Il caso Pirlo rischia di essere ricordato non tanto per il nome del commissario tecnico che non è mai arrivato sulla panchina dell'Italia, quanto per tutto ciò che ha fatto emergere dietro le quinte della nuova FIGC.
Le interviste di Paolo Maldini al Corriere della Sera e di Giovanni Malagò alla Gazzetta dello Sport offrono due ricostruzioni molto diverse della stessa vicenda. E, soprattutto, raccontano due modi opposti di interpretare ciò che è successo nelle ultime settimane.
Da una parte c'è Malagò, che difende la decisione di fermare la candidatura di Andrea Pirlo dopo che è emersa la questione relativa alla collaborazione dell'ex centrocampista con un sito di scommesse russo. Dall'altra Maldini, che individua proprio nella gestione del caso Pirlo il momento in cui sarebbe venuto meno il rapporto di fiducia sul quale era stato costruito il progetto.
In mezzo ci sono Guardiola, Pirlo, De Rossi, Grosso, Mancini e soprattutto una domanda destinata a pesare sulla nuova gestione federale: chi ha cambiato le regole?
Il punto di partenza è apparentemente semplice. Andrea Pirlo era diventato il candidato forte per la panchina della Nazionale. Non un nome buttato lì, ma una soluzione concreta sulla quale il gruppo di lavoro aveva ragionato seriamente.
Poi è emerso il nodo relativo alla collaborazione dell'ex regista con una realtà russa legata alle scommesse. Ed è proprio qui che le versioni di Maldini e Malagò iniziano a divergere.
Per il presidente della FIGC, quella circostanza ha creato un problema di opportunità troppo importante per essere ignorato. Malagò ha raccontato di aver riflettuto a lungo sulla questione, arrivando alla conclusione che fosse necessario fermare l'operazione.
La sua posizione, sul piano istituzionale, è facilmente comprensibile: il commissario tecnico non rappresenta soltanto se stesso. È il volto della Nazionale e, di conseguenza, anche quello della Federazione. Qualunque elemento potenzialmente capace di creare un problema reputazionale deve essere valutato.
Ma Maldini legge la vicenda in maniera diversa.
Secondo la sua ricostruzione, Pirlo non era una scelta imposta, bensì uno dei nomi individuati all'interno di un percorso condiviso, insieme a Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Il problema, quindi, non sarebbe stato soltanto il caso relativo allo sponsor o alla collaborazione russa, ma ciò che sarebbe accaduto dopo.
Ed è qui che il caso Pirlo diventa molto più grande di Pirlo stesso.
La frase più importante della ricostruzione di Maldini riguarda probabilmente proprio il rapporto con Malagò. L'ex dirigente sostiene che a un certo punto non ci fossero più le condizioni di fiducia necessarie per proseguire il progetto.
Questo cambia completamente la prospettiva.
Se Maldini si fosse dimesso semplicemente perché Pirlo non era stato scelto, la vicenda sarebbe facilmente archiviabile come un normale scontro sulla linea tecnica. Ma la sua ricostruzione è diversa: il problema sarebbe stato il metodo con cui si arrivò alla decisione.
Il progetto, almeno nelle intenzioni iniziali, prevedeva un gruppo di lavoro incaricato di individuare il commissario tecnico. Il presidente federale avrebbe avuto naturalmente un ruolo decisivo, ma all'interno di un processo condiviso.
Secondo Maldini, però, a un certo punto questo meccanismo sarebbe cambiato. E proprio questo avrebbe fatto saltare il rapporto.
La domanda diventa allora inevitabile: Malagò ha semplicemente esercitato il proprio ruolo di presidente oppure ha modificato in corsa le regole del progetto?
È l'altra faccia della medaglia. Perché anche la posizione di Malagò merita di essere considerata.
Un presidente federale non può essere soltanto un esecutore delle decisioni di un gruppo tecnico. Alla fine, soprattutto quando è in gioco la Nazionale, la responsabilità politica e istituzionale ricade sul vertice della Federazione.
Se Pirlo era realmente vicino alla nomina e soltanto successivamente è emerso un elemento considerato problematico, Malagò aveva il diritto di rivalutare la situazione.
Anzi, sotto questo profilo avrebbe avuto quasi il dovere di farlo.
Il problema nasce però nel momento in cui si separano il merito della decisione e il metodo della decisione.
Malagò può avere avuto ragione nel considerare delicato il caso Pirlo. Ma se esisteva un accordo precedente sul fatto che il commissario tecnico dovesse essere individuato attraverso un percorso condiviso, allora rimane da capire se quel metodo sia stato rispettato fino alla fine.
È questa la zona grigia sulla quale le due interviste si scontrano.
Per capire la rottura bisogna fare un passo indietro. Prima di Pirlo c'era stato Guardiola.
Maldini racconta di un interesse concreto nei confronti dell'allenatore spagnolo, fino a un incontro nel quale sarebbe emersa anche una disponibilità significativa da parte del tecnico. Un'ipotesi che avrebbe rappresentato una svolta enorme per la Nazionale italiana.
Poi Guardiola si è tirato indietro.
Da quel momento il progetto ha dovuto necessariamente cambiare. Il gruppo di lavoro ha iniziato a valutare alternative e tra queste è emerso il nome di Pirlo, insieme a De Rossi e Grosso.
Qui si trova un altro elemento importante della vicenda. La scelta del commissario tecnico non nasce quindi improvvisamente con il caso Pirlo. È il risultato di un percorso che aveva già subito una prima importante deviazione.
Il passaggio da Guardiola a Pirlo racconta una Federazione alla ricerca di una nuova identità. Il primo rappresentava il grande nome internazionale, il secondo la possibilità di affidarsi a un simbolo del calcio italiano e della Nazionale.
Quando anche Pirlo è uscito di scena, la scelta è ricaduta su Roberto Mancini.
L'arrivo di Mancini aggiunge un altro tassello alla storia.
Non si tratta di mettere in discussione il valore dell'allenatore, ma di osservare la direzione che questa scelta rappresenta. Mancini è un tecnico esperto, conosce il calcio italiano e soprattutto conosce già l'ambiente della Nazionale.
Pirlo, invece, avrebbe incarnato una scelta diversa: più legata alla nuova generazione, alla ricerca di un volto che potesse rappresentare una fase di rinnovamento.
Per questo il passaggio da Pirlo a Mancini non è soltanto una sostituzione tecnica. È anche un cambio di filosofia.
Ed è forse proprio questo che rende il caso Maldini-Malagò così interessante. Perché dietro la scelta del commissario tecnico c'è una discussione molto più ampia su quale Nazionale costruire e, soprattutto, su chi debba avere il potere di costruirla.
Arriviamo così alla domanda centrale.
Ha sbagliato Maldini? È possibile sostenere che un progetto di questa portata richiedesse una capacità maggiore di mediazione. Dimettersi è una scelta forte e significa riconoscere che il rapporto con il vertice non è più recuperabile. Ma se davvero Maldini ha ritenuto che fossero cambiate le condizioni sulle quali aveva accettato l'incarico, la sua decisione appare coerente con la propria ricostruzione.
Ha sbagliato Malagò? Anche in questo caso la risposta non è semplice. Se il presidente riteneva che Pirlo potesse rappresentare un problema per l'immagine della Nazionale, fermare l'operazione era una sua responsabilità. Un presidente non può sottrarsi alle conseguenze delle proprie decisioni.
Il vero interrogativo è un altro: quanto era realmente condiviso il processo di scelta del commissario tecnico?
Perché se Maldini aveva un mandato operativo chiaro e quel mandato è stato modificato strada facendo, allora la sua accusa assume un peso enorme.
Se invece il gruppo di lavoro aveva il compito di proporre e non di decidere, la posizione di Malagò diventa molto più forte.
Ed è proprio questa ambiguità a impedire, almeno oggi, di indicare un vincitore e un colpevole.
La sensazione che emerge dall'incrocio delle due interviste è che Pirlo sia stato soprattutto il detonatore di una crisi che covava già sotto la superficie.
Il caso della collaborazione russa ha certamente accelerato tutto. Ha dato a Malagò una ragione concreta per riconsiderare la candidatura e a Maldini la conferma che, secondo la sua versione, il metodo concordato non era più quello iniziale.
Ma la frattura sembra avere radici più profonde.
Guardiola rappresenta il primo progetto mancato. Pirlo il secondo percorso interrotto. Mancini la soluzione finale. In mezzo ci sono le dimissioni di Maldini e la necessità per la FIGC di spiegare perché un progetto presentato come una svolta abbia finito per consumarsi così rapidamente.
E soprattutto resta una questione di governance.
Alla fine, la vicenda non riguarda soltanto Pirlo. E nemmeno soltanto Maldini e Malagò.
Riguarda il modo in cui una Federazione decide il futuro della propria Nazionale.
Chi individua il commissario tecnico? Chi ha l'ultima parola? Quanto pesa il gruppo di lavoro? E quanto pesa invece il presidente? Ma soprattutto: queste regole erano state stabilite prima oppure sono cambiate quando il nome di Pirlo è diventato realmente concreto?
Sono domande alle quali le due interviste danno risposte opposte.
Maldini racconta una rottura provocata dal venir meno della fiducia e dal cambiamento delle regole del gioco. Malagò racconta invece una scelta difficile, assunta nell'interesse della Nazionale dopo l'emergere di un problema che non poteva essere ignorato.
Entrambe le versioni hanno una loro logica. Ed è proprio per questo che il caso è destinato a non chiudersi con la semplice nomina di Mancini.
Perché Pirlo è stato soltanto il nome attorno al quale è esploso lo scontro. La vera partita, quella che ha spaccato la Nazionale, si è giocata sul potere, sui ruoli e sulla fiducia.
E adesso la FIGC dovrà dimostrare che, almeno su questo, le regole sono finalmente chiare.