24 Aug, 2026 - 07:00

Il meccanismo era noto: la scorta, la visibilità e il nodo Ranucci

Il meccanismo era noto: la scorta, la visibilità e il nodo Ranucci

La scorta protegge, ma comunica anche. È una misura di prevenzione fondata sul rischio; nel linguaggio del potere, però, può diventare un segno di importanza, pericolo e centralità. Non si compete soltanto per essere protetti: talvolta si compete anche per essere visti mentre lo si è.

Esiste un automatismo tra un attentato e il potenziamento della scorta? Formalmente no: occorre una valutazione delle autorità competenti. Sostanzialmente, però, dopo un attentato grave la risposta dello Stato è quasi obbligata. Sarebbe impensabile attendere l’identificazione del mandante o l’accertamento definitivo del movente prima di rafforzare la protezione.

La sicurezza appartiene infatti alla prevenzione, non al processo. Lo Stato deve decidere ex ante sulla probabilità del pericolo; il giudice accerterà ex post la prova del reato. È un principio necessario, perché davanti al rischio di un attentato è preferibile eccedere nella prudenza. Ma produce una conseguenza: la protezione arriva prima della verità processuale e attribuisce immediatamente alla persona protetta anche un capitale simbolico.

L’opinione pubblica vede l’automobile blindata, gli agenti e il dispositivo di sicurezza. Non conosce quasi mai gli elementi sui quali la misura è fondata. Non sa se il rischio derivi da un progetto criminale accertato, da una frase intercettata in carcere, da un’e-mail minatoria, dall’incarico ricoperto oppure da una tutela disposta molti anni prima.

Un’e-mail dimostra che una minaccia è stata inviata, non che il mittente possieda una reale capacità operativa. Una frase pronunciata da un detenuto è un fatto, ma non prova necessariamente l’esistenza di un piano esecutivo. La scorta certifica dunque una valutazione prudenziale del rischio, non la verità giudiziaria di ogni ricostruzione.

Queste differenze, però, scompaiono nella rappresentazione pubblica. Se lo Stato protegge una persona, quella persona appare come qualcuno che ha colpito interessi potenti. Se dispone di più uomini e più mezzi, può essere percepita come ancora più importante. Nel circuito del potere, il livello della protezione rischia così di diventare anche una differenza di rango.

Nella maggior parte dei casi la scorta è un sacrificio imposto da pericoli autentici e talvolta gravissimi. Sarebbe però ingenuo negare che possa produrre anche un effetto reputazionale e alimentare, nel mondo istituzionale, una rincorsa ad apparire più minacciati e quindi più scortati degli altri.

Il sistema, inoltre, è difficilmente reversibile. Potenziare una tutela è una decisione prudenziale che nessuno contesta; ridurla significa assumersi la responsabilità di avere forse sottovalutato un pericolo. Per questo una misura può protrarsi anche quando il rischio originario si è attenuato. La protezione rimane visibile, mentre le ragioni del suo mantenimento e gli esiti delle verifiche restano riservati.

È precisamente sulla prevedibilità di questo meccanismo che, secondo l’ipotesi investigativa, potrebbe aver fatto affidamento Valter Lavitola. Lavitola ha ammesso davanti al gip, secondo quanto riferito dal suo difensore, di essere stato il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci e di avere voluto provocare un innalzamento della sua scorta. Nelle ricostruzioni dell’inchiesta compare anche l’obiettivo di accrescere la popolarità del giornalista e agevolarne una possibile prospettiva politica. 

Se questa ricostruzione fosse confermata, il piano avrebbe sfruttato una regola elementare: una bomba vera impone una risposta vera. Il rafforzamento della protezione, la solidarietà istituzionale e l’esposizione mediatica sarebbero arrivati subito; l’accertamento del movente soltanto dopo.

La standing ovation tributata a Ranucci dall’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati non è un dettaglio di colore. È il momento nel quale la necessaria solidarietà ha assunto la forma di una consacrazione istituzionale. Senza volerlo, l’ANM ha prodotto esattamente l’effetto reputazionale sul quale, secondo l’ipotesi investigativa, Lavitola avrebbe fatto affidamento: trasformare la minaccia in prestigio, la protezione in investitura e la vittima in simbolo, prima ancora che fossero accertati il mandante e il movente.

In realtà la scorta dice una cosa soltanto: esiste un pericolo che lo Stato non può permettersi di ignorare. Non certifica la verità di ogni minaccia, non prova l’esistenza di un complotto, non attribuisce una patente di eroismo e non rende la persona protetta immune dalla critica.

Quando invece la protezione diventa misura del prestigio, ogni blindata rischia di trasformarsi in un blasone, ogni agente in una medaglia e ogni potenziamento in una promozione simbolica. Nasce allora la domanda che il sistema preferisce evitare: quante scorte rispondono ancora a un pericolo attuale e quante sopravvivono per inerzia, opacità o timore di assumersi la responsabilità di ridurle?

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