Il calcio turco ha cambiato passo. La Süper Lig è passata dall’essere il campionato dove le stelle europee andavano a svernare a una destinazione capace di attirare giocatori di prima fascia. E il tutto nel giro di pochi anni. Osimhen, Icardi e Dzeko hanno aperto le danze, seguiti da nomi altrettanto importanti. Il caso più recente è quello di Salah, passato al Trabzonspor grazie a un ingaggio da 17 milioni di euro a stagione. Numeri che ripropongono la solita domanda: come fanno i club turchi a permettersi cifre del genere?
La realtà è sotto gli occhi di tutti. La Turchia sta diventando una delle protagoniste del mercato europeo e il bello deve ancora venire. Lukaku è pronto a diventare un nuovo giocatore del Fenerbahçe con un ingaggio da 10 milioni di euro, mentre Vlahovic potrebbe scegliere il Besiktas dopo l'addio alla Juventus. Il calcio turco non ha intenzione di fermarsi, sostenuto da un sistema economico a dir poco vantaggioso.
Dietro i recenti trasferimenti ci sono una serie di fattori. I club turchi hanno scelto un modello chiaro: concentrare una parte importante del budget su pochi giocatori di grande livello. Una stella costa molto, ma può portare ricavi importanti. Più attenzione internazionale significa più sponsor, più maglie vendute, maggiore interesse da parte dei tifosi e una crescita del valore commerciale del club. Il giocatore, dunque, non è soltanto un investimento sportivo. Il caso di Salah è emblematico. L'egiziano ha fatto impennare le vendite delle maglie e l'interesse attorno al Trabzonspor, facendolo conoscere in tutto il mondo.
Lo stesso è successo con Osimhen al Galatasaray, operazione che ha avuto un impatto enorme anche fuori dal campo. A questo si aggiungono sponsor, partnership commerciali e accordi legati ai diritti d'immagine. In alcuni casi sono proprio queste entrate a rendere più sostenibili operazioni che, guardando soltanto lo stipendio, sembrerebbero difficili da finanziare.
C'è poi un altro fattore fondamentale: le tasse. In Turchia, infatti, i calciatori sono soggetti a una ritenuta del 20% sui compensi. Un sistema che permette ai club di costruire offerte molto interessanti sul netto, rendendo il Paese più competitivo rispetto agli altri mercati europei. Per convincere un giocatore non conta soltanto quanto guadagna il club: conta soprattutto quanto arriva effettivamente sul suo conto.
La fiscalità turca, dunque, permette alle società di presentare proposte davvero molto alte. Al contrario, invece, l'Italia ha perso parte del vantaggio che aveva conquistato negli anni scorsi. Il ridimensionamento del Decreto Crescita ha reso meno conveniente l'arrivo dei calciatori stranieri, con i club di Serie A costretti a prestare grande attenzione a bilanci e sostenibilità finanziaria.
Il confronto con l'Italia nasce proprio da qui. La Serie A resta un campionato più prestigioso rispetto a quello turco, ma non riesce più a competere sul piano degli stipendi. Un club turco può arrivare a offrire 10 o 15 milioni netti a stagione a un giocatore, mentre in Italia operazioni di questo tipo sono praticamente impossibili. La Turchia, inoltre, può contare su un enorme bacino di tifosi: maglie, sponsor e diritti d'immagine permettono di recuperare parte dell'investimento.
Per questo la Süper Lig non è più un campionato di passaggio. È diventata una destinazione capace di convincere giocatori nel pieno della carriera. Basti pensare a Greenwood, oggetto del desiderio della Roma poi andato al Fenerbahçe. Un modello che permette di sognare in grande e mettere nel mirino la nostra Serie A, ancora alle prese con bilanci rigidi e ricavi televisivi in difficoltà.