L'Italia è cambiata. In meno di dieci anni si è consolidato un profondo cambiamento culturale nei consumi, accelerato dalla digitalizzazione e dagli effetti della pandemia, che ha prodotto una trasformazione strutturale del commercio italiano.
I dati di Confcommercio e del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne raccontano questa evoluzione: tra il 2018 e il 2025 il Paese ha perso 96 mila negozi al dettaglio, passando da 666.479 a 570.313 attività (-14,4%).
Nello stesso periodo gli addetti sono diminuiti dell'1,8% (circa 9.300 in meno), mentre il fatturato complessivo del settore è cresciuto del 25,7%, passando da 326,8 a 410,7 miliardi di euro.
Dietro questi numeri, però, non c'è soltanto la crisi del commercio tradizionale. C'è soprattutto il cambiamento dell'Italia.
Il Rapporto Confcommercio evidenzia come, negli ultimi trent'anni, siano cambiate profondamente le abitudini di consumo, al punto che confrontare gli acquisti degli anni Novanta con quelli di oggi significa confrontare due Paesi diversi.
Non acquistiamo semplicemente beni differenti: acquistiamo prodotti che incorporano sempre più servizi, tempo e personalizzazione. Dai piatti pronti agli alimenti già lavorati, fino ai servizi collegati al benessere e alla salute, il commercio si è progressivamente adattato a nuove esigenze dei consumatori.
È la cosiddetta terziarizzazione dei consumi. Nel 1970 oltre il 68% della spesa delle famiglie era destinata ai beni materiali, mentre oggi questa quota è scesa sotto il 50%, con i servizi che rappresentano ormai la parte prevalente dei consumi. Un cambiamento che riflette un diverso stile di vita, nel quale le famiglie ricercano sempre più comodità, qualità della vita, assistenza e soluzioni capaci di far risparmiare tempo.
A cambiare è stata anche la struttura demografica del Paese. Le famiglie sono diventate più piccole, oltre il 37% è oggi composto da una sola persona, la popolazione è più anziana e cresce la richiesta di servizi di prossimità.
Il commercio, di conseguenza, ha dovuto ripensare la propria offerta per rispondere a consumatori con esigenze molto diverse rispetto al passato.
Per questo motivo il rapporto invita a non leggere la riduzione dei negozi esclusivamente come un segnale di crisi. Il settore, infatti, ha attraversato un profondo processo di riorganizzazione: tra il 1995 e il 2025 la produttività del commercio è aumentata del 61,3%, una crescita nettamente superiore a quella registrata dall'intera economia italiana.
Meno punti vendita, dunque, ma imprese mediamente più strutturate, più efficienti e capaci di adattarsi a un mercato sempre più competitivo e digitale.
La trasformazione emerge chiaramente anche osservando chi cresce e chi arretra. Aumentano i discount, che intercettano una domanda sempre più orientata al risparmio, crescono le farmacie grazie all'ampliamento dei servizi dedicati alla salute e al benessere e continua l'espansione dell'e-commerce.
Al contrario, diminuiscono soprattutto i piccoli negozi alimentari, gli ambulanti e molte attività legate alla cultura e alla socialità, come edicole, librerie, cartolerie e negozi di articoli ricreativi.
È proprio quest'ultimo aspetto che porta Confcommercio a lanciare un messaggio che va oltre l'economia. La cosiddetta desertificazione commerciale non rappresenta soltanto la chiusura di un'attività economica, ma il progressivo impoverimento del tessuto urbano e delle relazioni sociali.
Dove i negozi di prossimità scompaiono, spiegano gli autori del rapporto, difficilmente tornano, con conseguenze che ricadono soprattutto sui centri storici, sulle aree interne e sulle fasce più fragili della popolazione, come gli anziani e le persone con ridotta mobilità.
Per questo il commercio di vicinato continua a rappresentare non solo un valore economico, ma anche un presidio sociale e culturale per le città italiane.
I consumi, dunque, non sono semplicemente diminuiti: sono cambiati. Nel 2025 la spesa reale per consumi sul territorio ha raggiunto 1.351,9 miliardi di euro, contro i 1.320 miliardi del 2019, mentre è profondamente mutata la sua composizione: i servizi rappresentano ormai il 52,4% della spesa.
È forse da qui che dovrebbe partire una nuova riflessione sul commercio di prossimità. Se il consumatore cerca sempre più servizi, tempo, comodità e soluzioni, soprattutto nei borghi e nelle aree interne potrebbe non essere più sostenibile pensare alla singola attività commerciale secondo il modello tradizionale.
Una possibile risposta potrebbe essere quella di favorire aggregazioni di più attività e servizi nello stesso luogo: commercio, servizi alla persona, piccoli servizi digitali e amministrativi, consegne, prodotti del territorio e altre funzioni di prossimità.
Un modello capace di ampliare la domanda servita e, allo stesso tempo, condividere spazi e costi di gestione, rendendo economicamente più sostenibile la presenza commerciale anche dove un singolo negozio rischierebbe di non esserlo.
Perché il punto sollevato dai numeri non riguarda soltanto quante attività sopravvivranno. Il rapporto ricorda che il commercio di prossimità possiede un valore sociale e relazionale e che la sua scomparsa produce desertificazione commerciale, soprattutto nei centri storici e nelle aree più fragili.
Forse, allora, la sfida non è salvare il negozio come lo abbiamo conosciuto, ma immaginare il negozio di cui avremo bisogno. Un luogo economicamente sostenibile che torni a essere, insieme, commercio, servizio e presidio sociale.