30 Jul, 2026 - 21:05

Italia, con Malagò presidente non doveva essere la rivoluzione? E invece riecco Oriali e Mancini

Italia, con Malagò presidente non doveva essere la rivoluzione? E invece riecco Oriali e Mancini

L'elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC era stata presentata come l'inizio di una nuova fase. Una svolta, una discontinuità con il recente passato, la promessa di un calcio italiano capace di rinnovarsi dopo anni di risultati deludenti, due Mondiali consecutivi mancati e una crisi strutturale che va ben oltre il semplice nome del commissario tecnico.

Le prime mosse sembravano confermare questa direzione. L'arrivo di Paolo Maldini e Leonardo nella nuova governance federale e la scelta di puntare su Andrea Pirlo come nuovo commissario tecnico lasciavano intendere la volontà di aprire davvero un ciclo diverso, fondato su uomini e idee nuove.

Poi, però, quel progetto si è improvvisamente arenato. Le polemiche nate attorno alla sponsorizzazione russa riconducibile a Pirlo hanno finito per rendere impraticabile quella strada. La candidatura dell'ex centrocampista è stata accantonata e, poco dopo, sono arrivate anche le dimissioni di Maldini e Leonardo, che avevano sposato quel progetto tecnico e che hanno preferito fare un passo indietro.

Sembrava il segnale di una rivoluzione soltanto rimandata. Invece, a poche settimane dall'insediamento di Malagò, il vento del cambiamento sembra già essersi trasformato in una brezza di restaurazione. Sul tavolo sono tornati infatti i nomi di Roberto Mancini e Gabriele Oriali, due figure che hanno già guidato la Nazionale nell'ultimo ciclo.

Ed è qui che nasce la domanda che accompagna tutto questo dibattito: se il primo progetto della nuova FIGC era costruire un'Italia diversa con Pirlo, Maldini e Leonardo, come si è arrivati nel giro di poche settimane a riproporre Mancini e Oriali?

Perché il tema non riguarda il valore dei singoli, che nessuno mette in discussione. Riguarda la coerenza di un progetto. Se la nuova gestione era nata con l'obiettivo di rompere con il passato e inaugurare una nuova fase, il ritorno degli stessi protagonisti rischia di trasmettere il messaggio opposto: cambia il presidente, ma alla fine l'Italia torna nelle mani degli uomini che avrebbero dovuto rappresentare il ciclo precedente.

Mancini ha scritto la storia, ma il finale non può essere cancellato

È giusto ricordare ciò che Roberto Mancini ha dato alla Nazionale. L'Europeo conquistato a Wembley nell'estate del 2021 resterà una delle pagine più belle del calcio italiano moderno. Un successo costruito attraverso un'identità di gioco riconoscibile, entusiasmo e la capacità di riportare il Paese a innamorarsi degli Azzurri dopo anni complicati.

Allo stesso tempo, però, sarebbe intellettualmente disonesto fermarsi soltanto a quella notte di Londra.

Sotto la sua gestione è arrivata infatti anche la clamorosa eliminazione contro la Macedonia del Nord che ha impedito all'Italia di qualificarsi al Mondiale del 2022, il secondo consecutivo mancato dopo quello del 2018. Una ferita che pesa ancora oggi sull'intero movimento calcistico nazionale.

Successivamente il percorso di qualificazione agli Europei non aveva dissipato tutti i dubbi e, nell'agosto del 2023, arrivarono le improvvise dimissioni di Mancini, pochi giorni prima degli impegni decisivi della Nazionale, seguite dall'accettazione dell'incarico come commissario tecnico dell'Arabia Saudita.

Un finale che aveva lasciato interrogativi e polemiche. Per questo motivo un eventuale ritorno rappresenterebbe inevitabilmente una scelta divisiva: da una parte il ricordo dell'Europeo, dall'altra un epilogo che molti tifosi non hanno ancora completamente digerito.

Anche il ritorno di Oriali alimenta la sensazione di déjà-vu

Lo stesso ragionamento vale per Gabriele Oriali.

Figura rispettata, dirigente di grandissima esperienza e punto di riferimento nello spogliatoio, Oriali è stato uno degli uomini simbolo della gestione Mancini. La sua capacità di fare gruppo non è mai stata messa in discussione e il suo curriculum parla da solo.

Anche in questo caso, però, la questione non riguarda le competenze.

Riguarda il messaggio che una nuova FIGC vuole trasmettere.

Per anni il calcio italiano ha parlato della necessità di cambiare cultura sportiva, investire sui giovani, riformare il sistema dei vivai e programmare con maggiore lungimiranza. Se il primo bivio porta nuovamente agli stessi protagonisti del recente passato, è inevitabile che qualcuno inizi a chiedersi se il cambiamento fosse davvero un progetto o semplicemente uno slogan utilizzato durante la fase elettorale.

Il calcio italiano continua a cercare uomini forti invece di riformare il sistema

Negli ultimi quindici anni il calcio italiano ha spesso affrontato ogni crisi cercando la soluzione in un nome. Prima Antonio Conte, poi Roberto Mancini, quindi Luciano Spalletti e oggi, nuovamente, Mancini. Cambiano gli allenatori, cambiano i dirigenti, ma il dibattito resta sempre lo stesso: trovare l'uomo giusto per risolvere problemi che, in realtà, sono molto più profondi.

Le criticità del movimento sono sotto gli occhi di tutti. I vivai producono meno talenti rispetto alle altre grandi nazionali europee, i giovani italiani trovano sempre meno spazio in Serie A, gli impianti restano in gran parte obsoleti e la programmazione tecnica sembra ricominciare da zero a ogni nuova governance.

In questo contesto, il ritorno di Mancini e Oriali rischia di essere percepito come l'ennesima soluzione immediata a problemi che richiederebbero invece riforme strutturali. Perché nessun commissario tecnico, per quanto bravo, può da solo risolvere le difficoltà di un sistema che continua a rinviare le decisioni più importanti.

Una federazione che parlava di rivoluzione dovrebbe probabilmente partire proprio da qui.

Il problema non sono i nomi, ma l'assenza di idee nuove

La discussione rischia di trasformarsi nell'ennesimo referendum su Mancini: favorevoli o contrari.

In realtà il nodo è molto più profondo.

Negli ultimi mesi si è parlato di innovazione, meritocrazia, riforma dei vivai, valorizzazione dei giovani, nuova identità tecnica e pianificazione a lungo termine.

Di tutto questo, almeno per il momento, si vede ancora poco.

L'impressione è che la FIGC continui a cercare risposte immediate anziché affrontare i problemi strutturali che hanno progressivamente allontanato il calcio italiano dalle grandi potenze europee.

Cambiare commissario tecnico può rappresentare una scossa, ma non basta se il sistema rimane identico.

Malagò ora deve scegliere tra continuità e credibilità

Giovanni Malagò conosce perfettamente il peso delle prime decisioni. Da presidente del CONI ha sempre rivendicato una visione manageriale dello sport, basata sulla programmazione e sulla capacità di innovare. Per questo motivo le sue prime mosse alla guida della FIGC saranno inevitabilmente giudicate anche per il loro valore simbolico.

Il nodo non riguarda soltanto Roberto Mancini o Gabriele Oriali.

Riguarda la credibilità dell'intero progetto federale.

Se davvero il nuovo presidente aveva immaginato una FIGC diversa, l'abbandono del progetto Pirlo-Maldini-Leonardo e il successivo ritorno degli uomini simbolo del ciclo precedente rischiano di apparire come una brusca inversione di marcia. Una retromarcia che inevitabilmente alimenta lo scetticismo di chi aveva accolto con favore l'idea di un cambio di passo.

Naturalmente sarà il campo, come sempre, a dare il giudizio definitivo. Se Mancini dovesse davvero tornare e riportare l'Italia ai vertici del calcio mondiale, saranno i risultati a parlare. Ma oggi la discussione è soprattutto politica e progettuale: una rivoluzione si misura dalla coerenza delle sue scelte, non soltanto dalle promesse con cui viene annunciata.

La vera domanda resta una sola

Alla fine il tema non è nemmeno Mancini. E non è neppure Oriali.

Il tema è capire se il calcio italiano abbia davvero avuto il coraggio di cambiare.

Perché la sensazione è che il nuovo corso sia partito con un'idea precisa: Pirlo in panchina, Maldini e Leonardo a costruire una nuova identità federale. Quel progetto si è interrotto quasi subito e, nel giro di poche settimane, si è tornati a guardare proprio agli uomini che avrebbero dovuto rappresentare il passato.

È qui che nasce il dubbio.

La rivoluzione promessa da Malagò era davvero tale oppure si è fermata ai proclami dei primi giorni?

Perché se alla fine cambiano i presidenti, cambiano gli organigrammi e cambiano le conferenze stampa, ma quando arriva il momento delle decisioni il calcio italiano torna sempre a rifugiarsi negli stessi nomi, allora il rischio è che la rivoluzione si trasformi semplicemente nell'ennesimo ritorno al passato.

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