Furono sette gli elementi indiziari che nel 2014 portarono alla condanna di Alberto Stasi, diventata definitiva nel 2015. A pesare, in particolare, fu la perizia Testi, che analizzava la camminata del ragazzo all'interno della villetta di via Pascoli, dove nel 2007 l'allora fidanzata, Chiara Poggi, era stata uccisa. Secondo le sue conclusioni, era statisticamente quasi impossibile che, dopo essersi mosso nell'abitazione, Stasi potesse uscirne senza avere tracce di sangue sulle scarpe (da qui la contestazione del suo racconto di scopritore). Un punto ampiamente discusso già all'epoca dei fatti. Tag24 ne ha parlato con Massimo Blanco, professore di criminologia e psicopatologia forense, nonché direttore dell'Istituto di Scienze Forensi (ISF).
Insieme ad alcuni suoi collaboratori, Blanco ha pubblicato uno studio che mette in discussione i presupposti metodologici della perizia. Il punto, spiega, è che un esperimento giudiziale dovrebbe riprodurre il più fedelmente possibile le condizioni dell'evento che vuole ricostruire. Nel caso della perizia Testi, furono utilizzate "scarpe dello stesso modello di quelle di Stasi, ma di una taglia diversa".
"Lo stesso sperimentatore pesava almeno 20 chili in più rispetto al ragazzo". Una differenza che, secondo il professore, modifica inevitabilmente la pressione esercitata dalla suola sul pavimento e quindi il modo in cui il sangue può aderire alle scarpe. Altro elemento mancante è che "non si riprodusse la successiva camminata di Stasi", dalla villetta alla macchina.
Un passaggio fondamentale, perché il sangue fluido e quello secco possono comportarsi in modo diverso: il primo può penetrare nelle microporosità della gomma e rimanere aderente alla suola; il secondo frantumarsi in piccole scaglie che rischiano progressivamente di staccarsi mentre si cammina. "Se non si tiene conto della variabile", prosegue l'esperto, non si può avere un dato statistico.
Le scarpe - continua il professore - "furono sequestrate circa 19 ore dopo la scoperta del corpo di Chiara Poggi". Un arco di tempo che va considerato insieme a un altro elemento: nell'auto di Stasi non furono trovate tracce di sangue. Non ce n'erano sui tappetini, né sui pedali.
Il professor Blanco ricorda inoltre che "nella villetta entrarono più di venti persone tra soccorritori e altri operatori. L'unica persona alla quale furono trovate tracce di sangue sotto le scarpe fu una soccorritrice del 118 che aveva calpestato il sangue fluido della vittima durante i tentativi di rianimazione".
C'è poi tutta la questione dell'evitamento. "Quando sono presenti degli ostacoli i nostri occhi si muovono in maniera repentina, da destra a sinistra, dall'alto al basso, percependo tutto". Entra in gioco anche la biomeccanica della camminata: il modo in cui il piede si poggia, si sposta, cammina.
Elementi difficilmente prevedibili. E quindi, secondo l'esperto, anche difficilmente riproducibili attraverso un modello matematico come quello utilizzato nella perizia, che stimò come prossima allo zero la probabilità di attraversare la scena del crimine senza calpestare le tracce.
Per Blanco, le criticità della perizia Testi - che definisce "fortemente contestabile", da un punto di vista scientifico - si inseriscono in una riflessione più ampia sul modo in cui furono condotte le indagini e, in generale, sui presupposti della condanna di Stasi, oggi messa in discussione dalla nuova inchiesta della Procura di Pavia, che vede indagato per il delitto Andrea Sempio.
Il professore ricorda, tra l'altro, il sequestro della spazzatura presente in casa Poggi, avvenuto otto mesi dopo l'omicidio, e una mancata analisi vittimologica. Sapere "chi era Chiara, qual era il suo giro, chi frequentava, quali erano le sue passioni" avrebbe permesso, conclude "di ampliare il livello dell'indagine e non concentrarsi unicamente su una persona".
L'intervista integrale al professor Massimo Blanco, direttore dell'ISF, è disponibile sul canale Youtube di Tag24.