22 Aug, 2026 - 09:55

Manx GP 2026, due piloti morti in due giorni: correre a velocità folle è ancora sport?

Manx GP 2026, due piloti morti in due giorni: correre a velocità folle è ancora sport?

Ci sono tragedie sportive che lasciano soltanto dolore e altre che, oltre al dolore, obbligano a porsi domande scomode. Quello che è successo al Manx Grand Prix 2026 appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Prima è morto Mauro Poncini, pilota svizzero di 29 anni, vittima di un incidente durante le qualifiche di martedì 18 agosto. Il giorno successivo, mercoledì 19, la tragedia si è ripetuta: Sam Naughton, 37 anni, pilota dell'Isola di Man, ha perso la vita durante la terza sessione di qualifiche a Doran's Bend. Due piloti, due incidenti e due morti in due giorni consecutivi nello stesso evento.

E allora la domanda diventa inevitabile: correre a velocità estreme, su un tracciato nel quale un errore può trasformarsi in una tragedia, è ancora sport? Non è una domanda contro il motociclismo e non vuole essere una condanna nei confronti di chi sceglie di correre. Al contrario, nasce proprio dal rispetto per quei piloti che dedicano la propria vita alla velocità. Ma quando due persone perdono la vita a distanza di poche ore nello stesso appuntamento, diventa impossibile limitarsi alla cronaca. Bisogna interrogarsi sul rapporto che lo sport moderno vuole avere con il rischio e soprattutto su quanto quel rischio possa essere considerato accettabile.

Mauro Poncini e Sam Naughton, due tragedie in due giorni

La prima tragedia si è consumata martedì 18 agosto. Mauro Poncini, 29 anni, originario della Svizzera italiana, ha perso la vita durante la seconda sessione di qualifiche del Manx Grand Prix dopo un incidente a Cruickshanks, sul celebre Mountain Course. Era al debutto sul tracciato dell'Isola di Man, uno dei percorsi più difficili e pericolosi dell'intero panorama motociclistico. La sua morte aveva già sconvolto il paddock e gli organizzatori, ma il giorno successivo è arrivata una seconda notizia drammatica.

Sam Naughton, 37 anni, originario di Castletown, sull'Isola di Man, è morto dopo un incidente avvenuto a Doran's Bend durante la terza sessione di qualifiche. Per lui non c'è stato nulla da fare. Naughton aveva già partecipato al Manx Grand Prix nel 2025 e correva nelle road races dal 2020. Non era quindi un pilota improvvisato, ma un uomo che conosceva perfettamente il mondo delle competizioni su strada e aveva scelto consapevolmente di confrontarsi con uno degli ambienti più estremi del motociclismo.

C'è poi un elemento che rende la sua morte ancora più dolorosa: Naughton lascia la moglie Charlotte e quattro figli. Dietro la parola "pilota", dietro il risultato di una qualifica e dietro la notizia di un incidente, c'è dunque una famiglia che improvvisamente si trova a fare i conti con un'assenza che non potrà essere colmata. È un dettaglio che non cambia la natura della competizione, ma cambia inevitabilmente il modo in cui una tragedia dovrebbe essere raccontata.

Il Manx Grand Prix è sport, ma è uno sport estremo

Il primo punto da chiarire è che nessuno può mettere in discussione la natura sportiva del motociclismo. Un pilota è un atleta a tutti gli effetti: deve allenare il fisico, mantenere riflessi straordinari, gestire la concentrazione, conoscere la propria moto in ogni dettaglio e riuscire a prendere decisioni in frazioni di secondo. Dietro una gara ci sono preparazione, tecnica, strategia, disciplina e talento. Non è semplicemente una questione di accelerare più degli altri.

Il problema nasce quando si guarda alla particolare natura delle road races. Il Mountain Course dell'Isola di Man non è un circuito moderno costruito esclusivamente per le competizioni. È un tracciato stradale lungo decine di chilometri, caratterizzato da curve cieche, salti, dislivelli, abitazioni, muri, alberi e ostacoli naturali. Mancano in molti punti quelle ampie vie di fuga che rappresentano ormai uno degli elementi fondamentali della sicurezza nei circuiti internazionali. È proprio questa caratteristica a rendere il Manx Grand Prix e il Tourist Trophy eventi unici, ma è anche la stessa caratteristica a rendere il margine di errore estremamente ridotto.

Ed è qui che il fascino della competizione incontra il suo lato più oscuro. Perché una cosa è correre veloce, un'altra è correre velocissimo sapendo che una minima perdita di controllo può avere conseguenze irreversibili. Il pilota conosce questo rischio, lo studia e cerca di gestirlo, ma non può eliminarlo completamente. E quando il rischio diventa così concreto, la domanda sul confine tra sport e spettacolo estremo diventa inevitabile.

La velocità è il fascino delle corse, ma anche il loro lato più pericoloso

Bisogna essere onesti: se togliessimo la velocità dal motorsport, probabilmente ne cancelleremmo una parte fondamentale del suo fascino. Le corse sono nate proprio dalla volontà dell'uomo di andare più veloce, di migliorare i propri limiti, di costruire macchine sempre più performanti e di trovare qualcuno capace di portarle al massimo delle loro possibilità. Il pubblico guarda le gare perché vuole vedere quella sfida contro il cronometro, contro gli avversari e contro la propria capacità di controllo.

La velocità, però, porta con sé una conseguenza inevitabile: più aumenta, più si riduce il tempo disponibile per reagire a un errore. Su un circuito moderno questo problema viene affrontato attraverso vie di fuga, barriere, protezioni, sistemi di sicurezza e strutture mediche sempre più avanzate. Nelle road races il discorso è inevitabilmente diverso, perché il percorso stesso fa parte della competizione e non può essere trasformato completamente senza modificarne l'essenza.

È questa la contraddizione più difficile da risolvere. La stessa caratteristica che rende una gara affascinante può essere quella che la rende pericolosa. E allora il problema non è demonizzare la velocità, ma capire fino a quale punto sia possibile spingere il limite senza trasformare la possibilità della morte in una componente quasi inevitabile dello spettacolo.

Ma i piloti conoscono il rischio: non è forse una loro scelta?

È probabilmente l'obiezione più forte a qualsiasi critica nei confronti delle competizioni estreme. Mauro Poncini sapeva cosa avrebbe affrontato. Sam Naughton lo sapeva ancora meglio, visto che aveva già partecipato al Manx Grand Prix e correva nelle road races da diversi anni. Nessuno li costringeva a salire su quella moto e affrontare il Mountain Course. Erano professionisti o appassionati altamente preparati che avevano scelto liberamente quella strada.

Ed è proprio questa componente di libertà a rendere il motorsport diverso da molti altri sport. Chi corre accetta un livello di rischio che per la maggior parte delle persone sarebbe semplicemente inconcepibile. Lo fa perché ama la competizione, perché cerca il limite, perché quella sensazione di velocità e controllo rappresenta una parte fondamentale della propria identità. Sarebbe sbagliato raccontare questi piloti soltanto come vittime di uno sport pericoloso: sono anche uomini e donne che scelgono consapevolmente di vivere una passione estrema.

Ma la libertà individuale non può impedire allo sport di interrogarsi sulla sicurezza. Il fatto che un atleta accetti il rischio non significa che organizzatori, federazioni e istituzioni debbano smettere di cercare il modo di ridurlo. Anzi, dovrebbe essere esattamente il contrario. Il progresso sportivo passa anche dalla capacità di proteggere meglio chi rende possibile lo spettacolo.

Due morti consecutive cambiano il modo di guardare questa storia

Una tragedia può essere raccontata come un terribile incidente. Una seconda tragedia il giorno successivo obbliga almeno a fermarsi e riflettere. Al Manx Grand Prix 2026 sono morti due piloti in due sessioni di qualificazione consecutive, in due incidenti distinti. Non sarebbe corretto stabilire automaticamente responsabilità organizzative o tecniche senza elementi concreti, ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare quanto accaduto.

C'è inoltre un particolare che rende ancora più delicata la vicenda di Naughton. L'incidente è avvenuto a Doran's Bend, un punto del percorso che aveva già fatto registrare una tragedia durante il Tourist Trophy del giugno 2026, quando il britannico Daniel Ingham aveva perso la vita proprio in quella zona. Questo non significa, naturalmente, che il tratto sia responsabile degli incidenti o che esista necessariamente un problema specifico. Significa però che, davanti a una seconda tragedia in pochi mesi nello stesso punto, la domanda sulla sicurezza diventa ancora più difficile da evitare.

Due morti in due giorni non trasformano automaticamente un evento sportivo in qualcosa di sbagliato. Ma rendono impossibile continuare a parlare soltanto di sfortuna. Il motorsport deve essere capace di guardare anche alle proprie zone più delicate, proprio perché la storia insegna che molte delle più grandi conquiste in materia di sicurezza sono nate dopo tragedie che inizialmente sembravano inevitabili.

La storia dei motori è piena di piloti che non sono tornati a casa

Il problema, infatti, non nasce oggi. La storia del motorsport è costruita anche sui nomi di piloti che hanno perso la vita inseguendo la velocità. Per decenni la morte è stata considerata quasi una componente inevitabile delle corse, una sorta di prezzo da pagare per vivere al massimo la competizione. Era una concezione terribile, ma per lungo tempo è stata accettata quasi come una normalità.

La Formula 1 ha conosciuto un'epoca nella quale un pilota poteva disputare una stagione sapendo che il rischio di non arrivare alla fine non era affatto teorico. Il motociclismo ha vissuto dinamiche altrettanto drammatiche, con intere generazioni di piloti costrette a convivere con un livello di pericolo che oggi sarebbe difficilmente concepibile. Nomi come Alberto Ascari, Lorenzo Bandini, Jochen Rindt, Gilles Villeneuve e Ayrton Senna appartengono alla storia delle corse anche per tragedie che hanno contribuito, nel tempo, a cambiare la percezione della sicurezza.

Il punto non è mettere sullo stesso piano epoche, categorie e circuiti completamente diversi. Il punto è ricordare che il motorsport è diventato progressivamente più sicuro proprio perché ha smesso di considerare inevitabile la morte dei propri protagonisti. Ogni grande tragedia ha lasciato una lezione, modificato un regolamento, cambiato un circuito o accelerato l'introduzione di una nuova tecnologia.

Alberto Ascari e l'epoca in cui morire in pista sembrava normale

Per l'Italia, uno dei simboli più forti è Alberto Ascari. Due volte campione del mondo di Formula 1, pilota Ferrari e autentica leggenda del motorsport, Ascari morì a Monza nel 1955 durante una sessione di prove. Aveva soltanto 36 anni. La sua morte arrivò in un'epoca nella quale le protezioni per i piloti erano infinitamente inferiori a quelle attuali e la sicurezza dei circuiti era ancora lontanissima dagli standard moderni.

La storia di Ascari rappresenta bene il cambiamento avvenuto nel corso dei decenni. Oggi nessuno considererebbe accettabili quelle condizioni in Formula 1. Non perché lo sport abbia perso il proprio fascino, ma perché abbiamo imparato che un atleta può essere messo nelle condizioni di spingersi al limite senza dover necessariamente mettere in gioco la propria vita a ogni curva.

È una conquista che rischiamo di dare per scontata. Eppure non lo è affatto.

La Formula 1 ha dimostrato che il rischio può essere ridotto

La Formula 1 moderna è probabilmente l'esempio più evidente di come lo sport possa cambiare senza perdere la propria identità. Le monoposto continuano a essere velocissime, i piloti continuano a cercare il limite e il pubblico continua a emozionarsi davanti a sorpassi, duelli e qualifiche decise da pochi millesimi. La velocità non è stata cancellata.

È stato invece ridotto il prezzo da pagare quando qualcosa va storto. Halo, barriere, vie di fuga, sistemi di estrazione, dispositivi di protezione, caschi, tute, cinture e strutture deformabili sono il risultato di decenni di ricerca e, purtroppo, anche di tragedie. La sicurezza non ha distrutto la Formula 1. Al contrario, le ha permesso di continuare a essere uno degli sport più spettacolari del mondo.

Questo dovrebbe essere il punto di partenza anche quando si parla di motociclismo e road races: la sicurezza non deve necessariamente cancellare il rischio, ma deve cercare continuamente di ridurlo.

E allora perché accettiamo ancora determinati livelli di rischio?

Qui arriviamo alla parte più scomoda della questione. Se oggi sappiamo quanto siano importanti le vie di fuga, le barriere e la protezione degli atleti, perché continuiamo ad avere competizioni nelle quali l'ambiente circostante lascia margini di errore così ridotti?

La risposta è nella tradizione. Il Manx Grand Prix non è semplicemente una gara motociclistica. È parte della cultura dell'Isola di Man, una manifestazione storica che sopravvive proprio perché conserva caratteristiche che nel resto del motorsport sono state progressivamente abbandonate. Il Mountain Course è diventato un simbolo e per molti piloti affrontarlo rappresenta una delle sfide più prestigiose e affascinanti della propria carriera.

Ma la tradizione non può diventare un argomento sufficiente per chiudere ogni discussione. Una tradizione può essere rispettata e, allo stesso tempo, interrogata. Il mondo cambia, le tecnologie cambiano e cambiano anche gli standard con i quali valutiamo la sicurezza degli atleti. Difendere la storia di una competizione non significa necessariamente difendere ogni sua caratteristica per l'eternità.

Vietare le corse? No. Ma il rischio va ridotto

Arrivare alla conclusione che il motorsport debba essere cancellato sarebbe troppo semplice. E soprattutto sarebbe ingiusto nei confronti di chi vive queste competizioni, dei piloti che scelgono di partecipare e di un pubblico che considera le road races qualcosa di molto più profondo di un semplice spettacolo.

La domanda vera è un'altra: si può conservare il fascino della velocità riducendo il più possibile la possibilità che un errore si trasformi in una tragedia? È questa la sfida che dovrebbe accompagnare ogni competizione. Non si tratta di rendere le gare artificiali o di eliminare completamente il rischio, cosa probabilmente impossibile. Si tratta di capire dove intervenire ogni volta che esiste una possibilità concreta di miglioramento.

Il pilota deve poter cercare il limite. Ma il limite non dovrebbe coincidere automaticamente con la morte.

Il rischio fa parte dello sport. La morte non può farne parte

Questa, alla fine, è forse la conclusione più onesta. Il rischio fa parte del motorsport. La morte non può diventare una sua componente normale. Chi corre accetta consapevolmente un livello di pericolo molto superiore a quello della maggior parte degli altri atleti e proprio per questo merita rispetto, non giudizi superficiali.

Mauro Poncini aveva 29 anni. Sam Naughton ne aveva 37 e lascia una moglie e quattro figli. Sono morti a un giorno di distanza, nello stesso evento, durante le qualifiche. Non sono statistiche e non possono diventarlo. Sono due persone che avevano scelto di correre perché amavano farlo e che non sono tornate a casa.

Forse il modo migliore per rispettare la loro memoria non è demonizzare le corse e nemmeno far finta che nulla sia successo. È continuare a porsi la domanda che ogni generazione di motorsport dovrebbe avere il coraggio di affrontare: quanto possiamo spingerci oltre senza trasformare la morte nel prezzo inevitabile della velocità?

Il coraggio di un pilota merita di essere celebrato. La sua capacità di sfidare il limite merita rispetto. Ma proprio perché quelle vite hanno un valore enorme, il compito dello sport dovrebbe essere quello di proteggere chi lo rende possibile.

La velocità può restare.

L'adrenalina può restare.

La sfida può restare.

Quello che non dovrebbe mai diventare normale è l'idea che, per essere davvero sport, una gara debba necessariamente mettere in conto che qualcuno possa non tornare a casa.

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