22 Jul, 2026 - 11:55

Il pregiudizio italiano sul Ct: perché Pirlo divide e De La Fuente insegna

Il pregiudizio italiano sul Ct: perché Pirlo divide e De La Fuente insegna

In Italia la scelta del commissario tecnico è sempre accompagnata dallo stesso interrogativo: il candidato ha abbastanza esperienza? Ha vinto abbastanza? Ha allenato grandi squadre?

Ogni nome viene valutato soprattutto attraverso il peso del curriculum. È successo anche con Andrea Pirlo, il cui possibile coinvolgimento nel futuro della Nazionale ha aperto il solito dibattito tra scettici e favorevoli. Eppure la Spagna campione d'Europa ha dimostrato che esiste un'altra strada: affidarsi a un uomo cresciuto dentro il sistema federale. Il caso di Luis De La Fuente racconta che un Ct non deve necessariamente essere una superstar della panchina per costruire una squadra vincente.

In Italia il Ct deve essere sempre un grande nome

Nel calcio italiano esiste da sempre una sorta di equazione automatica: grande allenatore uguale grande commissario tecnico.

La panchina della Nazionale viene spesso considerata il punto più alto della carriera di un allenatore, il riconoscimento definitivo dopo anni di successi nei club. Per questo motivo, quando si parla di nuovo Ct, il primo parametro di valutazione diventa quasi sempre il curriculum.

Quanti campionati ha vinto? Ha mai conquistato una Champions League? Ha allenato una grande squadra europea?

Sono domande legittime, ma forse incomplete.

Perché il lavoro del commissario tecnico è profondamente diverso da quello di un allenatore di club. Non deve gestire un gruppo ogni giorno, non può intervenire sul mercato e non ha mesi interi per costruire automatismi tattici. Deve invece riuscire a creare rapidamente un'identità, scegliere i giocatori giusti e rappresentare una filosofia calcistica.

Ed è proprio qui che il modello spagnolo offre uno spunto interessante.

Pirlo divide perché non rientra nel modello italiano del Ct

Il nome di Andrea Pirlo porta con sé una contraddizione.

Da una parte c'è il calciatore straordinario che ha rappresentato una generazione, un uomo che conosce perfettamente il calcio internazionale e che ha vissuto da protagonista gli spogliatoi più importanti d'Europa.

Dall'altra c'è il tecnico, ancora alla ricerca della propria consacrazione.

Le critiche nei suoi confronti nascono soprattutto da questo secondo aspetto. Dopo l'esperienza alla Juventus, quella al Karagümrük in Turchia e la parentesi alla Sampdoria, molti ritengono che il suo percorso in panchina non sia ancora sufficiente per affidargli la Nazionale.

Ma il punto centrale è un altro: siamo sicuri che il Ct debba essere giudicato con gli stessi parametri di un allenatore di club?

La storia recente della Spagna suggerisce una risposta diversa.

De La Fuente, il tecnico che nessuno considerava una star

Quando la Spagna ha scelto Luis De La Fuente per sostituire Luis Enrique, la decisione non aveva il fascino del grande colpo internazionale.

Non era un allenatore reduce da trionfi nei principali campionati europei. Non aveva il profilo mediatico di altri tecnici più conosciuti. Per molti osservatori era una scelta sorprendente.

Eppure la Federazione spagnola non aveva scelto un uomo sconosciuto.

Aveva scelto un uomo di sistema.

De La Fuente aveva passato anni all'interno delle nazionali giovanili spagnole, lavorando con le generazioni che sarebbero poi diventate protagoniste nella Roja maggiore. Under 19, Under 21, selezione olimpica: il suo percorso era stato costruito nella formazione dei talenti e nella trasmissione di un'idea calcistica precisa.

Quando è arrivato sulla panchina della Nazionale maggiore non doveva semplicemente conoscere i giocatori.

Molti di quei giocatori li aveva già accompagnati nel loro percorso di crescita.

La forza della Spagna è un progetto che parte dal basso

Il vero vantaggio della Spagna non è stato soltanto trovare un bravo allenatore. È stato costruire un sistema.

Da anni la Federazione spagnola lavora su un'identità comune che coinvolge tutte le categorie. Le nazionali giovanili non sono un semplice passaggio temporaneo prima della squadra maggiore, ma fanno parte di un unico percorso.

Il giocatore cresce all'interno di una filosofia condivisa.

Quando arriva in prima squadra conosce già determinati principi, determinati movimenti e un certo modo di interpretare il calcio. Questo permette al commissario tecnico di intervenire in modo più rapido ed efficace.

De La Fuente non ha dovuto rivoluzionare il gruppo. Ha dovuto semplicemente dare continuità a un percorso iniziato anni prima.

È questa forse la grande differenza rispetto al modello italiano.

In Italia manca ancora una vera continuità federale

Il problema italiano non è soltanto scegliere il Ct giusto.

È anche capire quale identità vogliamo dare alla Nazionale.

Negli ultimi anni l'Italia ha spesso affidato la panchina azzurra a tecnici con idee anche molto diverse tra loro. Ogni nuovo commissario tecnico ha portato la propria filosofia, il proprio metodo e il proprio modo di interpretare il calcio.

Il risultato è stato quello di ricominciare spesso da capo.

La Spagna, invece, ha dimostrato che una Nazionale può essere il risultato finale di un lavoro iniziato molti anni prima.

Il Ct diventa così il custode di un progetto, non semplicemente l'uomo chiamato a risolvere un problema.

La lezione di De La Fuente: il curriculum non è tutto

Il caso spagnolo non significa che tutti i tecnici senza grandi esperienze nei club siano automaticamente pronti per una Nazionale. Sarebbe una conclusione troppo semplice.

La vera lezione è un'altra: il valore di un commissario tecnico non può essere misurato soltanto dal numero di trofei conquistati.

Conta la capacità di lavorare con i giovani, conoscere il movimento calcistico, avere una visione chiara e inserirsi dentro un progetto più grande.

De La Fuente non ha vinto perché era un nome famoso, ha vinto perché era l'uomo giusto nel posto giusto. E questo dovrebbe far riflettere anche l'Italia nel momento in cui valuta il futuro della propria Nazionale.

Pirlo è davvero il problema o lo è il nostro modo di giudicare?

La discussione su Pirlo, alla fine, racconta soprattutto un'abitudine italiana. Siamo abituati a cercare garanzie nel passato, nei titoli conquistati e nella reputazione.

La Spagna ha dimostrato invece che il futuro può nascere anche dalla programmazione e che soprattutto un Ct non deve essere necessariamente quello con il curriculum più lungo. Deve essere quello capace di dare un senso al percorso della squadra.

Per questo Pirlo divide, mentre De La Fuente insegna una lezione importante: nel calcio moderno la competenza non coincide sempre con la notorietà. A volte il miglior allenatore per una Nazionale è semplicemente colui che conosce meglio il viaggio che quella Nazionale deve intraprendere.

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