27 Jul, 2026 - 08:00

Il coraggio di discutere l’imputabilità dei minori senza tifoserie

Il coraggio di discutere l’imputabilità dei minori senza tifoserie

L’annuncio del Governo di modificare l’articolo 98 del Codice penale, introducendo una presunzione di imputabilità per i minori che abbiano compiuto quattordici anni, ha immediatamente diviso il mondo politico e quello della magistratura. Da una parte c’è chi considera la riforma una risposta necessaria alla crescente criminalità minorile; dall’altra chi la giudica un intervento simbolico, privo di reale efficacia e dettato più dall’esigenza di rassicurare l’opinione pubblica che da una concreta necessità del sistema penale.

Come spesso accade, credo che il dibattito rischi di trasformarsi in una contrapposizione ideologica, mentre meriterebbe un confronto più sereno.

La prima domanda, infatti, è un’altra: esiste davvero un problema?

A mio avviso la risposta è sì.

Negli ultimi anni i fatti di cronaca hanno raccontato con sempre maggiore frequenza episodi di rapine, aggressioni, pestaggi, baby gang e violenze commesse da ragazzi giovanissimi, spesso ricondotti alla categoria dei cosiddetti “maranza”. Al di là dell’etichetta giornalistica, il fenomeno esiste e sarebbe un errore minimizzarlo. Così come sarebbe ingenuo negare che, nell’opinione pubblica, si sia diffusa la convinzione che alcuni minorenni agiscano contando sul fatto di poter beneficiare di un trattamento penale più favorevole rispetto agli adulti.

Che questa percezione corrisponda sempre alla realtà è un’altra questione. Ma il legislatore non può ignorare il crescente allarme sociale né rinunciare a interrogarsi se gli strumenti oggi disponibili siano ancora adeguati.

Da questo punto di vista ritengo del tutto legittima la scelta del Governo di aprire una riflessione sull’articolo 98 del Codice penale.

Ciò che sorprende, invece, è l’idea che quella norma debba essere considerata quasi intangibile.

L’attuale disciplina è frutto di una scelta compiuta dal legislatore del 1930, il quale ritenne che, tra i quattordici e i diciotto anni, non fosse corretto presumere automaticamente la capacità di intendere e di volere del minore, imponendo perciò al giudice una verifica nel caso concreto.

Ma una domanda, senza pregiudizi, è legittimo porsela.

Siamo davvero certi che il ragazzo di quattordici o quindici anni del 2026 sia sovrapponibile a quello del 1930?

In quasi un secolo sono cambiati la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la tecnologia e le modalità attraverso cui gli adolescenti entrano in contatto con il mondo degli adulti. Oggi un quindicenne dispone di strumenti, informazioni ed esperienze impensabili fino a pochi decenni fa.

Non è un caso che, da anni, una parte del mondo politico proponga di riconoscere il diritto di voto ai sedicenni. Nel corso delle ultime legislature sono state presentate numerose proposte di modifica dell’articolo 48 della Costituzione, tutte accomunate dall’idea che un ragazzo di sedici anni possa essere sufficientemente maturo per partecipare alle scelte democratiche del Paese.

Naturalmente il diritto di voto e la responsabilità penale sono istituti profondamente diversi e non possono essere sovrapposti. Tuttavia la domanda di fondo è la stessa: quando un adolescente può considerarsi sufficientemente maturo per assumere responsabilità giuridicamente rilevanti?

Per questo motivo non credo sia scandaloso discutere della disciplina dell’imputabilità dei minori.

Anzi, sarebbe auspicabile farlo senza slogan e senza tifoserie.

Questo non significa rinunciare al rigore scientifico. Se il legislatore intende modificare una scelta normativa rimasta sostanzialmente immutata per quasi un secolo, è giusto che il dibattito sia accompagnato anche dalle acquisizioni della psicologia, delle neuroscienze e della criminologia, così da comprendere se e in quale misura l’età evolutiva abbia realmente subito un’anticipazione nei processi di maturazione.

Ma pretendere che la discussione non si apra affatto significherebbe assumere che una scelta legislativa del 1930 sia, per definizione, ancora oggi insuscettibile di revisione.

Il diritto, invece, vive proprio della capacità di confrontarsi con i cambiamenti della società.

Sarà il Parlamento a stabilire se la soluzione proposta dal Governo sia quella migliore. Ma discutere dell’imputabilità dei minori non dovrebbe dividere il Paese tra garantisti e giustizialisti.

Dovrebbe unire tutti nella ricerca di una risposta equilibrata ad una domanda che riguarda il futuro dei nostri ragazzi e, insieme, la sicurezza della collettività.

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