Si è aperta giovedì 3 settembre 2026, nella Sala delle Conferenze di Palazzo Boncompagni, la XIV edizione della Scuola Estiva Arpinate, quest’anno dedicata al tema “L’Ordine internazionale tra Diritto e Forza”. Fin dalle prime relazioni è emerso il filo che guiderà i lavori: capire come il diritto possa operare in un contesto nel quale la forza continua a essere una componente stabile dei rapporti politici, interni e internazionali.
Ad aprire i lavori è stato il professor Enrico Ferri dell’Università Niccolò Cusano, curatore dell’iniziativa, il quale ha richiamato la coppia freudiana di Eros e Thanatos. La capacità di convivere, di costruire legami e forme di solidarietà si accompagna sempre, nella lettura freudiana, ad una componente aggressiva e distruttiva che non scompare con la civiltà. La pace richiede perciò istituzioni capaci di contenere quella spinta e di trasformarla.
Su questo sfondo si è collocato l’intervento di Anna Maria Campanale, professoressa ordinaria di Filosofia del diritto dell’Università di Foggia, al quale è spettato il compito di impostare teoricamente il tema della giornata e, più in generale, della Scuola. Il punto di partenza è stato il rapporto tra pace e forza, affrontato a partire dalla logica della deterrenza e dalla lunga tradizione che affida alla capacità di colpire il compito di evitare il conflitto.
Qui emerge un paradosso che attraversa tutta la storia moderna delle relazioni internazionali: per impedire la guerra si accumulano armi; per garantire la sicurezza si rende credibile una minaccia; per conservare l’equilibrio si mantiene disponibile una capacità distruttiva che si spera di non dover utilizzare.
La professoressa Campanale ha insistito sulla fragilità di questo equilibrio e sulla necessità di interrogare il ruolo del diritto quando la pace dipende dalla paura della forza. La questione investe il significato stesso e la tenuta dell’ordine giuridico. Un ordinamento non può ignorare la coercizione, perché ogni sistema giuridico dispone di strumenti per rendere effettive le proprie decisioni. Allo stesso tempo, il diritto perde la sua funzione se si limita a registrare i rapporti di potere esistenti.
In questo passaggio sono entrati alcuni riferimenti classici. Weber consente di affrontare il problema della forza legittima e del suo rapporto con l’ordinamento. Tacito, con la celebre immagine della devastazione chiamata pace, mette invece in guardia contro ogni identificazione troppo rapida tra stabilità e giustizia. Una situazione può essere ordinata, durevole e persino prevedibile senza per questo essere pacifica in senso sostanziale.
Da qui il rilievo attribuito alle istituzioni internazionali. Le crisi contemporanee mostrano con evidenza quanto sia difficile per il diritto limitare gli Stati più forti e impedire la violazione delle norme. Questa difficoltà non annulla però la funzione del diritto. Anche quando una regola viene infranta, continua a offrire criteri per qualificare le condotte, attribuire responsabilità, distinguere un fatto compiuto da una situazione giuridicamente legittima.
La relazione inaugurale ha così fissato una delle questioni che accompagneranno l’intera Scuola: quale forma possa assumere un ordine capace di non ridurre la pace a semplice equilibrio della paura e di non ridurre il diritto a una veste formale della forza.

Nel pomeriggio Matteo Luigi Napolitano, dell’Università del Molise, ha spostato l’attenzione sul Medio Oriente, assumendolo come osservatorio privilegiato delle trasformazioni dell’ordine internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, Gaza, il ruolo dell’Iran, le tensioni regionali e la presenza delle grandi potenze restituiscono un quadro nel quale i livelli politici e militari si sovrappongono continuamente.
La difficoltà, emersa nel corso dell’intervento, riguarda anche gli strumenti con cui leggiamo queste crisi. Attori statali e non statali, interessi regionali, alleanze, potenze esterne e nuove capacità tecnologiche si intrecciano in forme che rendono sempre meno convincente una lettura lineare dei conflitti. Anche la prospettiva dei due Stati è stata affrontata alla luce delle condizioni politiche e materiali che oggi ne rendono molto più complessa la realizzazione.
A chiudere la giornata è stato Alessandro Martini, professore di Diritto privato dell’Università Niccolò Cusano, con una relazione dedicata all’incidenza della violenza sulla volontà negoziale. Il passaggio dal piano internazionale a quello del diritto civile ha mostrato la continuità del problema.
Il tema classico è quello della volontà formata sotto minaccia. Il principio del tamen coactus volui esprime bene tale ambiguità: il soggetto vuole, ma vuole sotto pressione. Da qui la necessità per il diritto di valutare il contesto concreto in cui il consenso si forma, le asimmetrie tra le parti, la dipendenza economica e il peso reale delle alternative disponibili.
La violenza, in questa prospettiva, può incidere sulla libertà negoziale anche attraverso forme meno immediate della costrizione fisica. Può inserirsi dentro rapporti squilibrati nei quali una parte dispone di margini di scelta molto più ridotti dell’altra. È un problema che attraversa il diritto dei contratti, la tutela del contraente debole e più in generale il rapporto tra autonomia e potere.
La prima giornata si è così chiusa facendo dialogare filosofia del diritto, diritto internazionale e diritto civile. Campi diversi, attraversati dalla stessa domanda: quanto può dirsi libero un ordine, o una scelta, quando sullo sfondo resta come costante la variabile della forza?
Stefano Emmanuel Vassetti, Università L’Orientale
Francesco Cirillo, docente di Metodologia giuridica e di Istituzioni di Diritto pubblico, Università Niccolò Cusano