Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia, sono morte lo scorso dicembre a Pietracatella, in Molise, dopo essere state avvelenate con la ricina. Il caso, su cui proseguono le indagini, è complesso e delicato, anche in relazione alla sostanza al centro dell'indagine per il duplice omicidio: una tossina di origine vegetale estremamente pericolosa, difficile da riconoscere nelle fasi iniziali e priva di un antidoto specifico.
Ma come funziona la ricina, cosa provoca nell'organismo e perché potrebbe essere stata scelta per commettere il delitto? TAG24 ha intervistato il professor Luigi Sabbatella, biologo e tossicologo forense, che ha illustrato i segreti di questa sostanza.
"La pericolosità della ricina deriva dal suo meccanismo d’azione: una volta entrata nelle cellule, blocca la sintesi delle proteine necessarie alla loro sopravvivenza e al loro funzionamento".
La ricina, estratta dalla pianta del ricino, presente in Italia e anche in Molise, "nel momento in cui entra all'interno della cellula, blocca completamente la produzione di proteine da parte della cellula stessa. Pertanto, non essendo più in grado di sintetizzare le proteine necessarie alla sua sopravvivenza, la cellula muore" sottolinea il prof. Sabbatella. Un fenomeno irreversibile.
Secondo l'esperto, proprio questa capacità rende la ricina una delle fitotossine più pericolose. La sostanza, nella sua forma pura, è inodore e insapore e può essere disciolta in liquidi. Non esiste un antidoto specifico: le cure sono quindi di supporto e mirano ad aiutare l’organismo a superare la crisi.
Gli effetti cambiano a seconda della modalità di esposizione. "L’inalazione è la forma con cui esplica la massima tossicità. In questo caso i primi sintomi possono comprendere tosse, affanno, difficoltà respiratorie, mal di gola e congestione. In caso di ingestione, invece, l’esordio può sembrare quello di una gastroenterite: nausea, vomito, talvolta anche con sangue, e diarrea", sottolinea.
Con il passare del tempo, l’intossicazione può provocare un’insufficienza multiorgano. "La ricina va a colpire qualsiasi tipo di cellula dell’organismo" afferma Sabbatella. Possono quindi essere coinvolti fegato, reni, cuore e polmoni, fino a uno stato di shock, convulsioni e grave insufficienza respiratoria. Nei casi più gravi, l’evoluzione può portare alla morte.
Stando all'ipotesi degli investigatori che indagano sull'omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, la ricina potrebbe essere stata somministrata in momenti diversi, attraverso alimenti o bevande. Una ricostruzione che, secondo il tossicologo, è compatibile con l’evoluzione dei sintomi e con la successione temporale dei decessi.
"Dal punto di vista scientifico, è una ricostruzione plausibile" sottolinea Sabbatella. Le due donne avrebbero manifestato i primi disturbi la mattina di Natale: dopo il ricovero e il ritorno a casa, le loro condizioni sembravano essere migliorate. Il 27 dicembre, però, i sintomi sono ricomparsi in forma più grave: nella stessa giornata è morta Sara, mentre Antonella è deceduta il giorno successivo.
"Questo ci potrebbe far pensare anche a una somministrazione multipla, quindi avvenuta in momenti diversi, perché la ricina, come tutti i veleni, ha bisogno delle sue tempistiche per agire", spiega.
La scelta della ricina potrebbe essere stata legata proprio alle sue peculiarità. "Essendo inodore, insapore e solubile nelle soluzioni acquose, poteva essere agilmente somministrata con dei pasti, con delle bibite o con delle bevande", afferma il tossicologo. Inoltre, nelle fasi iniziali, l’avvelenamento può imitare i sintomi di una gastroenterite, particolarmente comune durante il periodo natalizio.
"È una sostanza assolutamente inusuale, quindi difficile anche da sospettare e da ricercare", sottolinea. Infatti il riconoscimento della ricina è arrivato soltanto dopo diversi mesi.
Inizialmente erano stati sollevati dubbi sull'operato dei medici che avevano preso in cura le due donne. In realtà, come emerso nella maxi perizia medico-legale, le quantità di ricina erano talmente elevate che le due donne non avrebbero potuto salvarsi.
Nei giorni scorsi, gli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino hanno effettuato un sopralluogo nell’abitazione della famiglia Di Vita, alla ricerca di eventuali tracce residue di ricina. Ma è ancora possibile rilevare la sostanza, a distanza di oltre sette mesi dall'avvelenamento?
"La ricina è una proteina e, proprio per la sua natura chimica, non è particolarmente stabile" sottolinea il professor Sabbatella. "Detto questo, però, ci sono comunque delle tecniche particolari, e alcune di queste proprio in uso dagli esperti del Robert Koch-Institut, che potrebbero permettere di rilevare tracce infinitesime della sostanza all'interno di cibi, alimenti, suppellettili".
"La prova scientifica aiuta a restringere il cerchio, a dare un significato e a fornire localizzazioni e risposte. Ma va sempre associata all’attività investigativa", conclude Sabbatella, che ipotizza un delitto "pianificato nei minimi dettagli".
L'intervista integrale al Prof. Sabbatella è sul canale YouTube di TAG24