06 Sep, 2026 - 11:30

Prato, quando carezze e confidenze possono diventare molestie sul lavoro: la sentenza del Tribunale

Prato, quando carezze e confidenze possono diventare molestie sul lavoro: la sentenza del Tribunale

Una mano sulla spalla, ma anche commenti sull'aspetto e sull'abbigliamento possono costituire molestie sul lavoro. È quanto ha stabilito il Tribunale di Prato, accogliendo il ricorso presentato da una lavoratrice e dispondendone il risarcimento da parte della sua azienda, attiva nel settore tessile nel Pratese. A riportare la notizia è Il Tirreno. 

La denuncia della lavoratrice 

La dipendente, impiegata nel controllo qualità, ha denunciato una serie di condotte che, secondo la sua ricostruzione, sarebbero state poste in essere dal socio e amministratore della sua azienda tra gennaio e luglio 2026, precisando che le avrebbero provocato un forte stato di disagio, fino a determinarne problemi di salute certificati dall'Inail e un'assenza di lavoro di quasi quattro mesi. 

Contatti fisici e commenti non richiesti

Tra gli episodi contestati, uno sarebbe avvenuto durante una riunione aziendale, alla presenza di numerosi colleghi e di figure apicali della società. L'amministratore si sarebbe avvicinato alla dipendente mentre era di spalle, raccogliendole i capelli con una mano e appoggiando l'altra sulla sua spalla. In un'altra circostanza, mentre lei attraversava il corridoio, l'uomo sarebbe arrivato a toccarle la schiena. Ma le avrebbe anche spostato i capelli sul viso.

Non sarebbero mancati, poi, apprezzamenti sul suo aspetto fisico e sul suo abbigliamento. Comportamenti che, secondo quanto ricostruito nel procedimento, sarebbero diventati anche oggetto di chiacchiere tra il personale, e ai quali la dipendente si sarebbe opposta, senza tuttavia riuscire a farli cessare. È stato proprio questo elemento, insieme alla reiterazione dei contatti, a essere centrale nelle valutazioni fatte dal giudice del lavoro Cristina Mancini. 

La sentenza del Tribunale di Prato

Nel decreto con cui ha accolto il ricorso della lavoratrice, il magistrato ha chiarito che la configurabilità della molestia sul lavoro non dipende necessariamente dalla presenza di un'esplicita manifestazione di desiderio o interesse sessuale.

Nel caso esaminato emerge infatti l'instaurazione unilaterale di una relazione di confidenza fisica. Confidenza proseguita anche dopo l'espresso disaccordo della diretta interessata e che, secondo il Tribunale, costituirebbe, quindi, una lesione della sua dignità, facendo emergere la responsabilità dell'azienda.

Il giudice ha escluso che gli atteggiamenti dell'amministratore potessero essere considerati semplici gesti di cortesia o modalità relazionali neutre.

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Non tutto ciò che riguarda il corpo di una donna è necessariamente molestia sessuale,

osserva Mancini.

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Può tuttavia costituire molestia e discriminazione quando, in ragione del sesso della lavoratrice, invade una sfera personale che il contesto lavorativo deve invece rispettare e proteggere.

L'azienda è stata condannata a pagare alla donna 4mila euro a titolo di risarcimento dei danni. Il Tribunale ha inoltre ordinato alla ditta di adottare tutte le misure organizzative necessarie per il rientro della dipendente, affinché siano garantiti il rispetto della sua sfera personale e della sua integrità morale e sia impedita la reiterazione delle condotte contestate. Nonostante quanto subito, la lavoratrice non si è infatti dimessa e si appresta ora a tornare in servizio. 

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