Prima i Mondiali, poi i Lakers. Due operazioni molto diverse, due sport lontanissimi e due affari nei quali Donald Trump non compare mai formalmente. Eppure, in entrambi i casi, il suo nome finisce inevitabilmente al centro della storia. Non perché il presidente degli Stati Uniti stia comprando squadre o competizioni, ma perché attorno a lui si muove una rete sempre più fitta di investitori, dirigenti e uomini d'affari legati al business dello sport.
L'ultimo esempio arriva da Los Angeles. Joshua Kushner, fondatore di Thrive Capital e fratello di Jared Kushner, genero di Trump, è alla guida della cordata che ha raggiunto un accordo per acquistare i Lakers per 12,5 miliardi di dollari. Al suo fianco c'è Bob Iger, ex ad di Disney e oggi consulente di Thrive. L'operazione deve ancora concretizzarsi, ma il significato dell'affare va oltre il basket.
Il nome di Joshua Kushner era salito alla ribalta nelle scorse settimane. La FIFA di Gianni Infantino aveva provato ad aprire il business commerciale dei Mondiali agli investitori privati e, tra gli interessati, c'era proprio Thrive Capital. Il progetto, però, è naufragato dopo le proteste delle varie confederazioni, che hanno contestato metodo e gestione dell'operazione.
E proprio mentre il piano della FIFA finiva sotto pressione, Kushner ha trovato un altro grande asset dello sport su cui puntare: i Lakers. Non è un dettaglio secondario. La stessa cerchia che guardava interessata al business dei Mondiali si ritrova protagonista dell'affare più grande della storia NBA. E Trump è lì che osserva da vicino.
Il filo che unisce queste vicende non è la proprietà di Trump, ma la sua crescente vicinanza al mondo dello sport. Il presidente ha capito da tempo quanto le grandi competizioni possano essere utili non solo sul piano dell'immagine, ma anche su quello politico ed economico. I Mondiali del 2026, organizzati tra Stati Uniti, Canada e Messico, sono stati un'occasione perfetta.
Trump ha instaurato un rapporto speciale con Infantino, trovando nel presidente della FIFA un consigliere e un compagno fidato. E quando il progetto di apertura ai capitali privati è entrato in crisi, Trump ha scelto di difendere pubblicamente Infantino, sostenendo che sarebbe stato un errore sostituirlo. Il messaggio, dunque, è evidente: lo sport sta cambiando volto. È una macchina economica capace di muovere miliardi, attirare investimenti e creare consenso ancora più di prima.
È questo il motivo per cui il rapporto tra Trump e lo sport merita di essere osservato da vicino. Non perché il presidente voglia diventare proprietario dei Lakers, ma perché lo sport rappresenta un punto d’incontro tra consenso, visibilità, politica e capitali. Per Trump è una potente piattaforma di consenso: i grandi eventi gli permettono di raggiungere milioni di persone, comprese quelle che non seguono la politica, e di rendere la propria immagine ancora più visibile di quanto non sia già.
Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più interessante: lo sport è diventato un territorio in cui l’élite politica ed economica americana si ritrova. Possedere una squadra, entrare in una cordata o avere accesso ai determinati ambienti significa muoversi in una rete che comprende imprenditori, investitori e media. È qui che il caso Lakers diventa ancora più importante. Kushner non è Trump e il suo ingresso nell’operazione non prova alcun coinvolgimento diretto del presidente. Mostra però quanto siano ormai vicini alcuni mondi che, fino a pochi anni fa, sembravano ben distinti.