20 Jul, 2026 - 10:33

America 2026, il Mondiale delle ombre: tra propaganda e caos, trionfa la Spagna

America 2026, il Mondiale delle ombre: tra propaganda e caos, trionfa la Spagna

Si è chiuso a New York il Mondiale più lungo, largo, grosso e controverso di sempre. America 2026 lascia in eredità un quadro a tinte opache: da un lato la maceria etica del calcio-spettacolo targato Gianni Infantino e Donald Trump; dall'altro la vittoria limpida e strameritata della Spagna, unica vera oasi di logica sportiva in un oceano di arroganza, business e show sovranista.

Per chi ama lo sport, e il calcio in particolare, un Mondiale non aveva mai generato tanta perplessità. Più che una festa di popolo, la competizione a 104 partite si è rivelata il giocattolo del duo Infantino-Trump: un torneo privato segnato da regole stravolte in corsa, rigori negati, cartellini cancellati per decreto, arbitri somali rispediti a casa senza visto, perquisizioni indebite sulle piste d'atterraggio e trasferte afose di migliaia di chilometri imposte a nazionali sgradite. A coronare la farsa, il servilismo generale verso il potere: dalle imbarazzanti sviolinate del presidente FIFA a quello USA («Non è solo la più grande Coppa del Mondo di sempre, ma il più grande evento sociale e culturale dell'umanità») alle punizioni intimidatorie contro il pensiero critico. Basti pensare alla Gazzetta dello Sport, sanzionata con il taglio degli accrediti per la finale (da cinque a due giornalisti) solo per aver osato raccontare - proprio alla fine - alcune ombre dell'organizzazione.

In questo clima surreale, la montagna del mega-torneo ha partorito il topolino di una delle finali più brutte degli ultimi trent'anni, seconda solo a Brasile-Italia del 1994, guarda caso giocata anche quella negli Stati Uniti, sotto il solleone di Pasadena. Stavolta a New York, l'Argentina, giunta all'ultimo atto forte di un percorso anche "protetto" da alcune circostanze arbitrali — con Infantino che, scherzando sì, ma una volta ha ammesso che il suo corazón pulsava per la Selección —, si è presentata a New York con la versione più becera e intimidatoria, tipo l'Uruguay dei vecchi tempi: una banda di picchiatori giustificati dalla "garra" e dalla passione (come se gli altri giocassero senza passione!). Così la finale argentina è diventata un'ostinata non-partita fatta di calcoli tattici, ostruzionismo e colpi proibiti, testimoniata da un dato impietoso: zero tiri in porta per oltre cento minuti e un valore di expected goals (xG) fermo allo 0,00 fino al 119', con il solo Dibu Martinez, portiere miracoloso, a tenere in piedi i suoi. Ma se contro l'Inghilterra le carognate di Paredes avevano funzionato, contro la Spagna la trappola è fallita. Con Messi isolato lassù, triste e solitario in un attacco che non attaccava mai, e tenuta a galla solo dai nervi, l'Argentina è poi crollata nei supplementari per l'espulsione di Enzo Fernandez e il gol di Ferran Torres al 106' su assist di Nico Williams.

Rinviata la staffetta tra le lacrime di Messi e un Lamine Yamal opaco e acciaccato, il campo ha emesso l'unico verdetto giusto. Il successo spagnolo è l'approdo di un percorso partito nel 2007 e guidato da Luis de la Fuente, tecnico nato e cresciuto nelle giovanili della sua Federcalcio. In un Mondiale in cui la Spagna ha subito appena 10 tiri in porta e un solo gol in 8 gare (fermata sul pari solo dal Capoverde del portiere Vozinha nel girone), la continuità del progetto federale ha spazzato via ogni speculazione. La Spagna fa festa prendendosi la Coppa con pieno e grande merito. Ed è questo che lascia il campo di un Mondiale che - appunto fuori dal campo - lascia appunto l'amaro in bocca perchè il pallone è sembrato sequestrato dal business e dalla propaganda politica.

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