La sensazione è quella di assistere a una sorta di effetto domino. Ogni giorno spunta una nuova trattativa, un altro esubero vicino all'addio, un'altra operazione che fino a poche settimane fa sembrava destinata a rimanere nel cassetto.
L'ultima indiscrezione riguarda Loïs Openda, sempre più vicino a una sistemazione, mentre sul fronte entrate torna d'attualità il nome di un attaccante particolarmente gradito a Frederic Massara. Ma, al di là del singolo affare, c'è una riflessione che ogni tifoso della Juventus dovrebbe fare.
Ma davvero bastavano due dirigenti competenti per rimettere in moto una macchina che sembrava completamente bloccata?
Perché se in poche settimane si stanno trovando soluzioni per giocatori che fino a ieri venivano definiti "invendibili", allora significa che il problema, forse, non era il mercato. Il problema era chi quel mercato lo gestiva.
Per anni ci siamo sentiti raccontare sempre la stessa storia. "Non ci sono offerte." "Gli stipendi sono troppo alti." "Bisogna aspettare." "Il mercato è fermo."
Frasi diventate quasi un mantra per giustificare l'incapacità di liberarsi di quei calciatori che, stagione dopo stagione, finivano ai margini del progetto tecnico.
Eppure oggi lo scenario è completamente diverso.
Trattative aperte, contatti continui, club interessati, formule studiate per accontentare tutte le parti. Nessuno dice che sia semplice, perché vendere nel calcio moderno è probabilmente più difficile che acquistare. Ma è proprio questa la differenza tra chi improvvisa e chi conosce davvero il mestiere.
Gli esuberi, evidentemente, non erano così invendibili come qualcuno voleva far credere.
C'è però un altro aspetto che merita di essere evidenziato. Se oggi la Juventus deve lavorare così intensamente sulle uscite, è perché negli ultimi anni qualcuno ha completamente sbagliato gli ingressi.
È inutile girarci intorno, sono arrivati calciatori pagati cifre importanti che non avevano il livello tecnico richiesto dalla Juventus.
Giocatori discreti, a volte anche buoni, ma non da Juventus e questo è il vero peccato originale perché una grande società non può permettersi di sbagliare così tante valutazioni in così poco tempo.
Ogni sessione di mercato sembrava figlia della precedente, senza una strategia comune, senza una visione, senza un'identità precisa.
Si acquistava un profilo che pochi mesi dopo diventava già un problema da risolvere. Una gestione che ha finito per appesantire il bilancio e impoverire il valore tecnico della rosa.
Nel calcio c'è una convinzione tanto semplice quanto vera: a comprare sono capaci in tanti, a vendere bene è un'altra storia, perché quando acquisti basta convincere un calciatore e il suo procuratore.
Quando vendi devi convincere contemporaneamente il club interessato, il giocatore, l'entourage e trovare una formula economica che soddisfi tutti.
È lì che si vede il valore di un direttore sportivo, ed è proprio qui che il nuovo corso della Juventus sembra fare la differenza.
Non si assiste più all'immobilismo che aveva caratterizzato le ultime sessioni di mercato. Si lavora, si tratta, si costruiscono operazioni, ma soprattutto si cercano soluzioni. Esattamente quello che dovrebbe fare una dirigenza di un club che punta a vincere.
La domanda è inevitabile.
Quanti soldi sono stati spesi per calciatori che non hanno mai realmente spostato gli equilibri? Quanti milioni sono stati investiti su profili che, già al momento dell'acquisto, lasciavano più di un dubbio?
Quanti stipendi pesanti sono stati distribuiti con troppa leggerezza?
La Juventus degli ultimi anni ha spesso dato la sensazione di comprare senza una reale progettualità.
Non esisteva un filo conduttore.
Ogni allenatore chiedeva giocatori diversi, ogni estate sembrava partire una rivoluzione. Ogni inverno si cercava già di correggere gli errori commessi pochi mesi prima.
Così non si costruisce una squadra vincente, così si alimenta soltanto una spirale di sprechi che prima o poi presenta il conto.
La vicenda Openda rappresenta perfettamente questa nuova fase. Al di là del valore del giocatore o della formula con cui potrà lasciare Torino, ciò che conta è il messaggio che arriva dall'esterno.
Le soluzioni si trovano, serve competenza, servono relazioni, serve credibilità, serve una dirigenza che sappia sedersi ai tavoli delle trattative con autorevolezza. Lo stesso discorso vale per gli altri nomi destinati a lasciare la Continassa. Situazioni che sembravano congelate stanno improvvisamente trovando uno sbocco.
Non per magia, ma perché dietro c'è finalmente un lavoro quotidiano.
Attenzione, sarebbe sbagliato parlare già di mercato perfetto. I giudizi arriveranno soltanto tra qualche mese perché alla fine sarà sempre il campo a dire se gli acquisti saranno realmente all'altezza della maglia bianconera.
Ma una differenza rispetto al recente passato è già evidente, la Juventus appare finalmente una società che programma, che anticipa le mosse, che affronta i problemi invece di subirli.
E questo, per un club della sua storia, dovrebbe rappresentare la normalità. Per troppo tempo, invece, la normalità era diventata l'eccezione.
Ed è forse questa la riflessione più amara.
Perché se nel giro di poche settimane si riescono ad aprire tavoli di trattativa per diversi esuberi, significa che il mercato non era affatto bloccato.
Significa che esistevano margini di manovra.
Significa che gli "invendibili" erano semplicemente giocatori gestiti male.
E allora viene spontaneo chiedersi quanti danni abbiano provocato le scelte dirigenziali delle ultime stagioni.
Perché non si tratta soltanto dei soldi spesi.
Il danno più grande è stato perdere tempo.
Tempo prezioso durante il quale la Juventus ha progressivamente abbassato il livello della propria rosa, riempiendola di calciatori che difficilmente sarebbero stati protagonisti nelle grandi Juventus del passato.
Oggi il nuovo corso sembra voler riportare al centro una parola che negli ultimi anni era quasi scomparsa: competenza.
Ed è proprio questa la vera notizia.
Perché una società come la Juventus non ha bisogno di maghi del mercato o di fenomeni mediatici. Ha bisogno di dirigenti che sappiano fare il proprio mestiere. Se poi, nel giro di poche settimane, riescono a piazzare esuberi che fino a ieri sembravano destinati a restare a libro paga, allora la conclusione viene quasi da sé: il problema non erano quei giocatori.
Il problema era chi li aveva scelti e, soprattutto, chi non era più in grado di trovare loro una nuova destinazione. Se davvero il vento è cambiato, la Juventus non avrà soltanto migliorato il proprio mercato. Avrà finalmente ritrovato una delle qualità che l'ha resa grande per decenni: avere uomini competenti nei posti giusti.