Una cosa è certa: l’esperienza recente del lockdown ha lasciato più segni a livello collettivo di quanto siamo disposti ad ammettere. Fateci caso, da tre anni a questa parte è come se evitassimo l’argomento COVID-19, tentando di rimuoverne il ricordo dalle nostre coscienze, fingendo che non sia mai accaduto.
Eppure, al di là dei morti, dei contagi, delle terapie intensive stracolme, delle decine di camion in fila, uno dietro l’altro, a trasportare le salme infette, nel silenzio assordante della notte, in un mondo che pareva essere rimasto vuoto, a sortire l’effetto peggiore è stata l’incertezza. Il doverci confrontare tutti con la paura di una possibile estinzione della nostra specie, di dover guardare in faccia la nostra arroganza e scoprire che il delirio di onnipotenza, che da oltre un secolo abbiamo sfoggiato con strafottenza nei confronti dei più deboli, è, per l’appunto, un’illusione maniacale. Col progredire della tecnologia e della scienza è come se ci fossimo convinti di essere invincibili, quasi immortali, e abbiamo imposto la nostra supremazia a qualunque altra specie animale. Eppure, più le macchine e l’intelligenza artificiale diventano potenti, più noi ci indeboliamo; siamo diventati pigri, svogliati, indolenti.
Ma se un giorno, all’improvviso, dovessero comparire di nuovo i dinosauri? Esclusi i fucili, i carrarmati, le bombe, le armi di distruzione di massa, pensate davvero che un singolo essere umano avrebbe anche solo una remota possibilità di sopravvivere in uno scontro con un gigantesco animale preistorico? Riuscireste seriamente a immaginare uno come Ignazio La Russa che lotta contro un Velociraptor? Ma tant’è, per il cineasta statunitense David Robert Mitchell l’idea era talmente stuzzicante da averne fatto il soggetto per il suo quarto lungometraggio. E no, non mi riferisco all’ipotesi del nostro Presidente del Senato in carica che fa a botte con un dinosauro, ma al ritorno dell’umanità all’epoca preistorica.
Siamo negli anni ‘80, in una piccola e tranquilla cittadina americana, dove le giornate sembrano trascorrere tutte uguali. Nel grazioso quartiere residenziale per famiglie di Oak Street, vivono i coniugi Platt con i loro due figli e il cane Starbuck. Greg (Ewan McGregor), marito e padre, ha da poco perso il lavoro ed è costantemente afflitto dal pensiero di non poter più riuscire a mantenere i suoi cari. Denise (Anne Hathaway), moglie e madre, da tempo si sente schiacciata dalla sua vita matrimoniale e sta scrivendo un libro, in gran segreto, in cui al centro della storia c’è proprio una donna che abbandona la sua famiglia per scappare via e cambiare vita.
Audrey (Maisy Stella) è la figlia maggiore, ormai adolescente, alle prese con la scoperta del suo orientamento sessuale. Brian (Christian Convery), il piccolo, sta lasciando l’infanzia per diventare un giovane adulto, costretto ad affrontare il suo vicino di casa più grande, che, insieme agli amici, ne ha fatto un bersaglio da bullizzare. In una serata come tante, durante un violento temporale, alle 23:05 esatte, l’intero quartiere viene inspiegabilmente trasportato nella preistoria. Difatti, il mattino seguente, al loro risveglio, tutti gli abitanti di Oak Street si ritroveranno accerchiati da dei predatori preistorici, dando così il via a una pericolosissima lotta alla sopravvivenza.
La trama della sceneggiatura scritta da David Robert Mitchell è indubbiamente un’idea originale, in un periodo in cui sul grande schermo sembra mancare proprio l’innovazione. Partendo dall’argomento un po’ banale dell’ipocrisia di facciata della classe media americana, lo spettatore a pochi minuti dall’inizio viene catapultato subito nell’azione irruenta.
Quel che è certo, però, è che in La fine di Oak Street si percepisce forte l’influenza di Spielberg e del cinema statunitense che volge lo sguardo agli anni ’80. E non soltanto nel riferimento più immediato, Jurassic Park (1993), ma anche in E.T. (1982) e in Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977): spazi quotidiani – l’ambiente domestico, piccole strade residenziali di quartiere, percorsi familiari attraversati in bicicletta, i tetti a tegole di legno delle villette americane – che vengono invasi da un elemento inaspettato, entrando a gamba tesa nell’esistenza dei protagonisti, per sconvolgerne attivamente la tranquillità. Ma, ahimè, Mitchell non è Spielberg e, per quanto sia carino, La fine di Oak Street non lo si può definire un capolavoro. C’è da chiedersi se, senza due attori straordinari come Ewan McGregor e Anne Hathaway a reggere le scene, il risultato sarebbe stato il medesimo.
Per tornare al principio, però, è come se la paura dell’ignoto, della forza brutale che possiede la natura, dell’instabilità nel vivere su un pianeta di cui sappiamo ancora troppo poco, che negli ultimi anni abbiamo soffocato per tenere a bada l’ansia, stesse venendo fuori tutta insieme. Già solo in questo agosto sono ben tre i survival movie programmati per l’uscita. E, a differenza di quella che era la solita tendenza, nelle sceneggiature recenti pare si stia puntando l’attenzione verso i pericoli che fanno o hanno già fatto parte della Terra. No agli alieni che approdano di colpo da qualche punto remoto dello spazio, no a mostri e presenze sovrannaturali che saltano fuori da dimensioni che non conosciamo.
Oggi la narrazione cinematografica di fantascienza sembra raccontare i pericoli che fanno già parte del nostro mondo. Persino Disclosure Day (2026) di Spielberg non parla di una violenta invasione aliena, ma di decenni di abusi e torture perpetrati di nascosto dall’uomo ai danni di alcuni extraterrestri. È come se la coscienza collettiva si stesse piano piano rendendo conto delle proprie colpe e delle proprie responsabilità nei riguardi di un pianeta esausto, cominciando seriamente ad aver paura delle conseguenze di secoli di vile e distruttivo egoismo umano.
Ma La fine di Oak Street, invece, prima di essere una pellicola sull’istinto di autoconservazione, è una commedia sulla nostalgia della società pretecnologica e di un cinema che non viene più prodotto. Pur non essendo un’opera memorabile, domandiamoci: è davvero necessario che ogni film lo sia? In un momento storico in cui stiamo perdendo la passione cinematografica, e non solo, non si può ogni tanto entrare in sala giusto per il desiderio di distrarsi un paio d’ore? Penso che l’intento del quarto lungometraggio di David Robert Mitchell non fosse quello di lasciare un'impronta indelebile, ma di fornire al pubblico del puro intrattenimento. Per questo motivo, non assegnerò alcun voto.