C’è davvero una differenza così netta tra il bene e il male? Per chi come me, istintivamente, separa tutto tra bianco e nero è molto difficile accettare che esista un’invisibile soglia sottilissima, che può essere varcata da chiunque e in qualunque istante, e che basti questo per passare al lato più oscuro dell’animo umano. Solo l’esperienza è stata in grado di insegnarmi che a determinare se un’azione sia malvagia fino in fondo, o meglio, se chi la commette lo sia veramente oppure no, sono le circostanze.
Per il personaggio Maldoror, dello scrittore di origini francesi Isidore Ducasse, nato in Uruguay nel 1846 e morto a Parigi nel 1870, a soli 24 anni, la realtà che circondava l’uomo era così malevola da volersi ribellare addirittura a Dio per averla creata. Con lo pseudonimo Lautréamont, nel 1869, un anno prima del suo trapasso, Ducasse pubblicò I canti di Maldoror, un’opera in prosa poetica formata da sei canti. Grazie a essa, viene tutt’oggi ritenuto uno dei precursori del surrealismo, la corrente artistica nata in Francia durante il Novecento.
Ne I canti di Maldoror, il protagonista è una creatura provocatoria, ribelle, tetra, maligna. In un primo momento, Maldoror è talmente disgustato dalla natura umana da considerarla ipocrita e dominata dal male. Per questo decide di discostarsene, opponendosi a essa, incarnando egli stesso l’immoralità più pura. Compie, dunque, atti di crudele violenza: aggressioni, torture, omicidi nei riguardi di persone e animali. Ma nelle sue azioni c’è comunque una logica, ossia la necessità di mostrare apertamente il suo rifiuto nei confronti della società. Un bestiale moto d’insurrezione contro il divino e l’universo.
Attraverso una narrazione scioccante, irrealista, a tratti raccapricciante, ma anche fantasiosa, oserei dire onirica, Ducasse ha preceduto i grandi surrealisti. Per questo, pur essendo morto ben prima della pubblicazione del libro Les Poètes maudits (1884) di Paul Verlaine, e non facendone parte, viene comunque accostato spesso ai poeti maledetti. Per il cineasta belga Fabrice du Welz I canti di Maldoror è stata una lettura fondamentale nel corso della sua adolescenza, al punto da intitolare il suo ultimo lungometraggio, per l’appunto, Maldoror.
Al centro della storia c’è Paul Chartier (Anthony Bajon), un giovane poliziotto belga che tenta di scappare dal suo passato. Cresciuto in una famiglia disfunzionale, con un padre criminale e una madre prostituta, Paul sta cercando un’occasione di riscatto attraverso la sua posizione lavorativa. È fidanzato con Jeanne (Alba Gaïa Bellugi), una ragazza di origini siciliane, che da diverso tempo si è trasferita in Belgio con i suoi parenti. I due sono prossimi alle nozze, ma a interrompere l’idillio subentra il misterioso rapimento di due bambine della zona. Paul viene così affidato all’operazione Maldoror, che è però destinata alla sola sorveglianza, senza ulteriori indagini, di un sospettato già noto alle autorità giudiziarie come pedofilo. Ma questo caso risveglia in Paul un istinto irrefrenabile di giustizia e, insieme a un altro collega, inizierà a investigare malgrado gli ordini del suo superiore.
La sceneggiatura del film è stata scritta dallo stesso du Welz, insieme al giornalista e critico cinematografico Domenico La Porta, ispirandosi liberamente alla vicenda del mostro di Marcinelle, che ancora oggi grava sull’opinione pubblica belga. Difatti, il caso di Marc Dutroux, condannato all’ergastolo il 22 giugno del 2004, scoperchiò un vaso di Pandora che espose la classe politica e la polizia belga a uno scandalo internazionale. Tra il 1985 e il 1996, il pregiudicato Dutroux sequestrò, stuprò, torturò e causò la morte di bambine e ragazze tra gli 8 e i 19 anni, servendosi della collaborazione della seconda moglie Michelle Martin, condannata poi a trent’anni, e dei presunti complici Michel Lelièvre, condannato a venticinque anni, e Michel Nihoul, assolto dalle accuse relative ai sequestri, alle detenzioni e agli omicidi delle minori e condannato soltanto a cinque anni per spaccio e associazione a delinquere.
Inoltre, Michel Nihoul e Dutroux, nel corso delle indagini, furono sospettati di aver messo in piedi una tratta di esseri umani, costringendo ragazze cecoslovacche a prostituirsi. Ma nel 2004, durante il procedimento penale, il procuratore respinse le accuse. Ed è proprio questo uno dei motivi che crearono sgomento in Belgio, diffondendo la teoria che dietro le azioni di Dutroux e i suoi compari ci fosse addirittura la complicità di alcuni rappresentanti politici e di polizia.
Nella nuova opera du Welz, dove all’inizio viene fatta menzione esplicita del libero accostamento al caso del mostro di Marcinelle, si percepisce forte e chiaro il bisogno di tracciare una linea di confine ben definita tra e il bene il male. Tant’è che Maldoror qui non è il protagonista, ma è il nome di un’operazione di facciata, che viene assegnata a Chartier e al suo collega per distrarli dalla vera pista investigativa. Per Paul Chartier, che il male lo ha conosciuto molto bene sin da bambino, Marcel Dedieu (Sergi López) – il personaggio ispirato a Dutroux – e il suo entourage diventano man mano una vera ossessione, al punto da legarsi così tanto alla vicenda da rinunciare persino alla figlia e alla sua libertà.
L’intenzione di du Welz è palese, ma, ahimè, inefficace. Se lo abbiamo lasciato nel 2019 col suo splendido e visionario thriller psicologico Adorazione, qui la regia risulta disordinata, a tratti confusionaria e troppo ambiziosa rispetto alle reali potenzialità della pellicola per come è stata impostata. Non ho poi trovato convincente la recitazione del cast, in particolare quella di Anthony Bajon, che interpreta il ruolo principale. Decisamente inadatto a una parte simile. Per Maldoror, 3,1 stelle su 5.