C'è una differenza sottile, ma importante, tra avere personalità e mostrare insofferenza. Cristian Chivu sembra averla sfiorata, forse superata, dopo il 4-1 dell'Inter al Monza. Una vittoria netta, convincente nel risultato e importante per iniziare la stagione con il piede giusto, che però nel post-partita è finita quasi in secondo piano per una frase dell'allenatore nerazzurro sul mercato: «Mi sono rotto le palle» di rispondere alle continue domande.
Il problema, a mio avviso, non è la parolaccia. Nel calcio siamo abituati a espressioni ben più colorite e nessuno pretende che un allenatore debba parlare come un comunicato stampa. Il problema è l'atteggiamento che quella frase trasmette. Chivu può essere stanco del mercato, può considerarlo una distrazione e può desiderare che finisca il prima possibile. Ma quando l'insofferenza verso le domande diventa così evidente, il rischio è quello di confondere la personalità con una sorta di superiorità nei confronti di chi sta dall'altra parte del microfono.
E questo, soprattutto all'Inter, è un dettaglio che merita attenzione.
Partiamo da un punto fondamentale: Chivu ha tutto il diritto di non voler parlare di mercato. Nessuno può obbligarlo a commentare una trattativa, una possibile cessione o il nome di un giocatore che potrebbe arrivare.
Ma c'è un'altra questione.
Il mercato dell'Inter non è un argomento inventato dai giornalisti per infastidire l'allenatore. È una parte integrante della costruzione della squadra. Riguarda gli acquisti, le cessioni, gli equilibri della rosa e soprattutto le esigenze dell'allenatore stesso.
Per questo è inevitabile che gli venga chiesto.
La stampa fa il proprio lavoro. L'allenatore fa il proprio. E il punto d'incontro è proprio la conferenza stampa. Se una domanda viene ripetuta, si può rispondere «non ne parlo». Se diventa fastidiosa, si può far capire che non si vuole aggiungere altro.
Ma arrivare a dire di essersi «rotto le palle» significa spostare il discorso dal contenuto al rapporto con i giornalisti.
Ed è qui che, personalmente, vedo qualcosa che non mi convince.
Chivu ha personalità. Questo è evidente. Non è un allenatore che sembra avere paura delle proprie idee e, nel calcio, è un valore.
Anzi, il 4-1 al Monza ha confermato una squadra capace di cambiare passo e di chiudere la partita dopo un primo tempo meno brillante. Il risultato gli ha dato ragione e ha alimentato ulteriormente quella sensazione di sicurezza che accompagna il tecnico nerazzurro.
Ma proprio per questo credo che non abbia bisogno di dimostrare continuamente di avere il controllo della situazione.
L'allenatore dell'Inter non deve necessariamente essere simpatico. Non deve neppure essere accomodante. Può essere duro, diretto, persino scontroso. Quello che conta è ciò che trasmette.
E Chivu, in alcuni momenti, trasmette una sicurezza che rischia di trasformarsi in insofferenza verso tutto ciò che arriva dall'esterno.
La differenza è sottile, ma fondamentale.
Essere sicuri delle proprie idee significa difenderle. Essere arroganti, o apparire tali, significa far percepire agli altri che quelle idee non meritino nemmeno di essere messe in discussione.
E un allenatore dell'Inter deve sapere che ogni sua scelta verrà analizzata.
Forse è proprio questo l'aspetto che Chivu dovrebbe ricordare.
Allenare l'Inter significa vivere quotidianamente dentro una pressione enorme. Significa gestire una squadra campione d'Italia, una società con ambizioni altissime e una tifoseria che pretende di sapere cosa sta accadendo.
Significa anche accettare che ogni scelta venga analizzata.
Il 4-1 al Monza è stato un ottimo inizio, ma una vittoria non cancella automaticamente tutte le domande sulla rosa. E soprattutto non rende meno importante il tema del mercato.
Anzi, per certi versi è proprio il contrario.
Se una squadra vuole competere per lo scudetto e affrontare una stagione lunga, con tanti impegni, è normale chiedersi se la rosa sia completa, quali siano le necessità dell'allenatore e se la società interverrà ancora.
Non è una provocazione.
È il lavoro quotidiano dell'informazione sportiva.
Per questo considero sbagliato trattare il tema mercato quasi come una seccatura da eliminare.
È parte del lavoro dell'allenatore anche gestire le domande sul mercato.
Non significa dover rivelare trattative o fare il portavoce della società. Significa semplicemente accettare che quelle domande arrivino.
La frase di Chivu ha fatto rumore proprio perché è forte, immediata e poco diplomatica.
Ma se ci fermiamo alla parolaccia perdiamo il punto.
A me interessa molto di più ciò che c'è dietro: perché un allenatore sente il bisogno di manifestare in maniera così plateale il proprio fastidio?
Chivu vuole che si parli della squadra. Vuole concentrarsi sul campo. Vuole evitare che il mercato condizioni il gruppo. È un ragionamento comprensibile.
Anzi, sotto questo aspetto è persino condivisibile.
Il problema è il modo.
Ci sono allenatori che riescono a chiudere una questione con una frase secca, senza alimentare ulteriormente il caso. «Non ne parlo più, penso alla squadra» sarebbe stato sufficiente.
Messaggio ricevuto.
Invece la scelta di utilizzare un linguaggio così aggressivo finisce inevitabilmente per spostare l'attenzione dall'Inter a Chivu.
E questo, per un allenatore, non è sempre un bene.
C'è poi un'ultima considerazione che mi sento di fare.
Chivu ha dimostrato di avere carattere. Non gli manca la personalità e non sembra avere intenzione di farsi condizionare dall'ambiente.
Ma l'autorevolezza non si pretende: si costruisce.
Si costruisce con i risultati, con le idee, con la gestione dello spogliatoio e anche con il modo in cui si affrontano i momenti scomodi.
Per questo non credo che Chivu debba diventare improvvisamente diplomatico o trasformarsi nell'allenatore delle frasi preconfezionate. Al contrario: la sua schiettezza può essere una delle sue qualità migliori.
Deve soltanto stare attento a non trasformarla in altro.
Perché dire «non parlo di mercato» significa mettere un confine.
Dire «mi sono rotto le palle di rispondere alle domande» rischia invece di trasmettere l'idea che quelle domande siano quasi una perdita di tempo per chi, invece, dovrebbe essere abbastanza importante da non doverle nemmeno prendere in considerazione.
E allora sì, la questione non è più la parolaccia.
La questione è il tono.
Il 4-1 al Monza è il miglior modo possibile per iniziare una stagione: il risultato dà fiducia, la squadra risponde e l'allenatore può lavorare con maggiore serenità.
Ma proprio adesso arriva la parte più difficile.
Perché una cosa è guidare l'Inter dopo una vittoria convincente. Un'altra è farlo quando arriveranno le prime difficoltà, quando una scelta verrà contestata, quando un giocatore resterà fuori, quando il mercato non andrà come previsto o quando una domanda sarà particolarmente scomoda.
È lì che si misura davvero un allenatore.
Chivu non deve rinunciare alla propria personalità. Deve semplicemente imparare a gestirla senza trasformarla in una barriera.
Perché all'Inter la sicurezza è necessaria. L'arroganza, invece, è un lusso che nessuno può permettersi.
E soprattutto perché le domande sul mercato, sulle scelte e sulle prestazioni non spariranno.
Chivu può anche essersi stancato di sentirle.
Ma se ha scelto di allenare l'Inter, dovrà imparare a conviverci.
Perché il calcio non è soltanto quello che accade nei novanta minuti. E un allenatore di una grande squadra viene giudicato anche da come affronta tutto ciò che accade prima e dopo il fischio finale.