Sei mesi dopo l’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il conflitto resta senza una soluzione. La diplomazia non ha portato alla fine delle ostilità e permane una situazione di stallo. La crisi continua così a influenzare gli equilibri politici ed economici internazionali, con conseguenze che vanno ben oltre i confini della regione.
Sono passati sei mesi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Sebbene il presidente americano Donald Trump avesse inizialmente previsto una durata di quattro o cinque settimane, la fine delle ostilità non appare ancora vicina. Il conflitto si è trasformato in una crisi prolungata, con conseguenze militari, diplomatiche ed economiche che hanno superato i confini della regione.
Il 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno lanciato i primi attacchi contro l’Iran. Teheran ha risposto con attacchi di rappresaglia contro le basi statunitensi nei paesi del Medio Oriente e del Golfo e con la chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi per il trasporto marittimo di petrolio e gas.
Il cessate il fuoco entrato in vigore a marzo non ha portato alla completa cessazione delle ostilità. Sebbene i combattimenti si siano temporaneamente ridotti, sono proseguiti gli attacchi e sono rimasti aperti i principali dossier diplomatici, tra cui il controllo dello Stretto di Hormuz e il programma nucleare iraniano.
I contatti indiretti tra Washington e Teheran, mediati dal Pakistan, non hanno prodotto finora una soluzione definitiva. Il 17 giugno le due parti hanno firmato un Memorandum d’intesa della durata di 60 giorni, con l’obiettivo di arrivare ad un accordo più ampio e porre fine alla guerra.
Il periodo previsto dall’accordo provvisorio, tuttavia, è stato segnato da una nuova escalation. Alla scadenza del memorandum, il 17 agosto, restavano in vigore il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran e lo stallo dei negoziati.
Trump sostiene che gli attacchi abbiano già gravemente indebolito la leadership, l’esercito e l’economia iraniani. L’amministrazione americana ha recentemente lanciato anche una campagna di pressione economica più ampia.
Il 24 agosto, il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran. Washington ha inoltre avvertito i paesi e le aziende che continueranno a mantenere rapporti commerciali con Teheran.
La strategia americana punta quindi a isolare ulteriormente l’Iran e a ridurne le fonti di finanziamento.
Dall’inizio della guerra, 18 militari statunitensi sono morti e 756 sono rimasti feriti, secondo i dati del Pentagono.
La guerra ha avuto ripercussioni oltre i confini iraniani. Il blocco dello Stretto di Hormuz ha provocato forti oscillazioni sui mercati. Il prezzo del petrolio Brent è arrivato a superare i 120 dollari al barile ad aprile. A fine agosto si aggira intorno ai 90 dollari.
Tuttavia, un’ulteriore escalation o una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe provocare nuove pressioni sui prezzi dell’energia e sui costi di trasporto, con effetti sui consumatori in molti paesi.
Anche negli Stati Uniti il sostegno alla guerra resta basso. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 21 e il 24 agosto, il 31 per cento degli americani approva le operazioni militari contro l’Iran, mentre il 63 per cento le disapprova. Il sostegno è più elevato tra gli elettori repubblicani, con il 69 per cento, ma resta minoritario tra quelli democratici.
Il sondaggio mostra inoltre una crescente sfiducia nella possibilità di una conclusione rapida del conflitto. L’83 per cento degli intervistati ritiene che il coinvolgimento militare degli Stati Uniti durerà ancora a lungo, mentre soltanto una minoranza prevede una fine in tempi brevi.