09 Aug, 2026 - 15:00

Errori giudiziari: la storia di Domenico Morrone, assolto dopo oltre 15 anni in carcere da innocente

Errori giudiziari: la storia di Domenico Morrone, assolto dopo oltre 15 anni in carcere da innocente

È la mattina del 30 gennaio 1991 quando Antonio Sebastio e Giovanni Battista, di 15 e 17 anni, vengono uccisi a colpi d'arma da fuoco davanti alla scuola media Grazia Deledda, nel rione Tamburi di Taranto, zona calda nella guerra tra clan della criminalità locale.

Per il duplice omicidio viene arrestato Domenico Morrone, 27 anni, incensurato, che si dichiara innocente. Il resto è storia: Morrone viene condannato; dopo 15 anni, 2 mesi e 22 giorni di detenzione, nell'aprile 2006, viene assolto, diventando uno dei casi simbolo di errore giudiziario in Italia. 

L'arresto e la condanna di Domenico Morrone a 27 anni 

Quando fu arrestato, Domenico aveva compiuto 27 anni da pochi giorni. "Mi sono alzato che ero un uomo libero e la sera mi sono ritrovato in carcere. In un giorno la mia vita era cambiata", ricorda a Tag24 di quel 30 gennaio.  A fare il suo nome fu la madre di una delle vittime, riferendo di un litigio che c'era stato tra lui e il figlio.

Morrone aveva un alibi: all'ora in cui si era consumato il delitto, racconta, si trovava nell'abitazione dei suoi vicini di casa, i coniugi Masone, per effettuare una riparazione. Anche l'identikit dell'uomo visto sul luogo dell'omicidio non corrispondeva alle sue caratteristiche. Ma quegli elementi non bastarono a scagionarlo.

I testimoni non furono creduti; l'identikit, spiega, "non fu neanche mostrato in aula". A pesare, anche gli accertamenti sulle tracce di polvere da sparo: sulle sue mani venne eseguito lo Stub una prima volta subito dopo l'arresto e poi di nuovo a distanza di undici mesi, con risultati diversi. "Si tratta di un accertamento tecnico irripetibile", sostiene Morrone. "Non avrebbero dovuto disporlo".

Il processo cominciò nell'ottobre del 1991. Il 29 novembre dello stesso anno - un tempo record - arrivò per Morrone la condanna a 21 anni di reclusione, confermata dopo diversi passaggi tra Appello e Cassazione e divenuta definitiva nel 1996. "Quando ti danno una sentenza del genere è come se ti pugnalassero alle spalle mille volte", racconta. 

Le richieste di revisione e l'assoluzione dopo oltre 15 anni 

Nel 1996, lo stesso anno dell'ultimo passaggio davanti ai giudici della Suprema Corte, due collaboratori di giustizia indicarono Morrone come estraneo ai fatti, facendo il nome di colui che, a loro dire, si era realmente macchiato dei delitti.

La strada verso la revisione del processo sarebbe stata comunque lunga e intricata. La svolta arrivò solo nel 2006, dopo quattro richieste respinte. "In quei dieci anni sarei potuto stare in libertà con la mia famiglia", denuncia Morrone.

In carcere ha trascorso complessivamente 15 anni, 2 mesi e 22 giorni. "Del giorno dell'assoluzione non ricordo molto", racconta. Fu liberato la mattina successiva alla sentenza. Da quel momento ha avuto inizio la sua seconda vita. 

La vita dopo il carcere: "La libertà il bene più prezioso" 

A restituirgli la misura del tempo trascorso fu un gesto quotidiano: entrato in un bar per telefonare a qualcuno che potesse andare a prenderlo, cercò una cabina a gettoni. "Ma si usavano già le schede: fu il barista a consegnarmela, spiegandomi come dovevo utilizzarla", ricorda. Un episodio dietro al quale ci sono anni di vita non vissuta, durante i quali Morrone ha cercato di resistere "con le unghie e con i denti". 

"Sono andato all'inferno, ho toccato il fondo e sono risalito, ma non tutti ce l'hanno fatta". Oggi racconta la sua storia anche a nome di chi non ha avuto la stessa possibilità, con l'auspicio che vicende simili non si ripetano. "La libertà è un bene troppo prezioso - dice - La mia testimonianza serva a chi non ha voce e a chi ha perso la vita gridando di essere innocente".

L'intervista integrale a Domenico Morrone è sul canale Youtube di Tag24.

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