27 Jul, 2026 - 20:40

I trenta giorni di Malagò: idee confuse, tanti proclami e pochi fatti

I trenta giorni di Malagò: idee confuse, tanti proclami e pochi fatti

Doveva essere il mese della rinascita del calcio italiano. Si è trasformato, invece, nel mese delle occasioni mancate. Le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo, arrivate appena diciassette giorni dopo il loro insediamento, rappresentano il punto più basso della gestione di Giovanni Malagò alla guida della FIGC. Una crisi nata dal caso Pirlo, scelto come nuovo commissario tecnico e poi costretto a fare un passo indietro per la vicenda legata alla sponsorizzazione con Fonbet. Un epilogo che lascia inevitabilmente molte domande sulla gestione del presidente federale.

Il problema non è tanto la decisione su Pirlo, quanto il percorso che ha portato fin lì. Se quella collaborazione commerciale rappresentava un ostacolo incompatibile con il ruolo di ct, la questione sarebbe dovuta emergere molto prima. Invece la FIGC ha dato l'impressione di arrivare impreparata su un dossier fondamentale, perdendo settimane preziose mentre l'Italia è ancora senza una guida tecnica.

I pieni poteri, poi il dietrofront

Al momento della sua elezione, Malagò aveva lanciato un messaggio chiaro: "Da solo non posso fare nulla. Con voi tutto." Un principio che sembrava trovare piena applicazione nella scelta di affidare l'area tecnica a due figure del calibro di Maldini e Leonardo, chiamati proprio per costruire il nuovo corso. Eppure, alla prima vera decisione, qualcosa si è rotto. Dopo aver dato piena fiducia ai suoi uomini, Malagò ha deciso di non seguire le loro indicazioni, bloccando la candidatura di Pirlo per una questione che avrebbe dovuto essere affrontata molto prima.

Il risultato è stato un doppio danno: la Nazionale è rimasta senza commissario tecnico e la coppia scelta per guidare il progetto ha preferito fare un passo indietro. La sensazione è che sia mancata una linea chiara. Prima il corteggiamento pubblico di Pep Guardiola, affascinante ma oggettivamente complicato. Poi il piano B di Pirlo, coerente con l'idea di rinnovamento voluta da Maldini e Leonardo. Infine il dietrofront, che ha affossato il calcio italiano più di quanto non fosse già.

Una Nazionale senza tempo da perdere

A distanza di un mese dall'insediamento di Malagò, la Nazionale è ancora senza ct e con un progetto tecnico completamente da ricostruire. Ogni giorno perso restringe il margine di scelta e aumenta il rischio di una decisione presa più per necessità che per convinzione. Mancini è il preferito di Malagò, mentre Conte resta un'alternativa di grande spessore. Sullo sfondo continua a esserci Thiago Motta, nome che divide profondamente l'opinione pubblica.

Nel frattempo sono arrivate anche le inevitabili polemiche istituzionali. Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha parlato apertamente di una "brutta figura". Malagò ha replicato con un secco: "Bisogna vedere chi l'ha fatta." Un botta e risposta che restituisce l'immagine di un'Italia divisa e alla deriva, tanto sul calcio come su altri aspetti più importanti.

Trenta giorni sono troppo pochi per emettere una sentenza definitiva sul lavoro di un presidente. Sono però sufficienti per valutare il metodo. E quello mostrato finora da Malagò lascia più dubbi che certezze. I proclami iniziali promettevano condivisione, programmazione e una nuova visione. La realtà, invece, racconta una serie di passi falsi culminati con le dimissioni di Maldini e Leonardo. C'è tutto il tempo per invertire la rotta, ma il primo mese del nuovo corso federale è già diventato un'occasione sprecata.

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