C'è un momento, nel calcio, in cui una semplice domanda rischia di diventare una questione filosofica. È successo alla vigilia di Inter-Napoli, quando a Cristian Chivu è stato chiesto se quella contro la squadra di Massimiliano Allegri fosse uno scontro diretto. Una domanda apparentemente innocua, quasi automatica. Una di quelle che in conferenza stampa si fanno da decenni.
Solo che Chivu ha deciso di non seguire il copione.
“Ma quali sono gli scontri diretti?”, ha chiesto il tecnico dell'Inter. Quelli determinati dalla classifica? Quelli che valgono per tradizione? Perché, se il criterio sono le prime quattro della stagione precedente, allora Milan e Juventus dove le mettiamo? E se invece vale la tradizione, allora “vale tutto, anche il Como”.
Una risposta che può essere letta in maniera razionale. Ma anche, con un pizzico di ironia, come una piccola rivoluzione semantica: dopo anni passati a considerare Inter-Juventus e Inter-Milan come partite diverse dalle altre, adesso scopriamo che forse la tradizione conta meno della classifica.
E allora attenzione, perché il prossimo passo potrebbe essere davvero clamoroso: abolire il concetto di “big match” e consegnare a ogni partita lo stesso peso specifico. A quel punto, Inter-Napoli vale quanto Inter-ultima in classifica. E il derby? Beh, tre punti anche quello. Come da regolamento. Ma provate a dirlo a chi ha vissuto un derby.
Partiamo dalla parte seria del ragionamento.
Chivu ha perfettamente ragione su un punto: in classifica, Inter-Napoli vale tre punti esattamente come qualsiasi altra partita. Non esistono bonus per aver battuto una concorrente allo Scudetto e non vengono restituiti punti se perdi contro una squadra considerata inferiore.
E soprattutto c'è una questione di prospettiva.
Chi stabilisce oggi quali siano gli scontri diretti della stagione? La classifica dell'anno scorso? Quella attuale? Gli obiettivi dichiarati dalle società? Il valore della rosa? La storia? Il blasone?
Se si prende la classifica precedente come unico parametro, il ragionamento di Chivu fila. Milan e Juventus, nella passata stagione, sono arrivate lontane dall'Inter. Dunque perché dovrebbero essere automaticamente considerate rivali dirette per lo Scudetto?
Il problema è che il calcio non è una tabella Excel.
E qui comincia il divertimento.
Perché una cosa è dire che Juve e Milan non sono necessariamente concorrenti dirette per lo Scudetto in base alla classifica precedente. Un'altra è far finta che Inter-Juventus e Inter-Milan siano partite come tutte le altre.
È qui che la provocazione di Chivu diventa interessante.
La Juventus è la Juventus. Il Milan è il Milan. L'Inter è l'Inter. Esistono rivalità costruite in decenni di partite, polemiche, Scudetti, episodi arbitrali, campioni, sfottò e domeniche che hanno segnato la storia del calcio italiano.
Puoi cambiare la classifica.
Puoi cambiare gli allenatori.
Puoi cambiare i giocatori.
Puoi cambiare perfino i proprietari.
Ma se Inter e Juventus si affrontano, nessuno a San Siro ha bisogno di consultare la classifica per capire che quella partita pesa qualcosa in più.
E lo stesso vale per il Milan.
Dire che una partita non è uno “scontro diretto” per la classifica è legittimo. Dire che non sia un appuntamento particolare per la storia del calcio italiano è un'altra faccenda.
E infatti Chivu, probabilmente, non voleva davvero cancellare la tradizione. La sua era soprattutto una riflessione sul significato della definizione. Ma detta così, davanti ai giornalisti, la frase inevitabilmente diventa una piccola bomba.
La parte più gustosa della conferenza arriva proprio quando il tecnico nerazzurro porta il discorso alle estreme conseguenze.
Se per definire uno scontro diretto conta la tradizione, allora vale tutto. Anche il Como.
Ed è qui che il calcio italiano rischia di entrare in una nuova era.
Immaginiamo il futuro.
“Chivu, domenica c'è Inter-Como. È uno scontro diretto?”
“Certamente. Anche se non è una sfida storica, anche se non è una gara per lo Scudetto e anche se il Como non è la Juventus. Ma è uno scontro diretto”.
Perfetto.
A questo punto possiamo ufficialmente smettere di usare l'espressione.
Oppure possiamo usarla per tutto.
Inter-Napoli? Scontro diretto.
Inter-Juventus? Scontro diretto.
Inter-Milan? Scontro diretto.
Inter-Como? Scontro diretto.
Inter-ultima in classifica? Scontro diretto.
A questo punto l'unica partita che non è uno scontro diretto è probabilmente quella tra due squadre che non hanno ancora capito dove si trova lo stadio.
Al di là dell'ironia, c'è un concetto interessante nelle parole dell'allenatore dell'Inter.
Chivu sembra voler eliminare una distinzione che spesso nel calcio diventa pericolosa: quella tra partite che “bisogna vincere” e partite nelle quali si può eventualmente lasciare qualcosa per strada.
La sua filosofia è semplice: tutte le partite contano.
E forse è proprio questo il punto.
L'Inter non può permettersi di preparare una partita contro il Napoli con una concentrazione superiore rispetto a quella che userà contro una squadra di bassa classifica. Non perché le due gare abbiano lo stesso peso mediatico, ma perché i punti persi contro le piccole possono pesare esattamente quanto quelli persi contro le grandi.
Chivu lo sa bene anche guardando a ciò che è successo nella scorsa stagione. L'Inter aveva cominciato con due sconfitte nelle prime tre giornate e il tecnico ha spiegato di aver imparato la lezione da quei passaggi a vuoto.
Insomma, il vero scontro diretto non è necessariamente quello con la squadra che trovi dall'altra parte del campo.
È quello con i propri errori.
Ed è qui che forse Chivu rischia, involontariamente, di aprire una discussione più grande.
Perché possiamo certamente stabilire che gli scontri diretti vadano definiti sulla base della classifica e degli obiettivi. Ma se togliamo completamente la tradizione dal calcio, cosa resta?
Un gigantesco foglio Excel.
Inter 3 punti.
Milan 3 punti.
Juventus 3 punti.
Como 3 punti.
Fine.
Peccato che il calcio non sia nato per essere un foglio Excel.
Inter-Juventus non è speciale soltanto perché può valere tre punti. Inter-Milan non è speciale soltanto perché può spostare una posizione in classifica. Sono partite che hanno una memoria, una rivalità, un significato che va oltre i novanta minuti.
E forse proprio qui sta la differenza tra “scontro diretto” e “grande partita”.
Chivu può avere ragione sul primo concetto senza cancellare il secondo.
Alla fine, la cosa più interessante delle parole dell'allenatore nerazzurro è che dietro la provocazione sembra esserci una precisa idea di calcio.
Nessuna partita deve essere sottovalutata.
Nessun avversario deve essere affrontato con sufficienza.
Nessun risultato può essere dato per scontato.
E questo, per una squadra che vuole confermarsi al vertice, è probabilmente il messaggio più importante.
Poi, naturalmente, possiamo continuare a chiamare Inter-Juventus uno scontro diretto. Possiamo continuare a considerare Inter-Milan una partita diversa dalle altre. Possiamo perfino continuare a parlare di “big match” senza rischiare una sanzione disciplinare.
Ma Chivu ci ha ricordato una cosa che nel calcio moderno spesso dimentichiamo: la classifica cambia, la tradizione resta, ma i tre punti sono sempre tre.
E se davvero per il tecnico nerazzurro anche l'ultima in classifica è uno scontro diretto, allora c'è una buona notizia per tutte le squadre della Serie A.
Da oggi nessuno può più sentirsi piccolo.
E soprattutto, se l'Inter dovesse perdere contro il Como, nessuno potrà dire che non era uno scontro diretto.
Chivu lo aveva già messo agli atti.