Quando trapelò per la prima volta il nome di Pirlo come nuovo CT, la Gazzetta dello Sport titolò: "Scommessa Pirlo". Da oggi in poi, si dovrebbe titolare: "È stata solo una... scommessa". Persa. E con un bookmaker russo, per la precisione. E sempre per precisione - unita a ironia - tra Maldini e Leonardo che minacciano l'addio e Pirlo che di sera posta e di notte fa storie su Instagram, questa vicenda tramonta accompagnata da una tipica espressione non milanista ma universalmente milanese: è stata solo una "pirlata". Il primo CT della storia esonerato prima ancora di insediarsi.
Si ricomincia, con l'Italia che discute su tutto, sempre. Ma stavolta si è superato ogni record. Il caso è ormai troppo grande per essere solo tecnico. Malgrado l'addio comunicato nottetempo da Malagò a Pirlo e da Pirlo al popolo dei social, il fronte politico resta in fibrillazione. Perché quando nel calcio non decidi con tempestività, lasci spazio a tutti per intervenire, commentare e criticare. Figuriamoci ai politici.
Nelle sue stories notturne, Pirlo si è chiamato fuori prendendo atto di non essere più il candidato e difendendo formalmente le sue scelte commerciali tra Emirati e sponsor russi, trattandoli come semplici dettagli contrattuali. Ma la realtà è che la questione extra-campo (tra geopolitica e dinamiche di procuratori) ha fatto da detonatore a una candidatura fragile fin dal primo minuto. Il rammarico di Pirlo per essere stato "trascinato in un confronto pubblico" non cancella un fatto banale: se si aspira a guidare la Nazionale, la sensibilità istituzionale viene prima di qualsiasi clausola.
A questo punto si attende, inevitabilmente, il passo indietro di Maldini e Leonardo. La loro gestione della vicenda ha dell'incredibile: di fronte al tramonto di Pirlo, la loro risposta parrebbe ora quella di ripiegare su profili come Palladino o Thiago Motta. Nomi di rispetto, ci mancherebbe, ma la sensazione è limpida: pur di non "sottostare" a un CT di carisma, curriculum, ingaggio e personalità ingombrante come Conte o Mancini, si preferisce cercare figure più giovani e malleabili. In ogni caso, è assurdo minacciare l'addio per la mancata conferma di quella che ("la pirlata", appunto) era soltanto una terza scelta (dopo le illusioni Ancelotti e Guardiola), considerando Conte e Mancini "non gestibili". Ma il Presidente chi è? Se Maldini e Leonardo sono certi del proprio valore, dovrebbero fare un passo avanti verso le istituzioni, non arroccarsi facendo balenare le dimissioni ogni volta che la politica sportiva chiede conto delle loro decisioni.
In tutto questo, Giovanni Malagò non può più fare lo spettatore o l'arbitro o il mediatore o il diplomatico o qualsiasi altra cosa pur di conciliare gli interessi di tutti (impossibile) ed ottenere i consensi più ampi (ormai impossibile anche questo). Detto con il massimo rispetto: Malagò sembra aver trattato la scelta del CT come fosse la nomina del portabandiera olimpico. Solo che se Tamberi non piace per la barba, protestano in dieci, dura dieci minuti e finisce lì. Con il CT azzurro si innesca invece un dibattito infinito che finisce per trovare difetti su tutti e prosegue incendiario, almeno fino a quando la scelta definitiva non diventa una secchiata d'acqua sui bollenti spiriti polemici che da sempre accompagnano gli allenatori della nazionale italiana.
Il Presidente deve prendere in pugno la situazione e decidere in prima persona. Sarà un'impostazione "vecchia", ma nel calcio funziona così: il CT lo sceglie il Presidente. Punto. Poi si definiscono i quadri dirigenti che devono condividere, appoggiare e tutelare l'allenatore scelto, non il contrario.
Come si riparte da questo disastro comunicativo e gestionale? Con una soluzione politica e di puro campo. Magari anche un profilo alla Silvio Baldini, promosso per un annetto come se fosse un classico "governo balneare": personalità schietta, lavoro quotidiano, zero condizionamenti e la capacità di disinnescare la pressione mediatica. Una figura di transizione ideale per riordinare le idee, a patto di affiancargli — al posto del duo Maldini-Leonardo — dirigenti d'esperienza, condivisi e "vergini" dalle ultime lotte di potere.
Servono decisioni chiare, non altre "scommesse" a perdere.