01 Aug, 2026 - 16:40

Paolo Camellini assolto dall'accusa di abusi in Kenya, il fratello Luca: "Per noi è la fine di un incubo"

Paolo Camellini assolto dall'accusa di abusi in Kenya, il fratello Luca: "Per noi è la fine di un incubo"

Dopo oltre quattro anni trascorsi in Kenya in condizioni di detenzione durissime, con l'accusa - infamante - di aver abusato di un bambino di tre anni, sempre respinta, Paolo Camellini è tornato libero. Il 53enne artigiano di Goito, in provincia di Mantova, è stato assolto in via definitiva dalla Corte Suprema del Paese africano, che ha annullato la condanna a trent'anni inflittagli in appello e disposto la sua immediata scarcerazione. 

Ad attenderlo in Italia ci sono la madre Lisa e i fratelli Luca, Mauro e Federica, che in questi anni gli sono stati vicini, sostenendolo sul piano umano, ma anche legale ed economico. "Siamo ancora tutti increduli", racconta Luca Camellini a Tag24, ripercorrendo una storia cominciata nel febbraio 2022 e diventata, per l'intera famiglia, un lunghissimo incubo. Finito solo ieri, 31 luglio.

Dall'arresto in Kenya alla condanna all'ergastolo

Paolo conosceva bene il Kenya. "Ci era andato la prima volta per motivi di lavoro e aveva continuato a tornarci dopo aver sperimentato quello che lui stesso definiva il 'mal d'Africa'", racconta il fratello Luca. "Durante uno dei suoi viaggi conobbe una donna kenyana con la quale iniziò una relazione a distanza, poi proseguita con una convivenza in Italia".

I due si sposarono. Qualche anno dopo arrivò la decisione di separarsi. "Rimasero in buoni rapporti e Paolo continuò ad aiutare lei e la sua famiglia: mandava loro dei soldi e, quando poteva, andava a trovarli a Kisumu". Come fece anche nel febbraio 2022. L'inverno precedente, l'ex moglie aveva presentato alla famiglia di Paolo un bambino, sostenendo di averlo adottato.

Quando Camellini arrivò in Kenya, stabilendosi a casa loro - come aveva fatto altre volte - tutto precipitò. La donna lo accusò di aver abusato del minore. "Continuava a dirgli di stare tranquillo, che non sarebbe successo niente e che voleva soltanto verificare quanto le era stato riferito dal bimbo", dice Luca. Il 16 febbraio, invece, gli agenti si presentarono nell'abitazione e lo portarono via. 

Iniziò così il suo calvario. "Sapeva di essere innocente ed era convinto che, una volta comparso davanti a un giudice, tutto si sarebbe sistemato - racconta il fratello - Continuava a dire di non aver fatto niente e che sarebbe riuscito a uscire da quella situazione". Nell'agosto dello stesso anno arrivò la condanna all'ergastolo.

"Non se lo aspettava: la sera prima aveva preparato le valigie, convinto che il procedimento si sarebbe concluso in un nulla di fatto". Dopo la sentenza, chiamò un cugino, che avvisò la famiglia: disse che le cose erano andate male, che lo avrebbero portato in prigione e che di lì a poco non avrebbe più avuto il cellulare.

La pena ridotta a trent'anni e la battaglia della famiglia

Gli anni successivi alla sentenza di primo grado hanno messo a dura prova sia Paolo sia i suoi familiari, che al pensiero di saperlo distante hanno dovuto aggiungere la consapevolezza delle condizioni in cui era detenuto. "Ci affidammo a un avvocato suggeritoci dall'ambasciata italiana", ricorda Luca. "Devo ringraziarli perché ci sono sempre stati vicini".

In appello la pena fu ridotta a trent'anni. Secondo quanto riferisce Luca, la contestazione fu ridimensionata e a Paolo vennero riconosciute delle attenuanti. "Non tennero comunque conto di tutte le contraddizioni che erano emerse. Le prove erano inconsistenti: l'ex moglie non aveva assistito agli abusi di cui lo aveva accusato", spiega Luca.

"Si basava tutto su ciò che lei diceva di aver sentito dal bambino e i documenti acquisiti non dimostravano che fosse accaduto qualcosa: secondo noi, il processo non sarebbe neppure dovuto iniziare". Nel febbraio 2025 hanno presentato un nuovo ricorso. Quello che ha portato il 31 luglio all'assoluzione definitiva.

"Non conosciamo le motivazioni della sentenza, ma la stampa locale parla di 'insufficienza di prove'", precisa Luca. "C'è molta rabbia. Ci sono voluti quattro anni, tempo perso e dolore per far emergere ciò che Paolo - e noi con lui - sostenevamo dall'inizio". Anni di spese legali, alle quali si sono aggiunte quelle sostenute per garantire al fratello un minimo di sostentamento aggiuntivo all'interno del carcere. 

Paolo Camellini, dalla detenzione al nuovo inizio 

Paolo ha raccontato alla famiglia di essersi trovato "anche in stanzoni con altre cinquanta o sessanta persone: per andare in bagno durante la notte era costretto a calpestare gli altri detenuti", riferisce il fratello. I servizi igienici consistevano in buche scavate nel terreno, a vista. 

"Per lavarsi c'erano solo secchi d'acqua, niente docce; gli ambienti erano pieni di insetti e anche nel cibo, già scarso, gli capitava spesso di trovare vermi". Grazie al denaro ricevuto dall'Italia, Paolo riusciva ogni tanto ad acquistare qualcosa in più in un piccolo punto vendita interno.

Una mela, del pane, uno yogurt, del cacao. Che condivideva con i suoi compagni e con le stesse guardie carcerarie. "È capitato che gli chiedessero una bottiglia d'acqua", spiega Luca. Dopo i primi mesi, i familiari erano riusciti a creare un canale informale per sentirlo due o tre volte alla settimana, per pochi minuti.

"Aveva stretto bei rapporti con le persone che si trovavano lì: c'erano rispetto e aiuto reciproco". Per questo, quando ieri mattina gli è stato comunicato da remoto che era stato assolto, "hanno esultato tutti con lui", racconta Luca. "Dev'essere stato un momento molto bello, toccante".

Paolo è stato scarcerato nel pomeriggio. La prima persona che ha chiamato è stata la madre. Poco dopo le ha inviato una fotografia scattata fuori dal carcere, sorridente, "insieme a un rappresentante dell'ambasciata e ad alcuni amici del posto". Ora si trova in un luogo sicuro.

"Non appena saranno pronti i documenti potrà tornare in Italia. La 'fase due' della sua vita sarà ricostruire tutto", dice Luca. Ai familiari ha detto che "aveva una voglia matta di andare a mangiare qualcosa". Un po' per le privazioni, un po' perché "l'italiano che è in lui", osserva Luca, associa anche al cibo i ricordi e i momenti di condivisione.

"Tante volte, durante le feste, parlando con mia madre le diceva che gli sembrava di sentire il profumo dei tortellini che immaginava stessimo mangiando in casa", conclude il fratello. "Siamo sollevati che questo capitolo si sia finalmente chiuso. Adesso non vediamo l'ora di rivederlo". 

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