29 Jul, 2026 - 16:10

Due ragazzi impiccati all'alba: la macabra resa dei conti della Repubblica Islamica

Due ragazzi impiccati all'alba: la macabra resa dei conti della Repubblica Islamica

L'arretratezza e la violenza sistematica con cui la Repubblica Islamica dell'Iran continua a soffocare ogni forma di dissenso hanno toccato l'ennesimo vertice di barbarie. Alle tre e quaranta del mattino del 28 luglio 2026, nel centro di Piazza Alikhani a Isfahan — il medesimo luogo che ad inizio anno era stato teatro delle manifestazioni contro il regime —, il braccio meccanico dello Stato ha portato a termine un'altra duplice esecuzione pubblica.

Due ragazzi poco più che ventenni, Abolfazl Sepahi Badjani e Amirhossein Safari Hosseinabadi (quest'ultimo con una disabilità fisica alla mano sinistra), sono stati impiccati contemporaneamente, sospesi a gru montate su camion convertiti in forche di fortuna. La sola colpa imputata loro è la partecipazione alle grandi proteste civili che tra dicembre e gennaio hanno scosso l'intero Paese. Suo cugino Alireza giace tuttora in una cella in attesa della medesima sorte.

Non si tratta di un errore giudiziario o di una severità sanzionatoria, bensì di un palese insulto alla dignità e alla civiltà umana. L'iter che ha condotto a queste morti esclude qualsiasi parvenza di uno Stato di diritto: arrestati l'8 gennaio insieme ad altre sessanta persone, i giovani sono stati sottoposti a tre mesi di isolamento e torture. Le tutele legali sono state azzerate, i dibattimenti si sono consumati in pochi minuti tramite videochiamate da cellulari carcerari alla presenza del solo giudice e delle guardie, senza difesa di ufficio. A coronare la farsa procedurale, la TV di Stato ha trasmesso nel frattempo documentari di propaganda con confessioni estorte ed autoaccuse di "inimicizia contro Dio", preludio alla ratifica immediata delle condanne a morte da parte della Corte Suprema.

La reazione della popolazione di Isfahan non si è fatta attendere, evidenziando il divario incolmabile tra la società civile e le istituzioni. Alla notizia dell'allestimento delle gru, centinaia di cittadini hanno sfidato il coprifuoco e la repressione per cercare di impedire l'esecuzione a mani nude. La risposta degli apparati di sicurezza è stata inflessibile: cariche, spari e arresti indiscriminati nei vicoli adiacenti alla piazza per reprimere qualsiasi tentativo di resistenza.

Con queste ultime due uccisioni sale a ventisei il conto dei manifestanti giustiziati dalla metà di marzo per i moti dell'inverno scorso. L'esibizione pubblica della morte attraverso strumenti da cantiere rientra in una precisa strategia di terrorismo istituzionalizzato, mirata a instillare il terrore e a mostrare una fermezza che nasconde in realtà la fragilità di un regime delegittimato.

A fronte di questa sistematica violazione dei diritti fondamentali, l'atteggiamento della comunità internazionale si rivela inaccettabile e complice. Tra dichiarazioni di facciata, tatticismi geopolitici e la tutela di accordi economici, la diplomazia globale continua a mantenere rapporti con una tirannia che risponde alle richieste di libertà con la corda da impiccagione. L'omertà e il realismo politico dell'Occidente non rappresentano soltanto un fallimento morale, ma un avallo indiretto a uno dei periodi più oscuri della storia contemporanea.

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