Roberto Mancini è il nuovo commissario tecnico della Nazionale italiana. L'annuncio è arrivato direttamente dal presidente della FIGC Giovanni Malagò, che ha messo fine a giorni a dir poco movimentati. Per Mancini non si tratta certo di un ritorno qualunque: è l'allenatore che ha riportato l'Italia a vincere un trofeo internazionale conquistando l'Europeo nel 2021, ultimo grande successo del calcio azzurro.
Alla fine il rapporto di fiducia con Malagò ha avuto un peso decisivo nella scelta. La sua nomina, però, è destinata a far discutere. Per molti tifosi resta impossibile dimenticare il modo in cui lasciò la Nazionale nell'estate del 2023, quando una PEC e la successiva firma con l'Arabia Saudita spiazzarono l'intero popolo azzurro.
Per capire perché il ritorno di Mancini continui a dividere bisogna tornare all'agosto del 2023. Due anni dopo il trionfo europeo, il rapporto tra il commissario tecnico e la Federazione aveva iniziato a mostrare qualche crepa. L'Italia non convinceva più sul piano del gioco e dei risultati, mentre il legame con l'allora presidente Gabriele Gravina era decisamente meno solido rispetto al passato. Il 13 agosto arrivò la svolta. Una semplice PEC, inviata mentre il tecnico si trovava in vacanza in Grecia, comunicò le sue dimissioni.
Una decisione che colse di sorpresa la FIGC e lo stesso Gravina, che aveva parlato con Mancini senza ricevere alcuna avvisaglia del dietrofront. Il ct non rispose nemmeno alle successive telefonate del presidente federale e il tempismo rese tutto ancora più difficile da accettare. Mancavano poche settimane alle sfide decisive contro Macedonia del Nord e Ucraina e l'Italia si ritrovò improvvisamente senza guida tecnica nel momento più delicato della stagione.
A rendere ancora più pesante la separazione fu ciò che accadde nei giorni successivi. In un primo momento Mancini spiegò l'addio parlando di divergenze organizzative e del ridimensionamento del proprio staff. Una versione che convinse solo in parte. Il 28 agosto arrivò infatti l'annuncio della firma con l'Arabia Saudita: sul tavolo c'era un contratto da circa 25 milioni di euro a stagione, cifra che cambiò la percezione dell'intera vicenda.
Emersero poi indiscrezioni sulle richieste economiche avanzate prima delle dimissioni e sulla presenza di una clausola che avrebbe consentito alla Federazione di interrompere il rapporto in caso di mancata qualificazione agli Europei. Tutti elementi che contribuirono a rafforzare la convinzione, tra tifosi e addetti ai lavori, che la scelta fosse stata maturata ben prima dell'invio della PEC. Non è certo una colpa accettare un'offerta economicamente irrinunciabile. Tuttavia, le modalità con cui arrivò la separazione hanno creato una frattura difficile da risanare. La prima sfida per Mancini, perciò, sarà proprio quella di ricucire il rapporto con il popolo italiano.
Da eroe di Wembley a traditore? Dopo il suo addio Mancini ha provato a smorzare le polemiche, ammettendo che alcune scelte avrebbero potuto essere gestite diversamente. Le scuse, però, non sono bastate a cancellare il ricordo di quell'estate. Per una larga parte della tifoseria resta ancora oggi la percezione di una fiducia tradita sul più bello, elemento che avrà un peso specifico importante anche in questo Mancini-bis. Starà a lui cambiare le carte in tavola e dimostrare che l'amore verso la patria non è soltanto un ricordo lontano.