Una domanda sola, sempre la stessa: la sua famiglia può permettersi una settimana di ferie lontano da casa? L'Istat la porta ogni anno dentro l'indagine sulle condizioni di vita, oggi su un campione di 24.458 famiglie. Una sua antenata compare già nella prima rilevazione sulle vacanze degli italiani, quella del 1959, dove tra le cause della mancata partenza sono censiti i motivi economici. Allora rispondeva di sì poco più di un italiano su dieci, l'11,3%. Agosto era il mese delle colonie aziendali e della gita al mare col pranzo portato da casa. L'articolo 36 della Costituzione riconosceva le "ferie annuali retribuite" da undici anni, e la maggior parte del Paese le passava sul pianerottolo.
Poi l'Italia impara a partire, e ci mette pochissimo. Negli anni Sessanta le presenze negli alberghi raddoppiano nel giro di un decennio, spinte dal boom e dalle autostrade. Le fabbriche chiudono ad agosto, l'esodo diventa un rito con la sua liturgia di code e autoradio, la villeggiatura smette di essere roba da signori. Le indagini di quegli anni registrano soggiorni di una ventina di giorni, ammassati nello stesso mese. Negli anni Ottanta, sempre secondo l'Istat, quasi il 43%degli italiani si concede almeno un periodo di vacanza all'anno.
È lì che si forma l'immaginario che ci portiamo ancora addosso. La vacanza diventa prova di appartenenza: chi partiva era dentro, e il ceto medio si misurava anche così, con la settimana bianca e la mezza pensione in Riviera. Solo che la politica prende in prestito quell'immagine e la tiene intatta per i quarant'anni successivi. Il lessico pubblico dell'estate, i bollini rossi, il controesodo, il conteggio delle partenze come indicatore di salute, nasce in un Paese in cui partire era la regola. Le vacanze strombazzate come inevitabile normalità. Peccato che quel Paese abbia smesso di esistere da un pezzo.
Il punto di rottura ha una data contabile precisa, netta, inequivocabile. Il reddito familiare medio, in termini reali, resta inferiore del 4,9% ai livelli del 2007, l'anno prima della crisi finanziaria: lo certifica l'Istat nel rapporto sulle condizioni di vita diffuso il 2 aprile 2026. La rinuncia tocca il massimo nel 2012: il 61% delle famiglie con tre o più figli minori dichiara di non potersi permettere una settimana fuori casa. Come la metà di quelle con un figlio solo, il 50,2%. Da lì la curva scende, risale, scende ancora. E il Paese si abitua a leggerla come fisiologia. Invece è l’inizio dello sprofondamento.
I dati del 2025 dicono che la rinuncia è tornata a crescere esattamente mentre il turismo festeggiava. Il 33,2% delle famiglie con un figlio minore dichiara di non essersi potuta permettere una settimana di vacanza. La quota sale al 31,5%con due figli e al 53,3% con tre o più. Rispetto al 2024 fanno 5,1, 1,5 e 8,9 punti in più. L'ultimo confronto europeo di Eurostat, sui dati 2024, colloca l'Italia al 31,4% della popolazione adulta contro il 27% dell'Unione. E l'inflazione spinge proprio dove il colpo arriva più secco: nel secondo trimestre del 2026 i prezzi sono saliti del 3,7% per il quinto di famiglie che spende meno e del 2,6% per il quinto che spende di più.
Sul prezzo delle ferie il conto è ancora più netto. In dieci anni i voli nazionali sono aumentati del 193,3%, gli alberghi del 69%, i pacchetti tutto compreso del 46%, secondo l'analisi del Centro di formazione e ricerca sui consumi su dati Istat. Così la vacanza si accorcia e si avvicina a casa. Coldiretti e Ixè stimano 36 milioni di italiani con almeno un giorno di ferie quest'estate. Di questi il 15% si ferma a tre giorni al massimo, l'1% supera il mese. Sette milioni hanno cancellato l'estero, nel 77% dei casi per il prezzo.
Intanto il governo conta e racconta un'altra Italia. Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, in audizione a Camera e Senato il 15 luglio, ha detto che il turismo italiano «corre a ritmi da record». Il 5 luglio Giorgia Meloni aveva salutato sui social una Nazione "al vertice del turismo europeo". I numeri citati esistono davvero: 477 milioni di presenze nel 2025, 56,7 miliardi spesi dai viaggiatori stranieri, un avanzo turistico di 22,7 miliardi nella bilancia dei pagamenti secondo la Banca d'Italia. Solo che sono i numeri degli ospiti. La quota di presenze straniere è salita dal 33,6% del 1990 al 55,3%del 2025, e il primato che il governo si intesta misura chi arriva, non chi resta.
E sta tutto qui il fastidio politico. Rivendicare la bilancia dei pagamenti è legittimo, e nessuno lo vieta; raccontare l'estate come una festa nazionale a un Paese dove una famiglia con figli su tre resta a casa è un'altra faccenda. L'ottimismo di Stato è un attrezzo vecchio, tarato sull'Italia che partiva a milioni, comodo solo per chi non deve fare i conti a fine mese. Perfino la struttura dei consumi lo dice: i servizi ricreativi e culturali pesano il 7,6% sul bilancio del quinto più povero e il 21,6% su quello del quinto più ricco. Due Paesi, un solo comunicato stampa.
La domanda del questionario è rimasta identica dal 1959. Allora una risposta negativa raccontava un Paese che doveva ancora arrivare, oggi racconta un Paese tornato indietro, che intanto si sente ripetere quanto vada bene.