17 Aug, 2026 - 11:30

"Furious": cos'è davvero la giustizia?

"Furious": cos'è davvero la giustizia?

Che cosa accade quando una donna, che è stata violata da uomini senza coscienza, sviluppa un’implacabile sete di vendetta? Nel cinema lo abbiamo già visto, ad esempio, in I Spit on Your Grave del 1978, di Meir Zarchi, e nel remake omonimo del 2010, diretto da Steven R. Monroe. Ma se quella donna fosse stata ripetutamente abusata quando era ancora poco più che una bambina? Se non avesse in alcun modo ricevuto giustizia e chi l’ha costretta a diventare schiava di un giro di prostituzione minorile non avesse mai scontato un giorno di prigione? Se la rabbia maturata dopo anni di traumi si trasformasse in un lucido e controllato piano per punire, uno ad uno, chiunque si sia macchiato le mani commettendo quei crimini sessuali ignominiosi?

Per l’autrice televisiva statunitense Elizabeth Meriwether ne verrebbe fuori un personaggio come Catherine Grace (Lola Petticrew), che, difatti, insieme all’agente dell’FBI Alice Black (Emmy Rossum), si trova al centro della sua ultima serie Furious. Ideata e coprodotta proprio dalla Meriwether, che ha anche scritto la sceneggiatura dei primi tre episodi, Furious è la nuova serie thriller Hulu distribuita sulla piattaforma streaming di Disney+. Liberamente ispirata al film La vedova nera (Black Widow) del 1987, ho trovato curiosa la scelta di rifarsi a una pellicola del genere per affrontare un tema distante anni luce dalle ragioni che spingevano la Catharine interpretata da Theresa Russell a uccidere i propri mariti.

In questo caso ci troviamo a New York, in un’epoca contemporanea, durante una notte di Halloween. L’episodio pilota, intitolato La gorgone (The Gorgon), si apre col primo assassinio spietato compiuto da Catherine Grace (Lola Petticrew). Ma se all’inizio la co-protagonista può apparire banalmente come una semplice sociopatica, man mano che la narrazione si sviluppa, puntata dopo puntata, allo spettatore viene concesso di addentrarsi nella sua ira e nel suo profondissimo universo interiore fatto di dolori, di sentimenti vissuti con l’impeto giovanile e di umane contraddizioni. Per quanto l’omicidio sia sempre una scelta ingiustificabile, sarebbe superficialmente riduttivo definirla soltanto una serial killer. Catherine è una giovane donna alla quale non è mai stata data la possibilità di essere bambina; è stata spinta nel mondo degli adulti, come se l’avessero lanciata in mezzo a un branco di lupi affamati, con le fauci già pronte ad addentare le sue tenere carni di fanciulla.

Dall’altra parte c’è Alice (Emmy Rossum), il secondo personaggio centrale della trama, un’ex poliziotta che è da poco entrata a far parte dell’FBI. La sua prima vera indagine all’interno dell’agenzia federale parte da una delle uccisioni di Catherine, passando dall’essere un’operatrice telefonica in prova a detective attiva sul campo. Ma anche Alice porta con sé una coscienza appesantita dal peso gravoso di un passato disturbante. Nata in una famiglia instabile, da adolescente ha dovuto vivere per qualche tempo presso una comunità per minori. A 14 anni ha fatto la conoscenza di una donna che all’epoca la prese sotto la sua ala protettiva. Quella donna era la madre di Marshall (Jake Lacy), un coetaneo di Alice, che è poi divenuto il suo fidanzato. I due, cresciuti da quel momento insieme, hanno frequentato, fianco a fianco, l’accademia per entrare in polizia e, successivamente, sono diventati colleghi. La loro relazione, che ha portato inoltre a una convivenza, si è conclusa dopo quasi quindici anni, perché Marshall, facendo anche abuso di alcolici, aveva preso a picchiare Alice con particolare violenza. Costretta a denunciare i fatti al loro superiore, la situazione sul posto di lavoro era poi diventata così insostenibile da obbligare Alice ad abbandonare la polizia. 

La contrapposizione tra due figure femminili tanto diverse, ma che allo stesso tempo condividono il ricordo di un’infanzia tormentata simile, seppur avvenuta in contesti di abuso non propriamente identici, rappresenta il nodo narrativo su cui si sviluppa l’intera serie. La distinzione morale che Alice riesce a fare del bene e del male, malgrado le drammatiche circostanze in cui è cresciuta, si scontra con l’indole vendicativa di Catherine, con la medesima irruenza con cui i palchi di due cervi si intrecciano durante una lotta. Ed è qui che si concentra il dilemma etico di questa storia: fino a che punto si può rimanere passivi di fronte a un’atroce ingiustizia o restare fermi in attesa che la vita ripaghi i propri aguzzini con la loro stessa moneta? Quando il sistema giuridico fallisce, rifiutandosi di punire, senza neanche tentare la partita in tribunale, è davvero possibile tollerare con rassegnazione l’assenza totale di giustizia? «Accipere quam facere praestat iniuriam» (è meglio subire un'ingiustizia che commetterla), scrisse il celebre oratore romano Marco Tullio Cicerone; ma è davvero corretto? È possibile che la rettitudine di ciascuno di noi rimanga invariata in qualunque situazione?

Chiediamoci se sia accettabile vivere in un mondo dove un gruppo di uomini adulti, dopo aver reiteratamente abusato di minori costrette a far parte di un giro di prostituzione, la faccia franca, uscendone con la fedina pulita e nessuna condanna. In questo caso si tratta di finzione, ma nella realtà lo abbiamo già visto tante, troppe volte. Catherine rappresenta dunque, seppur nel modo sbagliato, il mezzo con cui la serie porta le istituzioni a confrontarsi con un crimine taciuto e lasciato impunito. Giustizia e vendetta, alla fine, sono così distanti? Alice e Catherine, nella loro dualità, sono come due facce di un’unica medaglia: la rabbia.

Personalmente, ho sperimentato più volte sulla mia pelle l’ira cieca causata dal senso di impotenza dinanzi a qualcuno che, dopo avermi inferto un grave trauma, non ha mai pagato per il torto inflittomi. E quella collera, tanto potente, è facile che si trasformi in una furia incontenibile, capace di farti tremare le mani e di obnubilare i pensieri. Ciò nonostante ho deciso di non agire. E voi? Fino a che punto sareste disposti ad arrivare per fare giustizia? Per Furious, 4 stelle su 5.

 

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