Nel calcio moderno ormai si congela tutto. Si congelano le partite per il VAR, si congelano le trattative di mercato fino all'ultimo secondo, si congelano gli stipendi nei bilanci. Adesso, in Spagna, si possono congelare anche gli ovuli. E la battuta viene quasi da sola, anche se il tema è tutt'altro che leggero.
La Real Federación Española de Fútbol sta infatti ultimando un accordo con una clinica specializzata per finanziare alle calciatrici della nazionale i trattamenti di preservazione della fertilità. L'iniziativa nasce da una richiesta delle stesse giocatrici, portata avanti anche dalle capitane e resa pubblica da Alexia Putellas. La federazione dovrebbe presentare i dettagli dell'accordo nella seconda metà di settembre.
Ed è una di quelle notizie che possono essere lette in due modi completamente diversi.
Da una parte c'è un'evoluzione evidente: per la prima volta una federazione nazionale riconosce ufficialmente che una calciatrice non dovrebbe essere costretta a scegliere tra il lavoro che ama e il desiderio di avere un figlio. Dall'altra c'è una domanda molto meno celebrativa e decisamente più scomoda: perché la soluzione deve essere congelare la maternità invece di cambiare il calcio?
Il ragionamento di Putellas parte da un problema reale. La carriera di una sportiva professionista coincide in larga parte con gli anni nei quali la fertilità femminile è maggiore. Per una calciatrice, fermarsi significa perdere allenamenti, partite, convocazioni, gerarchie e talvolta anche il posto in squadra. La stessa Putellas ha spiegato che il riconoscimento federale del conflitto tra carriera e “tempo biologico” rappresenta un enorme passo avanti.
Ed è difficile sostenere il contrario.
Per anni lo sport professionistico è stato costruito su una regola non scritta molto semplice: il corpo dell'atleta appartiene alla prestazione. Deve essere disponibile, allenabile, programmabile, recuperabile. Tutto il resto viene dopo.
Il problema è che il corpo delle donne non funziona esattamente secondo il calendario di una stagione calcistica.
E allora finanziare la preservazione della fertilità significa almeno riconoscere pubblicamente che questo problema esiste. Anche per questo alcune protagoniste del calcio femminile hanno accolto positivamente la scelta spagnola, considerandola una forma concreta di sostegno alle giocatrici.
Fin qui, bene.
Ma proprio qui comincia la parte interessante.
Perché c'è una sottile differenza tra dare una possibilità e creare un sistema che renda quella possibilità quasi necessaria.
Ed è questo il punto sollevato in queste ore da Ana Peleteiro, che ha contestato duramente l'iniziativa della RFEF. La campionessa ha messo in discussione l'idea che finanziare il congelamento degli ovuli possa essere automaticamente definito una misura femminista: secondo la sua lettura, il rischio è che l'istituzione stia semplicemente cercando il modo più elegante per dire alle proprie atlete di non diventare madri mentre sono ancora nel pieno della carriera.
Ed è una provocazione che merita almeno una riflessione.
Perché il messaggio potrebbe diventare involontariamente questo: non chiediamo al sistema di adattarsi alla maternità, adattiamo la maternità al sistema.
Una calciatrice diventa madre? Problema.
La squadra deve riorganizzarsi? Problema.
Il contratto va tutelato? Problema.
Bisogna garantire il rientro dopo il parto? Ancora problema.
Molto più semplice: congeliamo gli ovuli e continuiamo a giocare.
È una soluzione concreta, certamente. Ma è anche una soluzione che rischia di essere comoda soprattutto per il mondo del calcio.
La questione, allora, non dovrebbe essere congelamento sì o congelamento no.
Una donna deve poter scegliere di farlo, se lo desidera, e avere eventualmente un aiuto economico per affrontare un percorso costoso e complesso. Ma dovrebbe anche poter scegliere di diventare madre durante la propria carriera senza essere considerata, neppure implicitamente, un problema per la propria squadra o per la federazione.
Ed è qui che il dibattito diventa molto più ampio.
La RFEF ha già introdotto un piano per migliorare l'equilibrio tra attività professionale e vita privata, con sostegni alle famiglie durante i raduni della nazionale, compresi aiuti per viaggi e possibilità di trascorrere tempo con i figli.
Quella direzione è probabilmente altrettanto importante.
Perché se una federazione finanzia la fertilità ma non riesce a garantire adeguatamente la maternità, si rischia di costruire una sorta di paradosso istituzionale: ti aiutiamo a conservare oggi la possibilità di essere madre domani, ma dobbiamo ancora lavorare affinché tu possa essere madre senza perdere il tuo lavoro.
Ed è una differenza enorme.
Anche per questo la decisione spagnola non dovrebbe essere demonizzata.
Il calcio femminile professionistico è relativamente giovane rispetto a quello maschile e sta imparando, anche attraverso gli errori, che le giocatrici non possono essere trattate semplicemente come versioni femminili degli stessi atleti maschi.
La gravidanza, il post parto, la fertilità e la salute riproduttiva fanno parte della vita professionale di una donna. Non sono un'interferenza esterna.
Il fatto stesso che la richiesta sia arrivata dalle calciatrici e che la federazione abbia deciso di farsene carico rappresenta quindi un cambio di mentalità importante.
E anche altri pezzi del sistema stanno andando nella stessa direzione: club e organizzazioni sportive hanno iniziato a offrire programmi legati alla fertilità e alla crioconservazione, mentre in Europa cresce l'attenzione verso l'inserimento dei trattamenti di salute riproduttiva nelle politiche del lavoro sportivo.
Insomma, il calcio si sta accorgendo che dietro una maglia, un numero e una fascia da capitano c'è una persona.
Era ora.
C'è anche un altro aspetto da non dimenticare: il congelamento degli ovuli non è una bacchetta magica.
È una possibilità, non una garanzia. Il successo futuro dipende da diversi fattori e la procedura è tutt'altro che banale; inoltre comporta costi, trattamenti e aspetti medici che devono essere valutati individualmente.
Per questo sarebbe sbagliato raccontare questa iniziativa come una sorta di assicurazione perfetta contro il tempo biologico.
Non lo è.
E proprio per questo la comunicazione sarà fondamentale. Perché una cosa è dire a una ventenne: “Se un giorno vorrai preservare la fertilità, possiamo aiutarti”. Un'altra è farle percepire che, se vuole costruirsi una grande carriera, quella sia la strada quasi obbligata.
Sono due messaggi completamente diversi.
Alla fine, quindi, la RFEF merita di essere guardata con curiosità, non con entusiasmo cieco né con pregiudizio.
Pagare il congelamento degli ovuli può essere una buona cosa. Dare una possibilità in più alle calciatrici può essere una buona cosa. Riconoscere che la carriera sportiva e la maternità possono entrare in conflitto è certamente un passo avanti.
Ma la vera rivoluzione arriverà quando una calciatrice potrà dire “voglio diventare madre” senza sentirsi chiedere, implicitamente o esplicitamente, quanto questo costerà alla sua carriera.
Perché altrimenti rischiamo di celebrare un'incredibile innovazione con una logica vecchia di secoli.
La donna non deve essere costretta a scegliere tra maternità e lavoro. Questo dovrebbe essere il punto di partenza.
Non quello di arrivo.
E magari il calcio, prima di imparare a congelare gli ovuli, potrebbe imparare finalmente a scongelare le proprie regole.