Negli ultimi anni, a livello globale, stiamo assistendo a un ritorno violento dell’estrema destra; quella prevaricatrice, fascista, dittatoriale. Ricordate quando si era detto che dall’emergenza COVID-19 ne saremmo usciti migliori? Ebbene, sembra invece che a livello sociale si sia risvegliata un’implacabile ira, che per troppo tempo si era nascosta tra le viscere, avvinghiandosi saldamente agli organi interni, come catarro attaccato ai polmoni. La recente crisi economica ha in realtà mostrato una faccia dell’umanità che, purtroppo, conosciamo molto bene: più le tasche si svuotano, più le persone vanno ossessivamente alla ricerca di un bersaglio fragile a cui attribuire la colpa. Razzismo, omofobia, xenofobia, transfobia; oggi l’odio non soltanto viene suddiviso per categorie, ma viene propagandato dalla politica come un vanto da rivendicare.
Quand’è che abbiamo già visto un fenomeno simile verificarsi, soprattutto in Europa? Tra la prima e la seconda guerra mondiale. La Germania di Hitler, l’Italia fascista, la Spagna schiacciata dalla dittatura di Franco. Ma anche il Sud America, durante il Novecento, ha vissuto anni di terrore sotto il potere di oppressori senza coscienza: Videla in Argentina, Stroessner in Paraguay, Pinochet in Cile, il regime dei Gorillas in Brasile.
Durante gli ultimi tre anni i registi di tutto il mondo hanno portato sul grande schermo delle opere che ricordassero al pubblico ciò che siamo stati e che stiamo rovinosamente tornando a essere. Ad esempio: La zona d'interesse (2023) di Jonathan Glazer, Io sono ancora qui (2024) di Walter Salles, Le assaggiatrici (2025) di Silvio Soldini, A cena con il dittatore (2025) di Manuel Gómez Pereira, L’agente segreto (2025) di Kleber Mendonça Filho, L’hangar Rosso (2026) di Juan Pablo Sallato. E, allora, dove potrebbe collocarsi una pellicola come Il Cileno in un periodo storico simile? Il nuovo lungometraggio del regista Sergio Castro-San Martín parte dalla fuga del protagonista dal regime di Pinochet, ricostruendo poi il suo arrivo in una Torino violenta, dove ha successivamente iniziato a collaborare con un gruppo armato di estrema sinistra.
È il 1976 e Aldo Marín (Camilo Arancibia), un socialista cileno, ex sostenitore di Allende, che ha già sperimentato sulla sua pelle la brutalità della dittatura di Pinochet, è costretto a scappare dal Cile, cercando salvezza in Italia. Accompagnato dall’amico fraterno El Chapa (Andrew Bargsted), lascia moglie e figlio ancora in fasce, per approdare nella Torino degli anni di piombo. Dopo aver trovato lavoro in una fabbrica, col passare delle settimane, Aldo si contraddistingue per la sua dedizione lavorativa. Ma una sera viene avvicinato in un bar da Luciana (Sara Serraiocco) e da suo fratello Enrico (Lorenzo Richelmy), i quali sono a conoscenza del grande talento nascosto di Aldo: saper costruire bombe. I due fanno parte di Azione Rivoluzionaria, un’organizzazione armata orientata verso la sinistra estrema, e propongono ad Aldo un cospicuo accordo di collaborazione. Quest’ultimo dovrà scegliere se tornare al passato da cui tenta di fuggire o se cambiare vita per sempre.
Dopo l’Hangar Rosso, con Il Cileno, quest’estate siamo già alla seconda opera che ricorda sussurrando la realtà feroce del regime oppressivo di Augusto Pinochet. Anche qui la dittatura cilena funge da contesto, comparendo vagamente nell’ombra, come uno spettro. Ma se nel primo caso questo dettaglio serve al regista per condurre lo spettatore nel dilemma morale vissuto dal protagonista, il capitano Jorge Silva (Nicolás Zárate), nel secondo serve, invece, a mettere in comunicazione due ideologie diametralmente opposte, che però finiscono per rappresentare entrambe la violenza.
Ne Il Cileno il personaggio principale giunge in uno Stato apparentemente liberale, ma governato dalla Democrazia Cristiana che, nascondendosi dietro la parvenza moderata di centro e professando la propria rettitudine attraverso la fede cattolica, invece si macchiava segretamente le mani con atti di corruzione e con la collusione con Cosa Nostra. Al contempo, vi erano diversi gruppi armati di estrema sinistra — Brigate Rosse, Azione Rivoluzionaria, Prima Linea — che, per opporsi al governo vigente, commisero attacchi terroristici dinamitardi e rapimenti. Il più famoso su tutti fu quello di Aldo Moro, avvenuto nel 1978.
La trama della nuova pellicola di Sergio Castro-San Martín è incentrata su Aldo Marín, che è davvero esistito. La sceneggiatura, difatti, scritta dal regista insieme alla sceneggiatrice italiana Simona Nobile, è liberamente ispirata al libro del 2018 Aldo Marín: carne de cañón, del giornalista Juan Cristóbal Guarello. Certo, sono tante le rivisitazioni di fantasia rispetto alla vera storia di Aldo Marín, ma l’opera si concentra più su un dubbio etico: chi fornisce un’arma è colpevole allo stesso modo di chi se ne serve per commettere un crimine? Sì, perché quando il protagonista Aldo accetta di collaborare con Azione Rivoluzionaria, fa un’importante premessa: «Io non metto le bombe, le fabbrico soltanto.» Questo è sufficiente ad assolverlo e a sollevarlo da ogni responsabilità morale? Sarebbe un po’ come dire che chi vende droga non è complice della fine che fa un tossicodipendente.
In conclusione, Il Cileno è comunque un film che arriva a metà. Anzitutto, non ho apprezzato la rilettura di alcuni dettagli storici, che sono stati cambiati ai fini narrativi. Avendo utilizzato il vero nome di Aldo Marín, ho trovato scorretto non raccontare fedelmente quella che è stata la sua vita, in particolare il periodo di permanenza in Italia e la sua morte. Il racconto degli anni di piombo italiani e del contesto torinese tra il 1970 e il 1980 appare molto superficiale e funge banalmente da sfondo. Infatti, questo dettaglio si limita ad accompagnare un’accennata infatuazione romantica tra Aldo e Luciana, che rimane trattenuta e silente. Non vengono mai approfonditi gli ideali politici che spingono Enrico e i suoi compagni a commettere gli atti terroristici. La narrazione resta sospesa tra il biopic e l’amore impossibile. Non l’ho trovato incisivo. Senza infamia e senza lode, 3,3 stelle su 5.