04 Sep, 2026 - 10:39

Ausilio lascia l’Inter ma senza Marotta sarebbe mai nata questa grande Inter?

Ausilio lascia l’Inter ma senza Marotta sarebbe mai nata questa grande Inter?

Per 28 anni Piero Ausilio è stato una presenza costante nella storia recente dell'Inter. Ha attraversato proprietà, presidenti, allenatori, rivoluzioni tecniche e anni difficili, fino ad arrivare alla squadra che negli ultimi anni è tornata stabilmente ai vertici del calcio italiano ed europeo. Il suo addio, dunque, non può essere derubricato a una semplice separazione professionale.

Ma proprio perché la storia va oltre gli uomini, l'uscita di scena di Ausilio permette di porsi una domanda scomoda. Quanto della grande Inter che abbiamo conosciuto negli ultimi anni è davvero merito suo? E quanto, invece, della svolta nerazzurra porta il nome di Giuseppe Marotta?

Non è una questione di stabilire chi sia stato più bravo. È una questione di cronologia, di risultati e di trasformazione del club. Perché c'è un prima e un dopo molto evidente: prima di Marotta l'Inter stava cercando disperatamente di tornare grande; dopo il suo arrivo ha iniziato a comportarsi come una grande squadra europea.

Ausilio, una vita all'Inter: impossibile cancellarne i meriti

Partiamo da un punto fermo: raccontare Ausilio come un dirigente marginale sarebbe profondamente ingeneroso.

La sua storia nerazzurra comincia addirittura nel settore giovanile e prosegue attraverso una delle fasi più tormentate della storia moderna dell'Inter. È rimasto quando il club cambiava proprietà, quando cambiavano gli allenatori e quando il progetto tecnico sembrava ricominciare continuamente da capo.

Ha partecipato alla costruzione di diverse rose e ha avuto un ruolo in numerose operazioni di mercato diventate fondamentali per il futuro dell'Inter. Alessandro Bastoni, per esempio, viene acquistato dall'Atalanta prima ancora dell'arrivo di Marotta, mentre Lautaro Martinez sbarca a Milano nell'estate del 2018.

Non è quindi possibile raccontare Ausilio come un semplice passeggero salito sul treno della rinascita.

Il problema è capire quanto abbia contribuito a far partire quel treno.

Ed è qui che entra in gioco Marotta.

Il vero spartiacque è il 2018

Giuseppe Marotta arriva all'Inter nel dicembre 2018.

È difficile considerare casuale ciò che succede da quel momento in poi.

L'Inter aveva appena riconquistato la Champions League dopo anni di assenza, ma era ancora una società alla ricerca di stabilità. I nerazzurri erano tornati tra le prime quattro in Italia, ma il distacco dalle grandi d'Europa sembrava ancora enorme.

L'arrivo di Marotta cambia progressivamente il modo di concepire il club.

Non arriva semplicemente un nuovo dirigente. Arriva un manager abituato a costruire società vincenti, a gestire gli equilibri interni, a conoscere profondamente il mercato italiano e internazionale e soprattutto a trasformare una squadra in un progetto strutturato.

Ed è qui che Ausilio diventa ancora più interessante.

Marotta non lo manda via. Lo affianca.

La vera forza dell'Inter nasce proprio da questa combinazione.

Marotta non cancella Ausilio: lo inserisce in un sistema

Per anni nel calcio italiano siamo stati abituati a cercare il nome del dirigente che aveva scoperto il giocatore.

Chi ha preso Barella? Chi ha trovato Bastoni? Chi ha portato Lautaro? Chi ha convinto Calhanoglu? Chi ha pescato Mkhitaryan?

La realtà dell'Inter è molto meno semplice.

Le grandi squadre non si costruiscono attraverso una serie di intuizioni individuali. Si costruiscono attraverso una struttura nella quale scouting, area tecnica, proprietà e management prendono decisioni comuni.

Ed è proprio questo che cambia con Marotta.

Ausilio porta conoscenza del mercato, continuità e conoscenza dell'ambiente. Marotta porta metodo, esperienza manageriale, capacità negoziale e una visione più ampia del funzionamento di un grande club.

Il risultato è una macchina che comincia a produrre risultati.

E allora forse la domanda corretta non è se Ausilio sia stato importante.

Lo è stato.

La domanda è se senza Marotta quella macchina sarebbe mai diventata così efficace.

Da Barella a Bastoni: la costruzione della nuova Inter

Il mercato racconta molto più delle dichiarazioni.

L'Inter costruisce progressivamente un gruppo nel quale convivono investimenti importanti, giovani da valorizzare, parametri zero e operazioni studiate per contenere l'impatto economico.

Barella diventa uno dei simboli di questa politica. Bastoni cresce fino a diventare uno dei difensori più importanti del calcio italiano. Lautaro si trasforma da giovane talento sudamericano nel capitano e nell'uomo simbolo dell'Inter.

Poi arrivano operazioni come quelle di Hakimi, successivamente ceduto per esigenze finanziarie, e acquisti a parametro zero come Calhanoglu e Mkhitaryan.

Non tutte le operazioni sono state perfette, naturalmente. Nessun direttore sportivo può esserlo.

Ma il dato importante è che l'Inter comincia a comprare giocatori pensando non soltanto alla stagione successiva, ma alla costruzione di un ciclo.

E questa è una differenza enorme rispetto alla confusione degli anni precedenti.

Lo Scudetto del 2021 è la prima risposta

Poi arriva il momento nel quale non servono più interpretazioni.

Lo Scudetto del 2021.

Undici anni dopo l'ultimo campionato vinto, l'Inter torna sul tetto d'Italia e interrompe il dominio della Juventus.

È il primo grande risultato del nuovo corso.

Antonio Conte è naturalmente il protagonista tecnico di quella squadra, ma dietro l'allenatore c'è una società che ha costruito una rosa competitiva e che ha iniziato a ragionare secondo logiche diverse.

Ausilio c'è.

Marotta c'è.

E proprio questo rende impossibile attribuire lo Scudetto a uno solo dei due.

Ma c'è una differenza fondamentale: la vittoria del 2021 non rappresenta il punto d'arrivo del lavoro di Marotta. È soltanto l'inizio della trasformazione dell'Inter in una presenza stabile ai vertici.

Il vero salto arriva in Europa

Ed è forse qui che la tesi diventa ancora più difficile da contestare.

L'Inter non si limita a tornare a vincere in Italia.

Comincia a giocare con continuità le partite che contano in Champions League.

Nel 2020 arriva in finale di Europa League. Nel 2023 raggiunge la finale di Champions League contro il Manchester City. Nel 2025 torna nuovamente all'atto conclusivo della massima competizione europea.

In mezzo ci sono quarti di finale, semifinali, qualificazioni consecutive alla Champions e una crescita della reputazione internazionale del club.

Questo è il punto.

Una grande squadra può vincere uno Scudetto. Una grande società costruisce la capacità di essere competitiva per anni.

Ed è proprio questa continuità che distingue l'Inter del periodo successivo al 2018 da quella degli anni precedenti.

Prima di Marotta l'Inter tornava in Champions. Dopo Marotta torna nell'olimpo

La differenza può essere sintetizzata così.

Prima di Marotta l'Inter aveva già ricominciato a respirare. Era tornata in Champions League, aveva ritrovato una certa stabilità e aveva cominciato a costruire una rosa interessante.

Ma mancava qualcosa.

Mancava la sensazione che il club avesse finalmente trovato una direzione.

Dopo Marotta quella direzione diventa molto più evidente.

L'Inter vince, vende quando deve vendere, sostituisce i giocatori, affronta problemi finanziari enormi, cambia allenatori e continua comunque a rimanere competitiva.

È questo forse il vero capolavoro del ciclo.

Non aver costruito una squadra fortissima una volta.

Aver costruito una struttura capace di ricostruirsi più volte.

Quindi Ausilio quanto è stato importante davvero?

Molto. Ma probabilmente non nel modo in cui viene raccontato oggi.

Ausilio è stato soprattutto una figura di continuità. È stato l'uomo che ha conosciuto l'Inter prima della rinascita e che ha contribuito alla sua evoluzione successiva.

Ha avuto meriti nello scouting, nelle operazioni di mercato e nella costruzione delle rose. Ma attribuirgli da solo la rinascita nerazzurra significherebbe ignorare un elemento fondamentale: la crescita dell'Inter coincide temporalmente con l'arrivo di una nuova struttura dirigenziale guidata da Marotta.

E non è un dettaglio.

Perché il calcio moderno non premia più soltanto chi individua il giocatore giusto.

Premia chi riesce a creare un sistema nel quale quel giocatore possa diventare parte di un progetto vincente.

Marotta è stato la svolta, Ausilio la continuità

Forse, alla fine, è questa la definizione più corretta.

Ausilio è stato importante. Marotta è stato la svolta.

Uno non cancella l'altro.

Anzi, probabilmente la grande Inter degli ultimi anni non sarebbe stata la stessa senza il lavoro congiunto dei due.

Ma se dobbiamo individuare il momento nel quale la traiettoria dell'Inter cambia, è difficile non tornare al 2018.

Prima c'era una società che cercava di tornare grande.

Dopo c'è una società che torna a vincere lo Scudetto, gioca due finali di Champions League in pochi anni e si stabilizza nell'élite del calcio europeo.

La storia, dunque, non dice che Ausilio non sia stato importante.

Dice qualcosa di più interessante: da solo, probabilmente, non sarebbe bastato.

Ora l'Inter deve dimostrare di poter fare a meno anche di lui

L'addio di Ausilio apre adesso un'ultima domanda.

Se l'Inter è diventata davvero un sistema, allora quel sistema deve poter funzionare anche senza uno dei dirigenti che ne hanno fatto parte per quasi tre decenni.

La promozione interna di Dario Baccin rappresenta in questo senso una scelta di continuità. Ma sarà il campo a stabilire quanto peserà davvero l'assenza di Ausilio.

Perché il giudizio definitivo non arriverà dai comunicati ufficiali, dai ringraziamenti o dalla nostalgia.

Arriverà dai prossimi mercati.

Dai prossimi giocatori.

Dai prossimi trofei.

E soprattutto dalla capacità dell'Inter di continuare a essere quella squadra che, negli ultimi anni, ha smesso di chiedersi quando sarebbe tornata grande e ha iniziato a comportarsi come se grande lo fosse diventata davvero.

Forse è questa la risposta alla domanda del titolo.

Senza Ausilio, l'Inter può continuare il suo percorso. Ma senza Marotta, sarebbe mai nata questa grande Inter?

La storia recente lascia molti più dubbi sulla seconda domanda che sulla

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