chiusa sull'1-1 dopo una gara molto più tattica, con poche occasioni e un finale in cui la Juventus ha trovato il pareggio al 92' con Gatti.
E immediatamente è arrivato il giudizio.
Inter-Napoli? Spettacolo.
Roma-Atalanta? Partita bellissima.
Juventus-Milan? Delusione.
Ma attenzione: non è forse un modo un po' semplicistico di leggere il calcio?
Perché una partita non è necessariamente bella soltanto quando finisce 3-2. E una partita non è necessariamente brutta soltanto perché finisce 1-1.
Juventus-Milan ha avuto meno gol, meno occasioni e meno spettacolo offensivo rispetto agli altri due big match. È un dato. Ma trasformare questo dato nella sentenza secondo cui una delle due squadre non abbia idee, non abbia qualità o non sia pronta per competere è un'altra cosa.
Siamo soltanto alla terza giornata.
E forse sarebbe il caso di ricordarcelo.
Il nostro calcio ha sviluppato una specie di bisogno compulsivo di classificare tutto.
Dopo una partita un allenatore è un genio.
Dopo la successiva è un incapace.
Un giocatore segna due gol ed è un fenomeno.
La domenica dopo sbaglia una rete e diventa un problema.
Una squadra vince ed è da Scudetto.
La stessa squadra pareggia e improvvisamente emergono "limiti strutturali".
È una dinamica che riguarda soprattutto le grandi piazze, ma che ormai coinvolge praticamente tutto il campionato.
Il problema è che il calcio non funziona così.
Una stagione è un percorso, non una fotografia.
E soprattutto un allenatore non può essere giudicato esclusivamente dal risultato dell'ultima partita.
Prendiamo proprio Juventus e Milan.
Entrambe stanno cercando di costruire qualcosa di nuovo o comunque di consolidare idee e ambizioni. Una partita come Juventus-Milan può raccontare molto, ma non può raccontare tutto.
Può evidenziare problemi.
Può far emergere caratteristiche.
Può indicare una direzione.
Ma non può diventare automaticamente la diagnosi definitiva di una stagione che, di fatto, è appena iniziata.
E questo vale ancora di più quando si parla di tattica.
Le squadre cambiano durante l'anno. I giocatori si adattano. Gli allenatori modificano sistemi. Gli infortuni cambiano gerarchie. Il mercato può alterare gli equilibri. La condizione fisica cresce. I nuovi acquisti imparano i movimenti dei compagni.
Tutto questo richiede tempo.
Eppure noi pretendiamo di vedere il prodotto finito alla terza giornata.
È come giudicare un film dopo venti minuti e sostenere di conoscere già il finale.
Questo non significa, naturalmente, sminuire quello che hanno fatto Inter e Roma.
Le vittorie contro Napoli e Atalanta hanno mostrato carattere, intensità e capacità di soffrire. L'Inter ha superato il Napoli 3-2, mentre la Roma ha battuto l'Atalanta 2-1 nel finale. Sono risultati importanti, soprattutto perché arrivati contro avversarie di alto livello.
Ma anche qui servirebbe equilibrio.
Una grande partita non deve diventare automaticamente la prova che una squadra sia già perfetta.
E una partita meno brillante non dovrebbe diventare automaticamente la prova che un progetto sia sbagliato.
La stessa cosa vale per gli allenatori.
Un tecnico non diventa improvvisamente un fenomeno perché la sua squadra vince una gara spettacolare. E non diventa scarso perché una domenica la sua squadra gioca male.
Il calcio è molto più complicato di un titolo, di un tweet o di un giudizio televisivo.
Forse la questione più importante è proprio questa.
Stiamo perdendo la pazienza.
E la cosa è particolarmente curiosa perché contemporaneamente chiediamo alle società di programmare, ai giovani di crescere, agli allenatori di costruire identità e ai direttori sportivi di impostare progetti pluriennali.
Ma poi, alla prima difficoltà, vogliamo cancellare tutto.
Il caso Grosso è emblematico proprio perché arriva dopo tre giornate. La Fiorentina ha ritenuto che fosse già arrivato il momento di cambiare e la decisione è stata presa.
Adesso vedremo se il cambio produrrà una svolta.
Ma il vero punto non è stabilire oggi se l'esonero sia stato giusto o sbagliato.
Il vero punto è capire quanto siamo diventati incapaci di aspettare.
Forse dovremmo semplicemente cambiare approccio.
Dopo tre giornate non chiediamoci chi è già da Scudetto e chi è già da esonero.
Chiediamoci chi sta mostrando qualcosa.
Chi sta crescendo.
Chi sta incontrando difficoltà e perché.
Quali squadre hanno un'identità.
Quali allenatori hanno bisogno di tempo.
Quali problemi sono strutturali e quali invece sono semplicemente legati a una fase iniziale della stagione.
Perché una cosa è certa: il campionato non è una raccolta di verdetti domenicali. È una storia che si costruisce nel tempo.
E magari tra qualche mese guarderemo Juventus-Milan e scopriremo che quella partita tanto criticata era soltanto un capitolo di una stagione molto diversa da quella che oggi immaginiamo.
Magari Grosso avrebbe cambiato la Fiorentina.
Magari no.
Magari Inter e Roma continueranno a giocare un calcio spettacolare e resteranno lassù fino alla fine.
Magari invece arriverà una squadra che oggi nessuno considera.
È proprio questo il bello del calcio.
Che dopo tre giornate, non sappiamo ancora quasi nulla.
E forse sarebbe il caso di tornare ad avere il coraggio di dirlo.