10 Aug, 2026 - 11:38

Dopo Alcaraz anche Sinner si ferma: quando il calendario di un tennis disumano diventa troppo

Dopo Alcaraz anche Sinner si ferma: quando il calendario di un tennis disumano diventa troppo

Il tennis non si ferma mai. Si sposta, cambia superficie, attraversa continenti e riparte quasi immediatamente dopo aver incoronato un vincitore. A fermarsi, invece, sono i giocatori. E quando a farlo sono Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, cioè il numero 1 e uno dei principali protagonisti del circuito, forse il problema merita di essere osservato da una prospettiva diversa.

Sinner ha annunciato il forfait dal Masters 1000 di Cincinnati per un problema al ginocchio destro. “Il ginocchio destro mi sta dando fastidio e devo accettare di non essere ancora pronto per competere”, ha spiegato il numero 1 del mondo, indicando nella preparazione allo US Open il prossimo obiettivo. Alcaraz, invece, non gioca dal 14 aprile per l'infortunio al polso destro e, dopo aver saltato due Slam e tre Masters 1000, sarà costretto a rinunciare anche a Cincinnati.

Due infortuni diversi, due percorsi differenti, ma un'unica domanda: quanto può ancora chiedere il tennis ai propri campioni prima che il corpo presenti il conto?

Sinner e Alcaraz si fermano, il calendario no

Il dato più significativo non è soltanto l'assenza di due stelle. È il contesto nel quale arriva. Il tennis professionistico vive ormai in una dimensione quasi permanente: tornei, trasferimenti, allenamenti, partite, recupero e nuovamente partite. La stagione non sembra avere più vere pause.

Per un giocatore di vertice non significa semplicemente scendere in campo. Ogni torneo comporta viaggi intercontinentali, cambi di fuso orario, allenamenti quotidiani, partite al meglio dei tre set e, negli Slam, battaglie che possono durare ore. Poi bisogna cambiare superficie, adattarsi a condizioni climatiche differenti e ricominciare.

Il problema è che il corpo non conosce il calendario dell'ATP. Non sa che dopo un Masters 1000 ce n'è un altro. Non sa che gli sponsor, i punti e gli obblighi del circuito impongono di essere presenti. Il corpo registra soltanto carichi, stress, recupero insufficiente e ripetizione dei gesti.

Ed è qui che il tennis rischia di diventare disumano: pretende una continuità quasi perfetta da atleti che, per definizione, sono esseri umani.

Il paradosso dei campioni costretti a giocare sempre

C'è poi un paradosso evidente. I giocatori più forti sono proprio quelli che hanno più partite da disputare.

Chi arriva in fondo agli Slam gioca sette incontri. Chi vince un Masters 1000 può arrivare a disputare cinque o sei partite. Se aggiungiamo gli altri tornei, le competizioni a squadre e gli impegni di fine stagione, il numero cresce rapidamente.

E non è soltanto una questione quantitativa. Le partite di oggi sono diventate sempre più intense. Il tennis moderno richiede esplosività, cambi di direzione continui, accelerazioni, frenate, rotazioni e una ricerca esasperata della potenza. Ogni punto è un piccolo scontro fisico.

La tecnologia ha migliorato racchette, corde, scarpe e preparazione atletica, ma non ha trasformato il corpo umano in una macchina indistruttibile.

Anzi, proprio perché il livello atletico è cresciuto enormemente, ogni dettaglio può diventare decisivo. Un ginocchio che fa male, un polso che non regge, un muscolo che si sovraccarica. E improvvisamente il campione che fino al giorno prima sembrava invincibile deve fermarsi.

Il caso Alcaraz: mesi lontano dal campo

La situazione di Alcaraz rende ancora più evidente il problema. Lo spagnolo è scivolato al numero 3 del ranking dopo aver saltato due Slam e tre Masters 1000. Ora salterà anche Cincinnati.

Al di là della classifica, però, il punto centrale è un altro: un atleta al vertice del tennis mondiale può perdere mesi di attività perché il suo corpo non è in grado di sostenere il ritmo richiesto.

E quando si parla di Alcaraz non si parla di un giocatore nella fase finale della carriera. Si parla di un campione giovane, arrivato prestissimo ai vertici e abituato fin da adolescente a sostenere una quantità enorme di partite e aspettative.

La sua assenza dimostra quanto sia sottile il confine tra la continuità necessaria per essere un campione e il sovraccarico che può costringere un campione a stare fuori.

Sinner e il ginocchio: il corpo presenta il conto

Poi c'è Sinner. Il numero 1 del mondo ha scelto di non rischiare e di rinunciare a Cincinnati a causa del fastidio al ginocchio destro.

È una decisione apparentemente semplice, ma che racconta molto del tennis moderno. Per un giocatore che vive di ranking, punti, tornei e confronto continuo con i rivali, rinunciare a un Masters 1000 non è mai una scelta banale.

Eppure proprio questa rinuncia potrebbe rappresentare la scelta più razionale: fermarsi oggi per evitare di fermarsi domani.

Il campione non viene più giudicato soltanto per quanto vince, ma anche per quanto riesce a essere presente. E questa è una delle contraddizioni del circuito: si chiede ai migliori di giocare tanto per mantenere il proprio status, ma quando giocano troppo aumenta inevitabilmente anche il rischio di infortunio.

Non è il tennis a essere sbagliato, è il limite umano

Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che ogni infortunio sia colpa del calendario. Il tennis è uno sport fisicamente estremo e gli infortuni fanno parte della sua natura.

Ma proprio per questo dovrebbe esistere un equilibrio.

Il problema nasce quando la necessità di partecipare diventa quasi permanente. Quando un giocatore deve scegliere se preservare il proprio fisico o perdere punti, posizione in classifica, premi e opportunità. Quando la pausa viene percepita quasi come una colpa e non come una parte indispensabile della preparazione.

Il tennis dovrebbe ricordarsi che il riposo non è tempo perso. È allenamento invisibile. È recupero. È prevenzione. È ciò che permette a un atleta di arrivare alla partita successiva nelle condizioni migliori.

Un calendario costruito per lo spettacolo, ma anche per la resistenza

Il circuito ha bisogno dei suoi grandi protagonisti. È inevitabile. Sinner, Alcaraz e gli altri campioni attirano pubblico, televisioni, sponsor e attenzione globale. La loro presenza è una parte fondamentale dello spettacolo.

Ma proprio per questo dovrebbe essere interesse dello stesso tennis proteggerli.

Perché un Masters 1000 senza Sinner o Alcaraz perde qualcosa. Uno Slam senza uno dei suoi protagonisti perde qualcosa. Un'intera stagione nella quale i migliori sono costretti a fermarsi ripetutamente rischia di diventare un paradosso commerciale: più si vuole spremere lo spettacolo, più si rischia di privarlo dei suoi protagonisti.

E allora la domanda non è se Sinner avrebbe potuto giocare Cincinnati o se Alcaraz avrebbe potuto anticipare il rientro. La domanda vera è se il sistema abbia bisogno di ripensare il rapporto tra competizione, recupero e salute degli atleti.

Il tennis deve decidere quanto vuole correre

Sinner e Alcaraz non sono soltanto due assenze eccellenti dal tabellone di Cincinnati. Sono due segnali.

Il primo arriva da un ginocchio che chiede una pausa. Il secondo da un polso che ha già imposto mesi lontano dal campo. In mezzo c'è un calendario che continua a correre, quasi indifferentemente rispetto a chi riesce a seguirlo e chi invece è costretto a fermarsi.

Il tennis moderno ha raggiunto livelli straordinari di spettacolarità, atletismo e qualità tecnica. Ma forse è arrivato il momento di chiedersi se debba continuare ad accelerare.

Perché il tennis può essere globale, spettacolare e competitivo senza necessariamente diventare disumano.

E soprattutto perché il calendario può continuare a non fermarsi mai. I giocatori, invece, hanno bisogno di poterlo fare. Prima che sia il corpo a imporlo.

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