Una delle cose che amo di più del cinema è che, spesso, un film nasconde tanti piccoli dettagli che aiutano a raccontare una storia basata su molte altre opere. Per me riuscire istintivamente a cogliere un richiamo equivale a vincere una partita a scacchi. Quando mi metto a studiare per scrivere un articolo, invece, più scopro dei collegamenti esterni e più mi coglie una sorta di euforia maniacale. Mi ritrovo letteralmente preda di una frenesia inarrestabile: con gli occhi spalancati e un mezzo sorriso quasi folle, apro decine di schede su Firefox, passando dall’una all’altra, con la stessa voracità con la quale si tuffano le mani in una scodella piena di ciliegie.
Ed è proprio quel che mi è capitato con The Invite, il nuovo lungometraggio diretto e interpretato da Olivia Wilde. Arrivata in sala per l’anteprima stampa, a luci già spente, vedendomi palesare sullo schermo Seth Rogen e Olivia Wilde intenti a discutere in un fitto dialogo accorato, la prima cosa a cui ho pensato è stata Carnage di Polański. La premessa iniziale ha delle piccole, ma evidenti similitudini: due coniugi sposati da diversi anni si aggirano per il loro appartamento dibattendo animatamente, come in un match di tennis. Stanno aspettando l’arrivo di un’altra coppia, in questo caso i vicini del piano di sopra. Con l’occasione di mostrargli la casa e di cenare insieme, Angela (Olivia Wilde) e Joe (Seth Rogen) vorrebbero affrontare Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton) per parlare degli schiamazzi che ogni notte sentono provenire dalla loro abitazione…
Ebbene, durante tutta la proiezione del film ho continuato a pensare a Carnage, ma non per questo percependolo come una copia banale e senz’anima. Anzi, la cosa che ho più apprezzato è che, nel caso dell’ultimo lungometraggio firmato dalla Wilde, l’ira repressa tra le coppie vien fuori in modo tagliente, ma ironico. Ma, forse, The Invite rappresenta al meglio quanto un’opera cinematografica possa essere parte di uno schema ben più grande del previsto.
Partiamo da Carnage: l’esaltante pellicola del 2011 di Roman Polański, non è un progetto originale. È, bensì, tratto dalla pièce teatrale Il dio del massacro (2006), scritta dalla drammaturga francese Yasmina Reza. Quasi una decina d’anni dopo, l’operato di quest’ultima e, in particolare, proprio Il dio del massacro, è servito da spunto per il regista spagnolo Cesc Gay durante la stesura della sua commedia per il teatro Los vecinos de arriba (2015); anche se l’idea è stata ispirata dai gemiti rumorosi che Gay sentiva sovente provenire dall’appartamento dei vicini. Poi, nel 2020, è uscito il primo adattamento cinematografico, intitolato Sentimental. Da Sentimental è nata la versione italiana Vicini di casa, diretta da Paolo Costella. E, infine, arriviamo a The Invite. Ecco che il concetto di cui parlavo appare decisamente più chiaro; non vi pare di trovarvi davanti a una matrioska? Senza contare il fatto che Il dio del massacro ha degli ulteriori collegamenti con, ad esempio, il romanzo La danza della morte (1901) di Strindberg e con il film drammatico Chi ha paura di Virginia Woolf? (1966), del cineasta Mike Nichols. Tutto ciò non è entusiasmante e bellissimo?
Ad ogni modo, servendosi della sceneggiatura di Will McCormack e di Rashida Jones, Olivia Wilde è riuscita a portare sul grande schermo una trasposizione fedele dell’originale, ma è stata comunque capace di dargli un suo taglio personale. Sì, perché se Sentimental mantiene per tutto il tempo una narrazione secca, asciutta, caustica, The Invite fa altrettanto, ma cambia la prospettiva della comicità utilizzata e cerca di trovare una possibile salvezza per un’unione matrimoniale che sembra essere irrimediabilmente esausta.
Se per Cesc Gay l’umorismo trova massima esternazione nelle reazioni, spesso sproporzionate, dei personaggi e nella decostruzione dell’apparenza borghese, per la Wilde è la rappresentazione stessa dell’ironia e, talvolta, della goffaggine dei suoi protagonisti a reggere la scena. Pertanto, The Invite risulta più esplicito nel suo essere comico, simile a uno spettacolo di stand-up. Quel che è certo è che la forte impostazione teatrale resta, e che l’ambiente stretto e intimo di un appartamento cittadino funge da palcoscenico, nonché da campo di battaglia dal quale pare non esserci via di scampo. Nemmeno la porta d’ingresso.
Ma è davvero possibile restare insieme per sempre? Forse, quella che un tempo era una certezza, nella società odierna è un obiettivo ormai impossibile. Oggi, la monogamia viene venduta come la folle aspirazione degli ingenui, il matrimonio come un atto di costrizione o, addirittura, come una desueta tortura medievale. In un mondo iper-performativo anche i legami e la sessualità sono diventati una forma narcisistica, avida e consumista di caccia. L’attuale tendenza a sessualizzare ogni cosa, personalmente, mi stomaca, ma c’è anche da dire che, in verità, è molto difficile che un amore duri con sincerità e passione per troppi anni. Dovremmo riuscire ad accettare che ogni rapporto ha un inizio e una fine, prima che l’odio distrugga tutto, senza accanirci morbosamente sul fatto che ciascuno di essi debba essere imperituro.
A volte, più che per la comodità di un’unione certa, si continua a stare insieme mossi dal bisogno di rimanere avvinghiati all'ira e all’insoddisfazione, da un lato per non gettare la spugna, dandola vinta al partner, dall’altro per la paura di affrontare da soli l’imprevedibilità di un futuro senza punti fermi. E in questo, l’ultima opera di Olivia Wilde riesce a farsi capire alla perfezione.
Per citare Factotum (2005), l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Bukowski: «Incredibile quanto ferocemente ci attacchiamo alla nostra infelicità. L'energia che bruciamo per alimentare la nostra rabbia. Incredibile quanto un momento siamo lì che ringhiamo come bestie e un momento dopo ci siamo già scordati come e perché. E questo non per ore, o giorni, o mesi, o anni, ma per decadi. Vite completamente usate, consegnate agli odi e ai rancori più insignificanti. Alla fine qui, non resta niente alla morte da portare via».
Per The Invite, che vi aspetta in sala a partire dal 16 settembre 2026, 3,9 stelle su 5.