Settembre, Pontida. Non sarà solo il solito bagno di folla leghista: sarà il giorno in cui Matteo Salvini annuncerà — o almeno spera di annunciare — il ritorno al Viminale. Ma la partita, a scorrere le carte, è molto più affollata di così: dal Mic al Mimit, passando per Bruxelles, nessuna casella sembra al sicuro.
Con la legge elettorale in via di definizione e il record di longevità del governo ad un passo a Palazzo Chigi si ragiona di un rimpasto vero, costruito su misura per contenere la crescita di Roberto Vannacci e rilanciare un Salvini reduce dal momento più complicato della sua segreteria: assolto, sì, dalla pesante accusa di sequestro di persona, ma con la Lega ai minimi storici di consenso.
Il piano che filtra da fonti di maggioranza prevede Salvini in sella agli Interni, con Piantedosi dirottato altrove: alla Giustizia, al posto di un Nordio la cui popolarità sarebbe ormai sotto il livello di guardia (e già richiamato dal Quirinale sul delicato capitolo intercettazioni), oppure spedito a Bruxelles, papabile per la poltrona di direttore esecutivo di Europol, in corsa con un tedesco, una spagnola e un lituano — con l'ipotesi di una tardiva candidatura italiana non del tutto tramontata. Piantedosi, dal canto suo, avrebbe già fiutato l'aria e non opporrebbe resistenza al trasloco. A muovere per primo i fili sarebbe stato Giancarlo Giorgetti, che ai vertici del Carroccio l'ha messa giù senza fronzoli: «Chiediamo il Viminale per Salvini». Difficile immaginare che il ministro dell'Economia si sia esposto così senza averne prima parlato, almeno informalmente, con Meloni.
A masticare amaro, inutile dirlo, sarebbe Forza Italia, ripagata con vice-ministeri e sottosegretariati a Sanità, Difesa e Istruzione: mancia di consolazione per Tajani, con i nomi ancora tutti da assegnare. Nel frattempo l'azzurro Tullio Ferrante scalda i motori per l'interim ai Trasporti, casella che Salvini lascerebbe libera salendo al Viminale. E Vannacci? Nel suo Futuro Nazionale c'è chi il ritorno di Salvini al Viminale lo considera quasi un regalo: finalmente un bersaglio politico riconoscibile da attaccare, altro che il tecnico Piantedosi, difficile da colpire.
Non solo big: anche i partiti minori della maggioranza vogliono il loro pezzo di rimpasto. Antonio De Poli per l'Udc e Maurizio Lupi per Noi Moderati non hanno alcuna intenzione di presentarsi alle urne del 2027 come comparse: chiedono un ruolo ministeriale pieno, o almeno una casella di sottogoverno che pesi, per non fare la figura degli ectoplasmi di coalizione.
E mentre si ragiona di Interno e Giustizia, c'è chi aspetta paziente il suo turno con la valigia già pronta sull'uscio. Gennaro Sangiuliano, l'ex ministro della Cultura spedito a Parigi e oggi consigliere regionale in Campania, si fa notare a Roma molto più di quanto la sua attuale carica richiederebbe. Non è un mistero che Meloni lo considerasse, parole sue di due anni fa, «il ministro migliore»; e non è un mistero nemmeno che Arianna Meloni, sorella della premier, ne abbia sponsorizzato il rientro dal Quartiere Latino a Napoli. Il Mic è infatti tra le caselle indicate come in bilico nel "rimpastino", insieme al Mimit, dove Adolfo Urso potrebbe fare le valigie. Anche tra i sottosegretari di Palazzo Chigi, raccontano, il ritorno di Genny è visto con simpatia.
Per non lasciare fuori nessuno, mettiamo in fila l'intera mappa delle caselle in movimento. Al Viminale, come detto, il nome è uno solo, quello di Matteo Salvini. Alla Giustizia Carlo Nordio è in uscita, e il nome più caldo per sostituirlo resta Matteo Piantedosi, salvo dirottamento europeo. Ai Trasporti, casella che Salvini lascerebbe libera, scalda i motori l'azzurro Tullio Ferrante. Al Mimit, Adolfo Urso porta la sua casella tra quelle indicate come traballanti. Al Mic scalpita, neanche a dirlo, Gennaro Sangiuliano, in attesa di un richiamo che sul Colle romano definiscono "surreale" ma non impossibile. Sanità, Difesa e Istruzione sono le tre poltrone promesse a Forza Italia come vice-ministeri e sottosegretariati, con i nomi ancora coperti. A Bruxelles, per la poltrona di direttore esecutivo di Europol, corrono un tedesco, una spagnola e un lituano, con Piantedosi come possibile jolly italiano dell'ultima ora. E poi ci sono i "piccoli" che non vogliono sparire nell'ombra: Antonio De Poli per l'Udc e Maurizio Lupi per Noi Moderati, entrambi in cerca di un ruolo che pesi davvero. Infine, dietro le quinte, tre nomi che raccontano più di ogni casella: Giancarlo Giorgetti, il vero regista della mossa Viminale; Arianna Meloni, sponsor riservata del ritorno di Sangiuliano; ed Edoardo Ziello, vice di Vannacci in Futuro Nazionale, che dagli spalti tifa apertamente per l'intera operazione.
Il disegno complessivo, a quanto si apprende, è quello di un governo che si rifà il trucco senza tornare alle urne: rilanciare Salvini, riequilibrare gli alleati minori, disinnescare il nodo Nordio e accontentare Sangiuliano, Ferrante, De Poli e Lupi in un colpo solo. In poche parole, un Meloni bis senza passare dalle urne.